Una capitale senza rifugi, tra paura quotidiana e propaganda di regime
di Reza Rashidy
Da più di dieci giorni Teheran — metropoli irrequieta, rumorosa, sempre in movimento — è sprofondata in un silenzio irreale. Il traffico incessante che un tempo paralizzava le sue strade sembra appartenere a un’altra epoca. Le vie sono quasi vuote, le saracinesche dei negozi abbassate, i quartieri sospesi in un’attesa inquieta.
La ruota della vita e dell’economia si è fermata. In una città abituata a correre, l’orizzonte dell’esistenza si è improvvisamente ristretto a un pensiero elementare: “restare vivi fino al mattino seguente”.
La città militarizzata – Nel momento in cui la popolazione avrebbe più bisogno di sicurezza e protezione, il volto della capitale si è trasformato in qualcosa di inquietante. Teheran somiglia sempre più a una caserma.
Veicoli delle forze di sicurezza presidiano piazze e incroci principali, mentre le canne delle mitragliatrici dominano gli spazi pubblici come un monito silenzioso. Posti di blocco disseminati in tutta la provincia gettano la loro ombra sui pochi passanti rimasti: volti stanchi, sguardi diffidenti, passi frettolosi.
In questa atmosfera sospesa sembra quasi che, prima ancora di temere il cielo sopra le nostre teste, dobbiamo avere paura delle strade della nostra stessa città.
È il segno di una doppia guerra: quella che arriva dall’alto e quella, più sottile, che il potere conduce contro la propria società.
La guerra dentro le case – La guerra si misura anche nei dettagli più quotidiani. Il prezzo degli alimenti più semplici — uova, patate, pane — è raddoppiato o addirittura triplicato.
La sofferenza di un padre che, nel mezzo dell’ansia e dell’incertezza, non riesce a comprare nemmeno un pasto modesto per la propria famiglia non è meno dura delle macerie lasciate dalle bombe.
Alle difficoltà si aggiungono le lunghe file davanti ai distributori di benzina e alle panetterie: attese interminabili, fatte di silenzi e di sguardi inquieti, mentre la città trattiene il respiro.
I bambini e le vittime invisibili – Gli attacchi aerei continui e le notizie di vittime civili hanno tolto il sonno alla città. Il peso più crudele di questo terrore ricade sui bambini. Tremano a ogni esplosione, e il loro unico rifugio è l’abbraccio fragile dei genitori.
Ci sono poi le vittime che raramente entrano nelle statistiche della guerra: donne incinte che perdono il bambino che portano in grembo dopo il fragore delle detonazioni; anziani che muoiono d’infarto sotto il peso della paura. Morti invisibili, ma non meno reali.
Una capitale senza difesa – Per decenni il regime ha lanciato sfide e minacce contro Israele, promettendo la distruzione di quel paese. Eppure oggi, quando la guerra arriva alle porte della capitale, emerge una verità difficile da ignorare: la popolazione civile è quasi completamente indifesa.
Oltre ai missili e ai droni offensivi, non è stato predisposto quasi nulla. Non suonano sirene d’allarme che possano dare alla gente il tempo di mettersi al riparo. Non esistono rifugi dove una madre possa nascondere il proprio figlio.
I cittadini di Teheran restano così sospesi tra il cielo e la terra, ad attendere l’imprevedibile.
Cortei di propaganda nel cuore della paura – E tuttavia, forse la scena più amara è quella dei cortei organizzati dai sostenitori del regime. Nelle stesse strade segnate dal lutto e dall’angoscia sfilano manifestazioni accompagnate da slogan e discorsi minacciosi, ufficialmente dedicate al cordoglio ma impregnate di propaganda.
In una società già traumatizzata dalla paura delle bombe, queste dimostrazioni di forza accrescono un sentimento profondo di estraneità. Come se molti cittadini si scoprissero improvvisamente “stranieri nella propria città”.
La pioggia nera – Come se le bombe non bastassero, su Teheran è caduta anche una “pioggia nera” dopo gli attacchi contro depositi di carburante e raffinerie nei dintorni della capitale.
L’aria tossica che avvolge la città rischia di trasformare l’emergenza militare in una crisi ambientale e sanitaria di lunga durata. Secondo le prime valutazioni, le sostanze presenti nelle precipitazioni contaminate possono provocare gravi problemi respiratori e altre conseguenze ancora difficili da prevedere.

Il rituale della propaganda – Nel frattempo la televisione di Stato — pur colpita due volte dai missili — continua imperterrita a trasmettere la propria narrazione. Parla di vittorie contro il nemico e allo stesso tempo minaccia chiunque venga accusato di collaborare con esso: impiccagione e confisca dei beni, anche per chi vive all’estero. È il linguaggio familiare dei regimi sotto pressione: celebrare la forza mentre la realtà mostra la fragilità.
Il paradosso del potere
E proprio nel mezzo della tragedia, il potere mette in scena uno dei suoi paradossi più rivelatori. Dopo la morte del “capo supremo”, Ali Khamenei — evento che alcuni osservatori considerano l’unico vero successo strategico ottenuto dagli Stati Uniti in questa guerra — la successione avviene attraverso una procedura opaca che porta alla nomina del figlio, Mojtaba Khamenei.
Con questo gesto viene cancellato uno dei principi che la Repubblica islamica aveva sempre proclamato con orgoglio: “la non ereditarietà del potere”, presentata fin dall’inizio come la grande differenza rispetto alla monarchia.
Così, mentre le bombe continuano a cadere su Teheran, un altro paradosso si compie sotto gli occhi del mondo: una rivoluzione nata per abbattere una dinastia sembra trasformarsi, lentamente e senza imbarazzo, “in una dinastia essa stessa”.
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Reza Rashidy – è nato a Teheran il 31 agosto 1950. Dopo aver conseguito il diploma di liceo scientifico si è trasferito in Italia nel 1968. Nel 1976 ha conseguito la laurea in Architettura presso l’IUAV di Venezia. Fino al 1979, su incarico del governo algerino, ha lavorato come urbanista ad Algeri. Nel 1979 dopo la rivoluzione islamica, si è trasferito in Iran.
Nel 1980 ha lavorato per un anno come giornalista presso l’ufficio ANSA di Teheran. Dal 1981 al 1985 ha lavorato come interprete, mediatore e organizzatore dei programmi culturali presso l’Istituto Italiano di Cultura dell’Ambasciata italiana a Teheran. In quest’arco temporale ha tradotto dall’italiano in Farsi anche numerosi saggi, articoli e libri. Dal 1985 si è stabilito definitivamente in Italia dove tra l’altro, collabora con diversi settimanali e periodici italiani oltre che con enti e agenzie per la traduzione di testi e pubblicazioni di ogni genere: culturale, giuridico, tecnico e commerciale. Vive a Venezia.
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Sabato, 14 marzo 2026 – Anno VI – n°11/2026
In copertina: Mojtaba Khamenei insieme ai figli durante “La giornata di Quds”, nel 2018

