Weiss weiss – L’essere del non essere. Sulla sparizione di Robert Walser

Foto di Alvise Crovato – riproduzione vietata

Al Festival Esperidi_on_the_Moon va in scena il nuovo lavoro del Teatro della Contraddizione

di Laura Sestini

Certo che Robert Walser non poteva risultare un soggetto ordinario neanche alla sua epoca, nella prima metà del Novecento, tantoché, durante la sua difficile vita, tra le numerose circostanze, percorse a piedi 950 chilometri, di ritorno da Berlino a Biel, la sua città di origine nella Svizzera tedesca.

Tra gli autori preferiti da Kafka, probabilmente per affinità di intrecci e tematiche letterarie, e amato da altri grandi autori in lingua tedesca, quali Herman Hesse o Rainer Maria Rilke, che ne recensirono numerose opere, Robert Walser fu nella vita reale una persona tanto sensibile quanto sofferente e poco compresa, invisibile anche agli occhi della famiglia, che infine lo sistemò in una clinica psichiatrica, dove visse per oltre 20 anni, fino alla sua scomparsa, senza opporsi.

Il lavoro portato in scena a Villa Sirtori a Olginate – una delle numerose location del Festival, prospiciente le rive del maestoso fiume Adda – con la regia di Marco Maria Linzi, si riallaccia al romanzo Jacob von Gunten, uno dei più noti scritti del singolare autore elvetico che, seppur poco conosciuto al grande pubblico, è considerato tra i maggiori del Novecento in lingua tedesca. Il testo drammaturgico, scritto dallo stesso regista Linzi, ha incontrato – per la composizione – anche opere di Kakfa e Gorkij che trattano tematiche affini a Jacob von Gunten.

L’intenzione – ben espressa nella performance teatrale – è indirizzata a dimostrare come si possa ‘essere’ andando in direzione contraria, ossia aspirando a ‘non essere’- tesi senz’altro attraente da sondare nell’era dell’apparire e del mostrarsi a tutti i costi.

Una scenografia minimale – di atmosfera grigia e volutamente dimessa – che all’occorrenza si trasforma in ambienti diversi tramite interessanti videoproiezioni di interni, incornicia un palco carico di aperture e nascondigli dove si possono rifugiare gli attori nei momenti di riposo dalle interpretazioni.

Numerosi gli interpreti sul palco – frequentemente in azioni corali che, a tratti, hanno ricordato il genere musical per i movimenti simmetrici degli stessi – tra i quali si distinguono tre personaggi principali: Micaela Brignone nelle vesti di Jacob von Gunten/Robert Walser, Fabio Brusadin nei panni di Pepe il cameriere e Sabrina Faroldi del direttore (e anche nelle vesti della maestra e della madre) dell’istituto Benjamenta, quest’ultimo il luogo di ambientazione storico-geografica che riconduce alla scuola per servitori di Berlino – dove si inscrive l’architettura letteraria e teatrale – realmente frequentata da Robert Walser.

Il testo, spesso ridondante delle medesime informazioni, procede attraverso la recitazione cadenzata da un accento teutonico-balcanico di tutti gli interpreti, a ricordare – immaginiamo – i luoghi frequentati da Jacob von Gunten, il personaggio letterario che si intreccia autobiograficamente con Robert Walser.

Ma come si può vivere ‘senza essere’? Nell’idea di Robert Walser ciò si manifesta nel voler scomparire, rendersi invisibile, approfondire il meccanismo di essere utile, fiero della propria umiltà, piuttosto che dimostrare – all’opposto – di essere qualcuno, bensì andando alla ricerca del proprio sé più intimo.

Nelle note di regia, Marco Maria Linzi suggerisce la modalità per un’esistenza diversa, passata, e l’annientamento di ciò che potevamo essere, verso un futuro differente e più onesto, soprattutto riguardo a noi stessi. <<Dovremmo nascere tutti orfani – cita Jacob – e conoscere i nostri genitori da grandi>>, giudizio utile per descrivere quanto la famiglia di origine spesso condizioni con forza l’esistenza di una persona. <<Cosa vuole un uomo lo decidono gli altri>>.

Annientare se stessi può coinvolgere una molteplice varietà di punti di vista, ed essere rapportabile a ciò che abbiamo appena vissuto nel recente lockdown a causa del Covid-19: non ci siamo dovuti annientare, rimodulando le nostre esistenze, ed esigenze, serrati in casa, in attesa di non sapevamo quale possibilità futura? Ci hanno obbligato a calarci nell’oblio degli esseri invisibili, a lottare con le nostre paure e i nostri desideri. Ecco, proprio questi ultimi sono il tormento dell’umanità. Si desidera essere qualcuno perché l’altro ci noti e ci restituisca un sorriso o un gesto che ci salvi dallo stesso abbandono.

La salvezza, Robert Walser la trova in lunghe passeggiate immerso nella natura, spesso nel paesaggio immacolato dell’inverno elvetico, totalmente bianco – weiss in lingua tedesca – ambiente, la natura, vietato per legge agli umani, anche in solitudine, durante i mesi di chiusura pandemica.

“A spasso – risposi – ci devo assolutamente andare, per ravvivarmi e per mantenere il contatto col mondo; se mi mancasse il sentimento del mondo, non potrei più scrivere nemmeno mezza lettera dell’alfabeto, né comporre alcunché in versi o prosa. Senza passeggiate sarei morto e da tempo avrei dovuto rinunciare alla mia professione, che amo appassionatamente. Senza passeggiate, senza andare a caccia di notizie, non sarei in grado di stendere il minimo rapporto, e tanto meno un articolo, non parliamo poi di scrivere un racconto”, (tratto da ‘La Passeggiata’ – 1917).

Gli ambienti di cura e di controllo, che riflettono la sua vita, sono frequenti nell’opera di Walser, e l’istituto Benjamenta ne è l’emblema, rispecchiando sia la società reale che il ‘non essere’ che si persegue per rifuggire la sofferenza interiore. Difatti, Pepel – il servitore – ormai guarda il mondo solo dalla finestra, a differenza di Jacob che ancora esce tra la folla, ove trova, però, solo fracasso e persone che rincorrono i desideri, raccogliendo solo tormenti e illusioni.

Il lavoro teatrale su Walser di Teatro della Contraddizione dura circa tre ore, fruibili attraverso un atto unico, risultando un tempo immenso – eccessivo, per un mondo che viceversa gira a velocità supersonica.  Escludendo di reputare il lavoro uggioso, perché non lo è, apparendo nel suo complesso interessante e di ritmo sostenuto, suggeriamo di sforbiciare qualche tratto ripetitivo al fine di ridurne la durata complessiva.

Brava Micaela Brignone nel riuscire a portare avanti, senza intoppi e cali di prestazione, la lunghissima recitazione del personaggio di primo piano – Jacob – anche se il timbro di voce risulta troppo delicato per un personaggio maschile, sebbene cortese e senza dubbio inafferrabile nella personalità, tanto bravo a dire quanto a non agire e a non prendere decisioni. Un personaggio sempre in bilico, canzonatorio verso ciò che non gli piace, o che vorrebbe diverso, ma incapace di spostarsi dai propri dubbi.

Certo ‘essere’ è ciò che ci richiederebbe la società, ma si mostra complicato e faticoso da attuare tanto quanto ‘non essere’, moto dell’animo che si scontra continuamente con l’annientamento che la stessa società perpetra sull’umanità modello-globalizzato, dal quale sembra non ci si possa liberare.

Nonostante ciò è inverosimile annientare la propria personalità, benché debole; qualcosa – anche se volontariamente schiacciato o, al contrario, agito dall’alto – rispunterà sempre, poiché la vita germoglia comunque, inaspettatamente e anche senza esserne consapevoli. La vita racchiude intrinsecamente il codice dell’autoconservazione, mediando tra le condizioni esterne e quelle intime.

<<Dillo che non ce la fai più! – sussurra Jacob a Lisa, unica Lehrerin, insegnante dell’istituto, di cui è segretamente innamorato, mentre lei sapendo di essere gravemente malata – infine, rimette in discussione tutta la sua vita>>.

In sintesi ciò che crediamo davvero ci possa salvare – oltre alle passeggiate e al rapporto di armonia con l’habitat – sono le relazioni umane, quelle autentiche, davanti alle quali non c’è da dimostrare di ‘essere’ niente, da qualcosa di diverso di ciò che naturalmente siamo.

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