Venivamo tutte per mare

Medusa spiaggiata, di notte, sulle coste thailandesi. Foto di Simona Maria Frigerio

Persino le meduse spiaggiano dove vogliono

di Simona Maria Frigerio

Rileggendo in questi giorni il libro di Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, dedicato alle spose giapponesi per corrispondenza, emigrate negli Stati Uniti dai primi del Novecento fino agli anni 30, e pubblicato nel 2011, ci si accorge subito della sua attualità.

Ancora poco nota – o, meglio, obnubilata dalla narrazione ufficiale, che ha reso gli States il Paese dei ‘giusti’, in quanto vincitori, e quello del Sol Levante dei ‘gialli’, sprezzante epiteto cinematografico, e non, per i vinti – la decisione di Theodore Roosevelt di rinchiudere, in base all’Ordine Esecutivo 9066, siglato nel febbraio 1942, circa 110 mila giapponesi americani nei campi di concentramento (né più né meno del Fuhrer con gli ebrei, fatto salvo evitare di gasarli), la stessa è protagonista delle ultime pagine di questo piccolo romanzo, a tratti ‘lista della spesa’ ma con un inizio e un finale lancinanti.

L’aberrante decisione è descritta con poesia negli ultimi capitoli del racconto corale di Otsuka che canta le vite miserevoli di migliaia di donne emigrate dal Giappone per sposare connazionali trasferitisi anni prima negli States, e mai visti (in stile Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata, giusto perché gli italiani non dimentichino il proprio passato), le quali, per decenni, hanno servito nelle case o nei campi a Stelle e Strisce, sfruttate quanto le donne latinoamericane di oggi, e che alla fine si sono viste rinchiuse – senza processo e senza aver commesso alcun delitto ma solamente a causa della propria origine etnica. Un fatto ancora più grave se si pensa che la Corte Suprema, nel ‘44, considerò tale pratica – contraria a qualsiasi diritto umano o legge di uno Stato considerato democratico – come “justified during circumstances of emergency and peril” (giustificata in circostanze di emergenza e pericolo, t.d.g.). Di contro, ci si chiede perché, se tale ‘giustificazione’ avesse qualche fondamento aldilà del razzismo, non rinchiudere anche italiani e tedeschi immigrati – parimenti nemici dei cosiddetti Alleati e parimenti potenziali spie e/o sabotatori.

Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Edizione Speciale TEA, 2020

Il kimono bianco di Mikiko e le cicatrici di Dakite Abdou
Ieri come oggi, i migranti – soprattutto se diversi per colore di pelle o caratteristiche somatiche – vanno disumanizzati. Bianchi, il terzo capitolo del libro di Otsuka, inizia così: “Ci insediavamo ai margini delle loro città, quando ce lo permettevano. E quando non ce lo permettevano – ‘Il tramonto non vi sorprenda in questa Contea’, dicevano a volte i loro cartelli (qualcuno rammenta: ‘Non si affitta ai terroni’?) – proseguivamo il viaggio”. Perché allora, nei primi decenni del Novecento, si era almeno liberi di trasferirsi da uno Stato all’altro degli Usa – a differenza di oggi, in Europa.

Al contrario, oggi può accadere, come a Dakite Abdou, un quindicenne proveniente dalla Costa d’Avorio, di dover scappare dal proprio Paese – a un’età in cui si dovrebbe ancora andare a scuola e a giocare al pallone – e di essere torturato (forse in un carcere libico), salire su di un barcone diretto verso i cancelli dorati d’Europa e finire in mezzo al mare – pastura per i pesci. Poi, grazie a un colpo di fortuna, essere raccolto – insieme ad altri 200 naufraghi – sulla nave di una Ong. In questo caso, la Open Arms (tra l’8 e il 10 settembre scorso), dalla quale si è trasferiti (il 18 dello stesso mese) sulla nave quarantena Allegra (una delle 5 attualmente in uso, con quei nomi così appealing perché originariamente da crociera), ancorata al largo del porto di Palermo (http://www.vita.it/it/article/2020/10/07/quei-migranti-invisibili-sulle-navi-quarantena/156901/).

A questo punto, un lieto fine? Nonostante le torture subite durante il suo viaggio della speranza, sulla nave quarantena non vi sono le attrezzature ospedaliere necessarie, e il ragazzino è lasciato a se stesso fino al 28 settembre, quando è visitato dai medici della Croce Rossa: “Non si nutre da 3 giorni e risulta apiretico all’ispezione – si legge in un referto – sono visibili numerose cicatrici verosimilmente conseguenti a torture subite in carcere in Libia (questo dato viene riferito da un compagno di viaggio)… Il paziente lamenta dolore in sede lombare bilaterale. Manovra di Giordano positiva. Si sospetta un coinvolgimento renale conseguente a stato di disidratazione”, così scrive Repubblica.it (https://palermo.repubblica.it/cronaca/2020/10/06/news/palermo_il_migrante_quindicenne_morto_in_ospedale_la_procura_apre_un_inchiesta-269684447/).

Ma non basta. Dakite Abdou si aggrava fino al punto che il 30 settembre si decide, finalmente, di trasferirlo, prima, all’ospedale Cervello (dove è “ricoverato per ‘polmonite’ e riscontrato un forse stress post-traumatico oltre a un ‘grave stato di denutrizione e disidratazione volontaria’”, di Repubblica.it anche i virgolettati) e, quando entra in coma, all’Ingrassia – sempre a Palermo. Il 5 ottobre il decesso. Nessuna terra in vista al termine del viaggio, nessuna possibilità di raccogliere le sue cose e andarsene in un altro Stato, solo il limbo di una nave quarantena (doppio tampone negativo, il ragazzino non aveva nemmeno il Covid-19) e la morte in un Paese di migranti che, oltre alla bussola, ha perso la memoria.


La narrazione massmediatica fonte di disinformazione
Ma torniamo al libro di Otsuka, a quelle donne giapponesi, sposate a degli sconosciuti, che dopo venti o trent’anni a raccogliere fragole e cavoli o a potare viti e arare campi, lavare biancheria sporca o pulire abitazioni Wasp – mentre partoriscono figli che, spesso, muoiono prima di arrivare all’età adulta – d’un tratto sono bollate, insieme ai loro mariti, come ‘traditori’. Il capitolo principia così: “Le dicerie cominciarono a raggiungerci il secondo giorno di guerra. Si parlava di una lista. Di gente portata via nel cuore della notte” e più avanti: “Da un giorno all’altro, i nostri vicini cominciarono a guardarci in modo diverso… Le signore del club cominciarono a boicottare le nostre bancarelle di frutta, perché temevano che la merce fosse avvelenata con l’arsenico. Le assicurazioni ci cancellarono la polizza. Le banche ci congelarono il conto. I lattai smisero di consegnarci il latte a domicilio”. E allora, come oggi, “Tutto questo, naturalmente, succedeva per via degli articoli sui giornali. Dicevano che migliaia dei nostri uomini erano entrati in azione, con precisione cronometrica, nel momento in cui era partito l’attacco all’isola (intendendo le installazioni militari statunitensi a Pearl Harbor, sull’isola Oahu, nell’arcipelago delle Hawaii, n.d.g.)… Dicevano che i nostri agricoltori erano soldati di fanteria di un enorme esercito segreto”.

In questi giorni di seconda ondata del Covid-19 (e, del resto, le influenze tornano ogni anno), come nei mesi scorsi, la ricerca forsennata dei click porta a una narrazione terroristica, esercitata soprattutto con titoli poi smentiti dal contenuto. Un esempio a caso. “Covid, ricoveri in aumento: cresce la pressione su ospedali e laboratori del centro-sud”, titola Il Sole24Ore.com a firma Amadore, Ganz, Greco, Monaci, Rutigliano, Viola (9 ottobre 2020). Nell’articolo, però, si legge che: “quella che sembra configurarsi come la seconda ondata del Covid-19, [è] caratterizzata però da una quota crescente di tamponi – giovedì il picco assoluto dall’inizio della pandemia – e da una quota dominante di asintomatici”. E più oltre: “«Non vi è alcuna carenza di posti letto su scala regionale come paventato da notizie inesatte circolate nei giorni scorsi», chiarisce la Regione” Campania. E ancora: “In Lombardia l’impennata di contagi di questi giorni – giovedì oltre 600 casi in più – sta creando preoccupazione ma non ancora allarme perché, spiegano gli esperti regionali, non c’è ancora un alto livello di ospedalizzazione. I ricoverati l’8 ottobre erano 361, quelli in terapia intensiva 41: numeri lontani da quelli di aprile e maggio, quando i ricoverati hanno raggiungo le 12 mila unità e le terapie intensive superato i 1.500 casi. Intanto aumentano i tamponi effettuati – solo giovedì oltre 22 mila – fatto che ovviamente fa salire il numero dei casi”. Il titolo è continuamente smentito dal contenuto – ma tanto basta.

Come gli statunitensi bianchi che leggevano il titolo in prima pagina, magari in bella mostra nel distributore automatico, e reagivano dando alle fiamme i panni di Mitsuko o inviando lettere minatorie anonime; così oggi il terrore fa allargare a macchia d’olio la paura, l’uso della delazione, la violenza verbale e fisica contro chiunque abbia posizioni diverse (additato come ‘negazionista’) e si colpevolizza la positività a un virus (come accadeva ai malati di Aids) o il comportamento dei giovani che, per gran scorno del nostro gerontocomio sociale, restano quasi sempre asintomatici. Fatto salvo non osare giudicare quando a contagiarsi è il politico di turno, e sono ormai tanti nel nostro Parlamento – dato che, come insegnava Sant’Agostino, varrebbe sempre il “Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”.

Turismo ricco, migrazione povera. Foto da Phi Phi Don di Simona Maria Frigerio

E i giapponesi scomparvero come se non fossero mai esistiti
L’ultimo capitolo di Julie Otsuka dà voce agli statunitensi bianchi di origine britannica (i cosiddetti Wasp: White Anglo-Saxon Protestant), dopo che uomini, donne e bambini giapponesi americani furono deportati, senza sapere dove stessero andando, cosa sarebbe successo loro ma, soprattutto, quale fosse il loro crimine: “Alcuni di noi partirono piangendo. E alcuni di noi partirono cantando”.

L’autrice ricorda le assicurazioni fumose dei politici: “I giapponesi sono in un posto sicuro… [ma] se vi dicessi dove sono non sarebbero più al sicuro, non vi pare?”. E l’egoismo ammantato di praticità dei cittadini bianchi: “Molti di noi ammettono che, malgrado passassero tutti i giorni davanti a quegli avvisi andando in città, non avevano mai pensato di fermarsi a leggerli. «Non erano per noi» dicono”. E alla fine l’oblio: “Con l’arrivo della prima brinata, le loro facce cominciano a confondersi e sfocarsi nella nostra mente… I più piccoli li ricordano appena. «Forse una volta ne ho visto uno» ci dicono”.

Sulle navi quarantena così come nei Centri di Accoglienza (eufemistica espressione, come quella di Centri per l’Impiego) i migranti, lontani dai nostri occhi, non esistono. I nostri bambini iper-protetti possono essere considerati tali fino a 18 anni, mentre un quindicenne può morire nel più completo disinteresse di un’umanità che ha perso il diritto di considerarsi tale.

Arundhati Roy, attivista politica e per i diritti umani, autrice de Il dio delle piccole cose, scriveva il 6 giugno scorso: “Cos’è che aspetto con più impazienza, con la fine del lockdown? Più di qualsiasi altra cosa, che si stabiliscano le responsabilità di tutti. Il 24 marzo il primo ministro indiano Narendra Modi ha annunciato il lockdown più punitivo e meno pianificato del mondo, dando a 1,38 miliardi di persone solo quattro ore di preavviso. Dopo 55 giorni di confinamento, anche secondo gli inaffidabili dati ufficiali, la curva dei casi positivi al Covid-19 in India è salita da 545 a più di centomila… Fortunatamente molti pazienti sono asintomatici e, se paragonato a Stati Uniti ed Europa, il numero di persone in terapia intensiva è stato relativamente basso. Dopo tutte le metafore militari, gli allarmismi, l’istigazione all’odio che hanno circondato la malattia, ora ci dicono che dovremo imparare a convivere con il virus. In India siamo bravi a convivere con le malattie. Finora, secondo le statistiche del governo, nel Paese ci sono stati poco più di quattromila morti per il coronavirus. A partire dal 30 gennaio 150 mila persone, per lo più povere, sono morte di un’altra malattia respiratoria contagiosa, la tubercolosi, molto spesso nella forma resistente ai farmaci” (tratto da https://www.internazionale.it/opinione/arundhati-roy/2020/06/06/india-coronavirus-distanziamento-intoccabili, traduzione di Federico Ferrone, articolo completo su Internazionale n° 1360).

In India, al 10 ottobre, i dati ufficiali attestano 6.979.423 positivi, 107.450 decessi (circa l’1,5%, ma ancora lontani da quelli causati dalla tbc) e un numero di guariti pari a 5.988.822 persone. Sicuramente sono dati sottostimati, dato che l’OMS alcuni giorni fa, con piglio da L’ultima spiaggia di Stanley Kramer, a mezzo di Michael Ryan, direttore esecutivo del Programma per le emergenze sanitarie dell’Organizzazione, dichiarava: “Al momento le nostre stime migliori ci dicono che circa il 10% della popolazione mondiale potrebbe essere stata infettata da questo virus”, ossia circa 700 milioni di individui. Ma se così fosse, si è dimenticato di aggiungere che il tasso di letalità sarebbe decisamente basso: con gli attuali 1.073.673 deceduti, anche aggiungendo i casi attualmente considerati gravi, ossia 68.513, per un totale di 1.142.186, su 700 milioni di potenziali positivi, si avrebbe uno 0,16%). Di tbc, dati Oms, nel 2018 sono decedute 1 milione 500 mila persone nel mondo, 3 milioni continuano a non ricevere alcuna cura e tra i Paesi maggiormente colpiti ci sono: Bangladesh, India, Indonesia, Nigeria e Pakistan. Come per l’Hiv/Aids o la malaria in Africa Sub-Sahariana, stiamo scrivendo di popoli lontani – dei quali Stati Uniti ed Europa possono anche sperare che scompaiano ‘come se non fossero mai esistiti’.

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