martedì, Giugno 16, 2026

Letteratura

Il sentiero dietro casa

Cadere e saper rinascere: l’esordio letterario di Yuri Carpentieri

di Laura Sestini

L’adolescenza è quel periodo della vita dove si inizia ad intraprendere un percorso verso l’età adulta; un momento fatto di incertezze, timori, piccole vittorie ed anche illusioni. Un lasso di tempo lungo qualche anno, dove si sperimentano capacità innate di ognuno e si cerca di mettere a guadagno desideri e aspirazioni fin lì individuate. Ma cosa succede se la strada che ci pare di aver “brillantemente” intrapreso, improvvisamente trova un ostacolo che non avevamo previsto, neanche immaginato, e la deviazione non si può evitare?

Yuri Carpentieri, 35 anni, alla sua prima pubblicazione libraria, con “Il sentiero dietro casa” mette a nudo la sua vicenda di “caduta” e “rinascita”; un’esperienza biografica rivolta principalmente agli adolescenti, ma utile anche agli adulti, per comprendere che la vita non termina con la disillusione di un sogno accarezzato che pareva già realizzato, se improvvisamente questo si rivela, sfortunatamente, un castello di sabbia trascinato va da un’onda imprevista.

La via di uscita c’è, è lì davanti ad aspettarci: è necessario scegliere di non abbattersi, trovare il coraggio di ascoltare il proprio cuore, ed infine ritrovarsi in un nuovo sogno anche migliore del precedente.

Un libro di esordio autobiografico. Quali le motivazioni di questa scelta così peculiare?

Yuri Carpentieri – Innanzitutto buongiorno e grazie dell’opportunità a Laura e a tutte le persone dietro al nome The Black Coffee che di questa realtà sono il motore e il cuore pulsante.

Io partirei per rispondere alla prima domanda da un presupposto. Non ho scelto io di scrivere questo libro, o meglio, ho sempre coltivato l’ambizione di poter scrivere un libro fin dall’adolescenza, ma per molto tempo è rimasta una velleità e poco più. Lo scorso hanno, invece, ho sentito l’esigenza quasi fisica di scrivere e le parole mi sono uscite come un fiume in piena. Sicuramente questa esigenza è da inquadrare all’interno di un contesto di evoluzione e crescita personale e, dovendo scegliere tra le altre una motivazione, evidenzierei la voglia di mettermi a nudo, rinunciando ad ogni maschera.

Questo è stato un potente carburante che mi ha permesso di dar vita a questo piccolo grande libro.

Il volume porta in luce il mondo degli adolescenti: sogni, bisogni e paure. Con il suo scritto vorrebbe parlare direttamente a loro?

Y.C. – Certo. Ipoteticamente vorrei raggiungere ogni lettore perché credo che per i temi affrontati sia un libro per tutti, dall’adolescenza in su. Mi piacerebbe dar loro una carezza attraverso questo libro. Non vorrei assolutamente aver la pretesa di indicar loro una strada, quella è personalissima per ognuno di noi e la difficoltà sta proprio lì, nel rintracciarla tra i vari indizi sparsi nella storia di ognuno di noi. Quello che vorrei è trasmettere una vicinanza umana, un conforto, portando il mio esempio come una possibilità di rinascita. I ragazzi di oggi con cui mi trovo a lavorare sono molto svegli, curiosi, intraprendenti e sicuri di sé, come io non ero alla loro età. Tuttavia sono anche più bombardati, frastornati da stimoli eccessivi e prospettive abbaglianti. Questo potenzialmente li rende fragili proprio perché più esposti direttamente o indirettamente a modelli allettanti, ma irraggiungibili. Infine mi piace con questo libro giocare, stuzzicarli e mostrar loro un alternativa di prospettive in cui non tutto ciò che è eredità del passato è da considerarsi superato, vecchio, morto, come ad esempio la fede.

Il campetto di calcio rionale – Foto di Yuri Carpentieri

Gli adolescenti, solo in minima percentuale sono attratti dalla lettura, ed in particolare sono maggiormente le ragazze, più che i maschi, ad aprire un libro di narrativa. Come raggiungerli?

Y.C. – E’ vero, infatti parlavo di questa problematica anche con un libraio durante una delle presentazioni svolte in Lombardia. Io, nel mio piccolo, sto cercando di mettermi in contatto con parroci, catechiste, docenti e presidi delle scuole superiori, proponendomi in prima personale per andar loro incontro, per tendergli la mano. Credo sia fondamentale l’esempio e la credibilità. Se loro ti vedono, ti sentono parlare, capiscono. O almeno spero.

Il discorso autobiografico riporta di una “caduta” e una “rinascita” che, per congiungersi, hanno necessità di ingente sofferenza per la rielaborazione emotiva.

Y.C. – Proprio in questi giorni sentivo in un podcast di Vittorio Lingiardi una frase che mi ha colpito.

Freud diceva con un po’ di invidia che gli artisti arrivano a capire le cose prima degli psicanalisti. Citando diceva: “L’arte è il grande contenitore del dolore, la creazione stessa è un farsi male che diventa cura. A volte per l’artista, sempre per il mondo” Per me è stato così, dolore e cura.

Pertanto tornado alla domanda direi che quello che affermi è corretto. Si deve riuscire ad amalgamare le due polarità, a ridurre il gap tra caduta e rinascita, capendo che sono due lati della stessa medaglia o meglio facce diverse delle stesso sfaccettato solido che è la vita. Per fare questa passaggio la sofferenza è un elemento essenziale. Dobbiamo smetterla di pensare alla sofferenza come qualcosa da rimuovere, da evitare a tutti i costi. Certo farsi male in maniera masochistica non giova e non porta frutto, ma una sana sofferenza è il motore di ogni vera rinascita. Beninteso, non vorrei passare per un ipocrita e so bene, anche per esperienza diretta, che chi vive delle sofferenze profonde non le vorrebbe, passando l’amaro calice a qualcuno altro. Tuttavia rilancio e oso dire di più: le sofferenze sono un’opportunità, sono i nostri grandi maestri, se sappiamo vederli così. 

Quanta forza interiore e capacità si dovrebbe già possedere in giovane età per uscire da situazioni difficili, per crescere? Come ci è riuscito lei?

Y.C. – In realtà non credo molta. Credo che nella stragrande maggioranza di noi abiti una grande forza, direi una scintilla di Dio. Spesso ci sottovalutiamo, ma quando siamo chiamati ad una prova, qualcosa di innato si mette in moto e lavora. Quello che noi e soprattutto i genitori possono fare è lasciar fare ai ragazzi. Io credo sia importante permetter loro di sbagliare, come dico anche in un passaggio del mio libro, per mettere in moto meccanismi positivi, per allenarli a risolvere problemi e a stimolare le loro risorse personali. Poi certo è importante la vicinanza e una rete di solidarietà. Avere vicino dei genitori presenti, ma non invadenti, un amico del cuore, una fidanzata comprensiva, un marito con cui si ha una relazione solida è fondamentale. Sentire il loro amore, la loro presenza non giudicante, la loro pazienza è un balsamo per ogni ferita, piccola o grande. Per me è stato così, ma pensandoci credo possa essere una buona ricetta universale. Infine è bello vivere ogni cosa pensando che, forse, nulla accade per caso. Se, in altre parole, quello che capita è qui per insegnarmi qualcosa, dopo lo shock iniziale, è bene drizzare le antenne e guardarsi attorno, dentro e fuori, per cogliere quei segnali che prima o poi arrivano, come è successo a me.

Nella realtà dei fatti, come riporta il titolo “Il sentiero dietro casa” lei aveva un luogo speciale dove riunire i pensieri, dove prendere forza. “Sentiero” è anche sinonimo di cammino, percorso, viaggio

Y.C. – Sì, avevo un luogo speciale nel mio paese, Solbiate Olona. Si trattava di una piccola terrazza posta lungo una scalinata che portava dal paese verso la valle sottostante dove scorre il fiume Olona. In questa terrazza è posta una madonna, in un grotta che dovrebbe richiamare quella di Lourdes. E’ un luogo riservato e tranquillo, dove si gode di un bel panorama e che, vista l’asprezza della salita, scoraggia molti. In generale mi piace molto camminare, credo sia un bel modo per portare in sincronia mente e corpo. Infatti poche settimane fa ho completato il cammino d’Oropa. Una bellissima esperienza di 4 giorni che consiglio vivamente agli amanti del genere.

Dove ha portato il suo personale sentiero?

Y.C. – Io riformulerei questa domanda in “Dove ti sta portando il tuo personale sentiero?” In estrema sintesi mi sta portando sulla mia strada, che può sembrare poco, ma vi assicuro che non lo è. A 35 anni lo vedo come un investimento per il presente e soprattutto per il mio avvenire.

Proprio ora che ci rifletto direi che la direzione intrapresa è quella corretta e devo esserne fiero, perché serve soprattutto coraggio per riscoprirsi.

Servono anche un sacco di errori, quelle “buche” sul cammino, come le definisce in una bellissima “Autobiografia del cambiamento in cinque brevi capitoli” di Portia Nelson.

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Sabato, 23 maggio 2026 – Anno VI – n°21/2026

In copertina: le immagini sono di Yuri Carpentieri

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