Se gli ostacoli sono occasioni di miglioramento
di Laura Sestini
Instabili Vaganti è il duo teatrale composto da Anna Dora Dorno e Nicola Pianzola, regista lei, performer lui, entrambi drammaturghi e volti al teatro sperimentale.
Il 2024 aveva segnato il ventennale della loro carriera, entro la quale sono stati costruiti numerosi progetti internazionali – anche online durante la pandemia – che li ha portati ad allacciare rapporti con altrettanti contesti teatrali e culturali in diversificati luoghi del mondo, dal Cile all’India, al Nepal, alla Corea del Sud. Ma proprio il 2024 li vede improvvisamente coinvolti in un dietrofront da parte di una amministrazione pubblica emiliana, con cui per lunghi anni avevano avuto un rapporto pacifico e costruttivo.
Con Anna Dora Dorno ripercorriamo gli ultimi 18 mesi, dall’impasse con l’ente pubblico, alle nuove idee per continuare il lavoro in corso, fino all’evoluzione e la interessante decisione di uscire dalla città per trovare spazio nella campagna collinare bolognese che sovrasta la città.
L’ultima nostra intervista a instabili Vaganti risale al periodo della “tempesta”, quando eravate senza sede e delusi dall’atteggiamento dell’amministrazione comunale che vi forniva uno spazio stabile. Ne è passata di acqua sotto i ponti…
Anna Dora Dorno – È vero, e quel periodo rimane una ferita aperta. La modalità con cui siamo stati messi alla porta dal Comune di Bologna ci ha lasciati esterrefatti e increduli ed ha anche minato la nostra crescita artistica interrompendo improvvisamente la nostra quotidianità di lavoro, di ricerca, di incontro con gli artisti a livello globale. Ma allo stesso tempo, come spesso accade nella nostra storia, abbiamo reagito. Per Instabili Vaganti resistere, trasformare le difficoltà in nuove occasioni, è parte del nostro DNA artistico e umano. Dopo lo smarrimento iniziale, abbiamo cercato di fare esattamente questo: trasformare la frattura in una spinta propulsiva verso nuove possibilità. Le difficoltà non sono scomparse, ma il desiderio di rigenerazione continua ci ha permesso di rimetterci in cammino.
Oggi, dopo oltre un anno, Instabili Vaganti sono completamente rinnovati, sbaglio?
A.D.D. – Siamo cambiati, sì, ma non per scelta strategica: è stata la situazione a costringerci a cambiare. Non abbiamo completamente recuperato i ritmi produttivi e di ricerca di un tempo, perché senza uno spazio stabile tutto diventa più complesso. Allo stesso tempo, però, questa trasformazione forzata ci ha resi più flessibili, più resilienti. Abbiamo trovato nuove modalità di lavoro, nuove energie, un nuovo respiro. In questo senso, sì, c’è stato un rinnovamento: non un abbandono del passato, ma una sua evoluzione.
D’altronde ogni cambiamento porta con sé sia un senso di spaesamento, soprattutto quando avviene in modo improvviso, sia una eccitazione dovuta alla ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso. Per noi rinnovarsi è sempre stato un processo essenziale: da anni lavoriamo per evolverci, aggiornare i nostri linguaggi, aprirci a nuove collaborazioni e sperimentare forme diverse di relazione con il pubblico e con il territorio. Avremmo certamente preferito poter continuare questo percorso in armonia con la nostra storia artistica, seguendo i tempi naturali della nostra crescita, e non attraverso un episodio così drastico e forzato.
Nonostante ciò, continuiamo a portare avanti la nostra visione con impegno e coerenza, trasformando anche le difficoltà in un’occasione per generare nuova energia creativa e nuovi orizzonti di lavoro. I progetti futuri e la direzione intrapresa nascono proprio da questa volontà di non fermarsi e di farlo rimanendo fedeli alla nostra identità.
Grandi decisioni sono state prese, cambiata la visione del vostro lavoro. È così?
A.D.D. – La visione artistica rimane solida e fedele alle nostre radici: ricerca, internazionalità, sperimentazione. Quello che è cambiato è il modo in cui siamo ci troviamo a lavorare. La mancanza di una sede ci ha imposto di riorganizzare processi e tempi. Molto lavoro avviene online, e fortunatamente avevamo già sviluppato un metodo solido durante il lockdown. Paradossalmente, quella che era nata come una necessità si è trasformata in un punto di forza, soprattutto all’interno del progetto Beyond Borders, che oggi vive proprio nella connessione tra artisti in luoghi diversi del mondo. Ma la ricerca performativa, quella più fisica e laboratoriale, ne risente, così come quella progettuale generata dal confronto diretto con i nostri collaboratori: senza un luogo condiviso è più difficile creare con continuità.

Foto: Instabili Vaganti
Da quella esperienza negativa è nato The Globe, una struttura avveniristica che sembra un’astronave atterrata in Valsamoggia.
A.D.D. – The Globe è il simbolo della nostra capacità di rigenerarci. È un’astronave nel bosco, un rifugio creativo lontano dal caos della città, un luogo dove abbiamo potuto ricominciare. La sua forma, il legame con la natura, la sua vocazione eco-digitale parlano di futuro, di nuove pratiche artistiche, di sperimentazioni. Ma The Globe è anche uno spazio fragile e temporaneo: non può essere utilizzato in tutte le stagioni e non dispone ancora delle infrastrutture necessarie per sostenerci nella ricerca quotidiana. Proprio ora stiamo cercando soluzioni per scaldarlo in inverno in modo sostenibile, ma è complesso e costoso. Nonostante questi limiti, resta un laboratorio vivo, che ci permette di immaginare e testare un nuovo modo di creare.
Una struttura anche eco-compatibile…
A.D.D. – Sì, e questo è un elemento per noi fondamentale. The Globe è concepito come uno spazio leggero, a basso impatto, completamente integrato nel paesaggio naturale. Tuttavia, proprio la sua natura eco-compatibile comporta dei limiti: non è un edificio tradizionale e non possiamo installare impianti pesanti o energivori. Dobbiamo inventare soluzioni alternative, e questo richiede tempo e risorse. Ma crediamo in questa sfida: è parte di un nuovo modello di produzione culturale e speriamo possa anche essere un esempio da seguire.
Sembra passato un secolo rispetto a giugno 2024, un tempo carico di impegno intellettuale e anche di fatica fisica
A.D.D. – È stato un anno estremamente intenso, fatto di lavoro fisico e intellettuale. Tra cantieri, progetti internazionali, tournée e residenze artistiche, abbiamo continuato a costruire e immaginare nonostante la precarietà logistica. Non avere una sede stabile complica ogni aspetto: dagli incontri con i collaboratori alle prove, fino al semplice coordinarsi quotidiano. Molto avviene online, e questo ci permette di tenerci connessi e attivi, ma il lavoro artistico ha anche bisogno di presenza, di corpo, di continuità. Nonostante la fatica, sentiamo che questo periodo ci sta rendendo più forti e più consapevoli.
Per chiudere il cerchio, è arrivato anche un riconoscimento internazionale al Cairo durante Beyond Borders.
A.D.D. – Quel riconoscimento è stato per me un momento di intensa emozione e un vero passaggio simbolico. Ricevere un premio “alla carriera” dopo la perdita del nostro spazio di lavoro — che ha rappresentato anche un mancato riconoscimento nella città in cui operiamo da vent’anni — è stato significativo. È arrivato mentre cercavamo di ritrovare un equilibrio, e ha confermato la solidità del nostro percorso internazionale e della nostra ricerca artistica, nonostante le difficoltà locali. Essere premiata come donna regista ha aggiunto un valore ulteriore. Lavoro spesso in contesti in cui la presenza femminile nella direzione artistica non è ancora pienamente riconosciuta, e superare anche questi “confini di genere” fa parte della mia pratica quotidiana. Per questo ricevere il premio in un festival al femminile, in Egitto, è stato anche un atto politico: un segnale di apertura, di ascolto e di legittimazione del ruolo delle donne nelle arti performative.
Essere lì con Beyond Borders, un progetto che nasce proprio per oltrepassare confini geografici, culturali, politici — e, appunto, anche di genere — ha reso tutto ancora più coerente. Vedere riconosciuta la nostra capacità di creare dialogo intercontinentale, in un momento così delicato della nostra storia, ci ha dato una spinta enorme. È stato un messaggio chiaro: il nostro lavoro continua a parlare al mondo, e il mondo continua a risponderci. Tra l’altro notizia di pochissimi giorni fa il Progetto sarà nuovamente sostenuto dal MIC attraverso il Bando Boarding Pass Plus, è questo ci rende molto felici perché ci consentirà di sviluppare nuove tappe di lavoro sia all’estero che durante il festival PerformAzioni.
Quindi lei è pronta per i prossimi viaggi interspaziali che segneranno una nuova fase del suo/vostro percorso?
A.D.D. – Pronta sì, e allo stesso tempo consapevole della complessità di questo momento. I prossimi viaggi saranno artistici, digitali, geografici: fanno parte del nostro modo di essere. Ma parallelamente stiamo affrontando la questione più concreta e necessaria: ritrovare le condizioni per lavorare con continuità, per tornare a produrre e ricercare pienamente, per ristabilire uno spazio quotidiano di creazione.
Stiamo cercando uno spazio stabile, un teatro, un luogo che possa diventare davvero la nostra casa artistica. The Globe è un primo passo, un luogo simbolico e reale di ripartenza, ma non è ancora la nostra sede definitiva: è un varco verso il futuro. E come sempre, Instabili Vaganti continuerà a viaggiare – tra mondi, linguaggi e territori – ma allo stesso tempo è alla ricerca di una nuova base da cui ripartire.
E se questo dovesse portarci anche a cambiare luogo di lavoro, siamo comunque pronti a farlo.
Per approfondire:
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Sabato, 29 novembre 2025 – Anno V – n°48/2025
In copertina: Anna Dora Dorno premiata a Il Cairo – Foto: Instabili Vaganti

