Intervista al regista Alessandro Garzelli della Compagnia teatrale “Animali Celesti”
di Laura Sestini
Animali Celesti, teatro d’arte civile, è nata a Pisa nel 2012 come associazione culturale e di promozione sociale. A fondarla e dirigerla è l’attore, regista e autore Alessandro Garzella. La sua esperienza personale – segnata da un corpo portatore di disabilità fisica – oltre a quella artistica, ha contribuito alla nascita di un teatro orientato all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze.
Oggi, Alessandro Garzella dirige un nucleo artistico, di cui fanno parte anche Francesca Mainetti e Chiara Pistoia, attrici con cui aveva lavorato nei precedenti progetti.
La Compagnia è recentemente salita sul palco del Teatro Comunale Eduardo De Filippo di Cecina, del circuito Fondazione Toscana Spettacolo, per poi proseguire verso Anacapri, dove si esibirà il 23 maggio prossimo.
Curiosi di saperne di più sul loro “lavoro di trincea”, definito così da Garzella, abbiamo prosposto di narrarci la loro storia e soprattutto la loro dimensione e visione artistica.
Come nasce la Compagnia Animali Celesti?
Alessandro Garzella – La Compagnia ha una radice profonda, legata alla mia precedente esperienza professionale nella Fondazione Sipario Toscana – Città del teatro di Cascina, realtà che ho ideato e diretto a lungo. In quel contesto, dal 1992 è iniziata le mia ricerca sul rapporto tra teatro alterità e follia che, progressivamente, ha concentrato ogni mio interesse artistico.
Avrei voluto trasformare il teatro di Cascina in un centro internazionale di ricerca universitaria su quello che oggi si chiama “teatro d’arte sociale“, ma questa mia visione non era condivisa e allora, assieme al nucleo artistico che aveva seguito questa mia esperienza, in particolare Francesca Mainetti e Chiara Pistoia, abbiamo fatto nascere Animali Celesti, teatro d’arte civile. Un’esperienza unica in Italia per diversi aspetti: è diretta da un artista disabile che pratica la trincea della ricerca contemporanea, coinvolge molti attori professionisti e tanti giovani studenti universitari in una dimensione trasformativa di lavoro su sé stessi e sulle forme del teatro, include i così detti utenti, che provengono dai servizi socio sanitari (ma anche spontaneamente dal territorio) in contesti aperti, mai ghettizzati nella gabbia del teatro riservato alla sfiga.
Insomma la nostra Compagnia nasce per reazione al pietismo, all’ipocrisia sociale, all’addestramento dei disabili, al teatro che include le diversità addomesticandone l’essenza eversiva.
“Canto d’amore alla follia”, al decimo anniversario, si ispira al vostro lungo lavoro laboratoriale in ambito psichiatrico. Quali i presupposti principali?
A.G. – È lo spettacolo manifesto poetico della Compagnia. Nasce dall’ascolto di tanti contesti psichiatrici; residenze in comunità terapeutiche, centri diurni, case famiglia, luoghi di cura, facendo un montaggio di visioni ai limiti della realtà e, nello stesso tempo, vissute nella quotidianità di una sofferenza talvolta ribaltata in mondi surreali molto difficili da comprendere senza essere vissuti. Quando debuttammo molti ci dissero che l’opera, in questo Paese, sarebbe stata compresa, sul piano culturale, dopo una decina d’anni ed in effetti oggi fatichiamo meno a presentare un mondo che contrasta completamente coi canoni del vivere sociale, di concepire l’handicap, forse perfino di proporre una drammaturgia che nel delirio cerca ragione di cui la saggezza non dispone.
La civiltà razionale ha prodotto il mondo che viviamo. Io ovviamente non so se l’irrazionalità avrebbe favorito una umanità migliore. Sicuramente so che il benessere è spesso una narcosi che censura le fragilità di tutti noi, la maestria del dolore, costringendoci a performare una vita d’apparenze vuote, se non violentemente feroci e restrittive. Gli antichi dicevano che i matti sono messaggeri degli dei. Nella parte sana della follia ci sono bellezze che la vita di ogni giorno svilisce, opprime. Senza considerare che nell’amore, inteso proprio come pazzia amorosa, come eros universale, risiede la parte migliore di noi stessi. Troppo spesso dimenticata o derisa dalle volgarità di un mondo molto banale.
Lavorare con persone con disagio psichiatrico è stata una scelta ponderata, qualcosa che offriva il territorio di riferimento, o una casualità?
A.G. – Per vent’anni ho fatto il teatro “normale”, collaborando anche con attrici e attori di successo. Ho fatto lirica, commedie, music hall, teatro ragazzi, teatro sperimentale, teatro di strada e così via. Si guadagnava bene ma anche tanta noia e smania di successo. Ho iniziato a conoscere i matti quasi per caso, grazie ad uno psichiatra che mi ha sollecitato a conoscere una realtà che ignoravo. Erano gli anni in cui si chiudevano i manicomi e quell’incontro mi ha fatto capire cosa cercavo io davvero nel teatro. La mia necessità effettiva, ben oltre gli orpelli di un mestiere che spesso è proprio senza senso. Nei matti ho trovato dei fratelli. Con loro, a differenza di molti attori affermati, stavo bene, ridevamo delle rispettive manie. Ho capito che in scena un matto può andare solo a due condizioni: che ci sia un contesto professionale che ne garantisca il rispetto della sua identità personale, della dignità dell’individuo in quanto tale e, due, una sorta di consapevolezza artistica, un talento che trascende dall’obiettivo sociale. Questa battaglia è difficile da combattere perché usualmente gli spettatori, ma anche i colleghi, non sono capaci di avere una relazione sana coi malati di mente. O ne hanno paura o li trattano come fossero bambini. Li compatiscono o pretendono da loro buffonerie innocue e sconfortanti. Spesso a teatro, coi matti in scena, si respira una ipocrisia inaccettabile. Lo sfruttamento delle diversità è ormai una prassi consolidata dai quattro stracci con cui campano gli artisti.

La “follia” esiste o è solo una dimensione/visione differente della vita che include comportamenti fuori dalle convenzioni? Come definireste ciò che in ambiente popolare si chiama “follia”?
A.G. – Innanzi tutto bisogna accordarci sul tipo di follia di cui stiamo parlando. Quella dei tiranni che stanno trucidando popoli e distruggendo città per innalzare grattacieli di finanze? Quella dei bulli, degli stupratori, dei violentatori di donne e di bambini? Quella dei politici che fanno gli affari dei propri clan fregandosene della morale, della competenza? Quella dei distruttori di Madre Natura? Oppure quella dei matti che, certificati o meno, non reggono emotivamente, mentalmente a tutta questa stupidità e violenza? O quella dei poeti, dei visionari, capaci di costruire mondi invisibili ai più? Non credo che da una parte ci siano le convenzioni sociali e dall’altra chi ne trasgredisce regole e valori. Credo che da una parte ci siano interessi materiali più o meno immondi, razionalmente accolti dalla società contemporanea e dall’altra chi sta altrove, chi viaggia controvento, magari senza neanche saperlo o volerlo. Per necessità di sopravvivenza dell’umano.
Tra essi alcuni scoppiano, manifestando sofferenze, psicosi, impossibilità di adattamento. La follia, così come il dolore, la malattia, sono componenti naturali dell’esistenza che, specie in Occidente, abbiamo relegato in una prigione culturale che ne annienta tutti gli aspetti positivi: l’anti conformismo, l’accettazione dei propri limiti, l’ammissione della morte e della rinascita, la forza di reazione e legge di compensazione che restituisce ciò che toglie in un altrove più sottile.
Amore e follia vanno d’accordo? L’amore stesso si può definire “folle”
A.G. – “Canto d’amore alla follia” attraversa in lungo e in largo proprio questa tua domanda. Lo fa, o almeno prova a farlo, con l’unico linguaggio consono a questo scopo: il linguaggio della poesia, quello fatto di paradossi, euforie, gesti, smarrimenti e, soprattutto, l’invisibilità che prende le sembianze di qualcosa o di qualcuno a cui attribuisci quel valore sacro e magico che così tanto manca alla vita di tutti noi. Non so se amore e follia vanno d’accordo. Entrambi, sicuramente, hanno bisogno anche di pace, serenità. Ma forse l’uno nutre l’altro. E se si separano completamente la serenità diventa soltanto noia.
“Canto d’amore alla follia” è una composizione considerata pietra miliare del “teatro sociale d’arte contemporaneo”. Cosa significa esattamente? Sembra un confine troppo netto. Amore e follia, al contrario, “sbarre” non ne hanno mai avute, neanche oltre la realtà, nella letteratura, nel mito.
A.G. – Non so risponderti. Ogni volta che Francesca ed io lo facciamo ci sentiamo attraversati da qualcosa di particolarmente intimo: come fosse un rito di rinascita, misterioso anche per noi. Perché prescinde da noi, come persone e come artisti. È sicuramente un tributo al teatro, fuori da tutte le etichette. Forse, ma sicuramente sono la persona meno adatta per dirlo, quest’opera supera il luogo comune per cui un attore con handicap, specie nel così detto teatro sociale, dovrebbe prescindere dalla sua disabilità per aspirare ad essere altro da sé. Forse il modo in cui noi prescindiamo dalla disabilità implica per gli spettatori un attraversamento dello scandalo. Lo scandalo dell’amore che va oltre la follia, lo scandalo d’esistere malati, lo scandalo di essere felici anche nel supplizio della vita. Lo scandalo d’essere disturbanti, fastidiosi senza volerlo. Però non credo che quest’opera segni confini. Anzi, forse ne abbatte un bel po’. O almeno ci prova. Mi vengono in mente le frasi finali: c’è una boscaglia / c’è una boscaglia di corpi aggrovigliati in cielo / sorgenti e bocche / sazie di godere / hanno la pelle bianca e liscia e magra / vivono il moto eterno del piacere / sono follia assennata / conoscono l’arte divina e scellerata d’essere senza cervello e saggi / s’accoppiano / nella deformità dell’estasi / hanno lo stesso candore dei selvaggi.
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Sabato, 16 maggio 2026 – Anno VI – n°20/2026
In copertina: foto di Riccardo Pittaluga

