Yazidi: a sei anni dalla pulizia etnica

Donne yazida ancora disperse

Cronache di un popolo dimenticato nei campi profughi

di Laura Sestini

Il 3 agosto ricorre il sesto anniversario della abominevole strage di civili appartenenti alla popolazione degli Ezidi/Yazidi (secondo la dizione linguistica), la minoranza curda che risiede(va) nei monti della regione nord-irachena dello Shengal (dizione curda), a ridosso del confine siriano.

Quel caldo agosto del 2014, pochi giorni dopo la conquista della città irachena di Mosul e poco prima che Abu Bakr al-Baghdadi – capo carismatico dell’esercito islamista – proclamasse il quartier generale del Califfato Islamico nella città siriana di Raqqa, un’orda di mercenari legati alla jihad (la guerra santa contro gli infedeli) di Daesh/Isis, dal centro-ovest dell’Iraq invase le aree sacre del popolo yadiza sui Monti Sinjar (dizione araba).

Viceversa, i jihadisti dello Stato Islamico considerano quei luoghi come abitati dal diavolo, di cui ne sarebbero adoratori gli Yazidi – secondo la versione islamica fondamentalista.

Differentemente dalla maggioranza del popolo curdo – di fede musulmana, o in piccola percentuale cristiana caldea – i Curdi ezida praticano una religione che si rifà allo Zoroastrismo (anche Mazdeismo), un antichissimo credo professato dal profeta e mistico iranico Zaratustra.

In quei giorni del 2014, l’Isis – benché ancora non riconosciuto ufficialmente come sigla teologico-politica – aveva già conquistato vaste aree dell’Iraq, e i suoi mercenari venivano contrastati dall’esercito iracheno, i peshmerga del KRG – le milizie della Regione Autonoma Curda Irachena e dalla coalizione internazionale a guida Usa – alla quale ha partecipato anche la forza militare italiana, principalmente a presidio della diga di Mosul sul fiume Tigri.

Nonostante la regione fosse militarmente presidiata da differenti punti logistici, e i quali peshmerga del Governo regionale curdo fossero dispiegati a protezione dell’area, le forze islamiste riuscirono a entrare in numerosi villaggi perpetrando una vera e propria pulizia etnica (più fonti adducono la responsabilità proprio ai peshmerga, che giorni prima avrebbero disarmato gli Ezidi. A quale scopo?)

Donne yazida in fuga dai villaggi

Se la maggioranza degli uomini fu assassinata arbitrariamente sul posto, le donne e i bambini – quelli che non riuscirono a fuggire prima dell’arrivo dei combattenti islamisti – furono catturati e trasferiti nei mercati di Mosul, e in seguito di Raqqa, per essere venduti come schiavi. Alcune donne – le sui immagini furono mandate in onda dai telegiornali di tutto il mondo – furono arse vive in gabbie di ferro sistemate in luoghi pubblici, quale propaganda a favore della guerra santa islamica; mentre altre finirono schiave di affiliati o simpatizzanti dello Stato Islamico, nonché di danarosi emiri dei Paesi del Golfo Persico.

A oggi sono state scoperte 65 fosse comuni di Curdi-ezida, che si sono lasciate alle spalle i mercenari dell’esercito islamista, e circa 2800, dei 7 mila tra donne e bambini rapiti, risultano ancora dispersi.

Shengal

Tra gli Yazidi, chi ha avuto la fortuna di scampare al genocidio – oltre alla sete, alla fame e alla fatica sopportate sulle montagne, dirigendosi verso i confini siriani, dove diverse migliaia avevano già trovato rifugio fuggendo – si trova oggi nella condizione di sfollato e, difatti, circa 400 mila tra loro risultano tuttora presenti nei numerosi campi profughi nella Regione Autonoma Curda Irachena, in Turchia e in Siria di Nord-est a maggioranza curda.

A sei anni dagli atroci eventi, l’area yazida dello Shengal è ancora completamente da ricostruire e disseminata di IED (Improvised Explosive Device – meccanismi esplosivi improvvisati), lasciati volontariamente dai jihadisti di Daesh nei luoghi conquistati – di cui faticosamente si cerca di fare pulizia ( ne avevamo scritto qui: http://www.theblackcoffee.eu/a-caccia-di-mine-disseminate-dallisis-in-pentole-padelle-e-giocattoli/ ) per permettere alle famiglie di far ritorno nei luoghi di residenza e lasciare finalmente i campi profughi.


Ad esempio di ciò che è accaduto alle donne, di cui moltissime bambine, rapite o acquistate dai fondamentalisti islamici, citiamo la storia di una bambina di 10 anni, schiava per tre anni. Prima di essere liberata nel 2017 – dopo la sconfitta di Daesh in Iraq – è passata di mano a otto uomini diversi, uno dei quali – secondo la sua testimonianza – quando si arrabbiava, la trascinava per i capelli su per le scale e poi la sbatteva violentemente contro il muro.

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