Un racconto, un Paese

Thailandia, il Parco Archeologico di Old Sukhothai – Foto di Luciano Uggè

La Thailandia, tra campi riarsi e parchi archeologici

di Simona Maria Frigerio

Esiste un villaggio, a nord di Bangkok, che un tempo fu la capitale del Regno omonimo e, per estensione, di quella che oggi chiamiamo Thailandia. Old Sukhothai, in lingua locale Mueang Kao, giace tra distese di canna da zucchero e risaie, destandosi ogni mattina per l’arrivo dei pullman carichi di turisti da mordi e fuggi culturale. Il villaggio ha il sapore polveroso del Far West con una sfilata di casette a due piani di legno su ambo i lati dell’unico rotolo di strada, dritto come un fuso in direzione delle rovine; e qualche locale, aperto soprattutto di giorno, per accogliere con un beverone ghiacciato e un piatto di riso con pollo o verdure l’occidentale di passaggio nella sua corsa frenetica – da viaggio organizzato.

Qui sono passata una prima volta, una decina d’anni fa, con l’intenzione di vedere il più possibile durante il mio viaggio in Thailandia. Poi vi sono ritornata una seconda, una terza e una quarta volta, per periodi sempre più lunghi, per non vedere niente, per lasciarmi vivere. Mentre i resort con i loro bungalow parlano sempre più velocemente la lingua di un arricchimento frettoloso e incerto, la pianura continua a estendersi per chilometri in ogni direzione. Nove mesi all’anno, qui, piove. Nel breve arco tra dicembre e aprile la natura si secca e i campi di canna da zucchero, a perdita d’occhio, verso fine gennaio sono incendiati per eliminare le foglie secche e facilitarne il raccolto. Il cielo del nord del Paese si satura di fumi e si scolora in un grigio indistinto fino a Chiang Mai e oltre, ai confini con il Laos e il Myanmar. Ogni traccia umana si fa indistinta mentre l’aria s’impregna di un odore acre e intenso, che toglie quasi il respiro.

Eppure le orchidee continuano a germogliare con i loro rosa porpora, viola e lilla sulle cortecce delle acacie, che si tingono di giallo e vermiglio, e i frangipane donano la loro fragranza irriproducibile al passante sperduto. Qui può ancora capitare che una vecchia contadina ti inviti a sederti alla sua tavola con i figli giovani e sorridenti, arsi dal sole, o ti porga due rape in dono. E il sabato sera si fa festa con il mercato all’aperto, montato verso le quattro del pomeriggio e già ripartito alle dieci di sera. Si mangia presto a Mueang Kao e si va a dormire altrettanto presto perché la vita nei campi è pesante e alle dieci del mattino il sole già arde alto nel cielo, insieme ai fuochi, e il fumo si fa sempre più denso a mano a mano che la giornata si surriscalda.

Qui non c’è niente da fare, tranne lasciarsi vivere. Qui si respira la pace del vuoto ed è qui che, sette anni fa, scrissi questo strano racconto in qualche modo preveggente. Buona lettura.

Mueang Kao, la “terra del fuoco” – Foto di Luciano Uggè

La solitudine di Mueang Kao

Ooh, each morning I get up I die a little.
Siamo rimasti noi due soli. Usciamo dal bungalow e ci guardiamo attorno un po’ perplessi. Ci sembra impossibile non sentire alcun suono, nemmeno lo stormire degli uccelli nelle voliere o il fruscio secco delle foglie spazzate dal vento caldo estivo, che arriva a folate pesanti come la canicola. Nessuna voce o rumore significa nemmeno la presenza dell’assenza. Perché la bocca/voragine che inghiotte l’universo deve comunque avere un rumore di fondo – il rumore delle stelle. Intorno a noi, al contrario, palpiamo il vuoto allargarsi nel più assoluto silenzio, fagocitando i campi aldilà della rete, i resti archeologici sparsi per la campagna, le risaie bruciate dal sole.
Ci avviamo alle cucine incerti sul da farsi. Sicuri, però, che ci sia qualcuno ad attenderci. Perché deve esserci qualcuno. Ci passiamo di mano questa piccola certezza, come fosse un testimone, senza nemmeno scambiarci una parola. La tavola sarà certamente apparecchiata, le marmellate riposeranno nei loro piccoli vasetti di ceramica azzurra, le fette di pancarré saranno ordinatamente impilate accanto al tostapane, l’acqua per il caffè starà bollendo sul fornellino elettrico. Come ogni mattina da una settimana.

Ti sfreghi gli occhi e sbadigli noncuranza, ma capisco che è più un atteggiamento per farmi coraggio che un’espressione di tranquillità. D’un tratto mi chiedo quando il silenzio abbia escluso il fruscio del mondo. In qualche ora della notte, il motore del condizionatore del vicino di bungalow si è improvvisamente spento, mentre il vento si acquietava in un sussurro fino a risucchiare tutta l’aria intorno a sé. In quel momento il mondo si è zittito.

Mi sono goduta quella prima ora di quiete, incosciente del suo senso profondo. Dopo giornate trascorse lottando contro il frastuono della musica thai sparata a manetta da cantanti stonati di go-go bar in cerca di clienti; o le grida emesse da altoparlanti montati su camioncini per attirare spettatori all’ultimo incontro di Muay Thai; ho palpato la presenza dell’assenza e ne ho goduto il languore sensuale. Il silenzio: un’amaca comoda nella quale assopirsi facendosi cullare dalla notte calma. Solo stamattina ci siamo accorti che quel silenzio continuava imperturbabile a circondarci. Abbiamo ricontrollato la sveglia due volte prima di alzarci perché pensavamo si fosse guastata. Ma il tempo, nella sveglia, sembrava scorrere senza preoccupazioni. Il suo ticchettio, però, si era talmente affievolito da non essere più udibile e noi ci siamo resi conto del passare dei minuti grazie ai movimenti lenti ma costanti della lancetta. 

Quando siamo arrivati nella piccola sala della colazione, accanto alle cucine, ci siamo tranquillizzati. Mi hai dato una gomitata e mi hai servito una tazza di caffè all’americana. Ci siamo seduti a tavola e abbiamo atteso. Nessuno. Non si è presentato nessuno a chiederci se volessimo un uovo fritto o strapazzato. Ci siamo rialzati facendo spallucce e abbiamo tostato noi stessi un paio di fette di pancarré, abbiamo portato a tavola il vasetto con la marmellata di arance e un paio di banane staccate dal casco – appoggiato accanto al bollitore del caffè. Ho buttato lì che forse il personale era stato preso fino a tardi per qualche motivo o che, magari, essendo quasi vuoto il campeggio (che in Thailandia chiamano resort), le due addette alla colazione avevano preparato tutto e poi erano andate a fare qualche altra commissione o avevano cominciato più presto a pulire i pochi bungalow occupati. Una spiegazione c’è sempre ed è sempre la più banale tra quelle che possiamo immaginare. Eppure non riuscivo a capire se stavo confortando te o cercando di convincere me stessa.

Poco dopo le 9 siamo usciti e ci siamo diretti verso la zona archeologica. La desolazione silenziosa della domenica mattina, privata perfino del suono delle campane (che, di solito, a casa, detesto perché mi svegliano all’alba l’unica mattina della settimana in cui potrei dormire). Ovviamente, qui, niente chiese ma il silenzio diffuso della giornata di riposo. E, ovviamente, nessun operaio ad azionare il rullo dove ieri stavano riasfaltando la strada; nessun cassiere al Seven Eleven – come sempre, aperto 24 ore su 24, ma vuoto. Neppure un turista in cerca di una crema solare con una protezione che non sia quella totale, usata dai thai; o un thai in cerca di un beverone al gusto di qualcosa, immerso nel ghiaccio, come prima colazione. Nessun songthaew a strombazzarci per cercare di convincerci a dargli due o trecento bath per un percorso di 500 metri; e nemmeno la bigliettaia all’entrata del sito (che qui chiamano parco) archeologico, con i suoi due prezzi ben distinti: quello per i thai, e quello per i farang (tradotto ipocritamente foreigner) – come sempre, cinque volte tanto. Ci guardiamo in faccia e sappiamo che l’altro sta pensando la stessa cosa: se facessimo anche noi così, in Italia, saremmo ricchi! Ci mettiamo a ridere di fronte al nostro stesso populismo di bassa lega, e alla parola lega ridiamo ancora più fragorosamente. Forse siamo un po’ nervosi. Faccio spallucce e offro un’altra possibile spiegazione, che non convince neanche me, ma meglio di niente: «Dato che il re è già morto, sarà una qualche festa nazionale…». Fai spallucce e mi segui nel parco.

Old Sukhothai, imperturbabile, ci accoglie con i suoi viali alberati. Canicolare già all’alba in questa stagione dell’anno, offre almeno un brivido di refrigerio all’occhio con le acque dei canali che circondano e delimitano i complessi templari uno a uno – separandoli nella loro ieratica bellezza. Nonostante la calura sciolga e dilavi i contorni, gli ocra e i terra di Siena delle architetture carezzano il biancore delle statue dei Buddha ancora erette.

Passeggiamo senza una meta precisa soffermandoci ad ammirare le ninfee blu e i fiori di loto rosa pallido che punteggiano i khlong. Le ampie foglie riverberano i raggi del sole fin quasi ad abbagliarci, tanto che confondiamo, nella luce riflessa, i verdi grassi e turgidi con i grigi che si sfilacciano nelle acque melmose.

D’un tratto ci sembra di sentire lo scampanellio di un trenino elettrico per turisti. Ci spostiamo sull’erba con un movimento riflesso, quasi fossimo ancora a Hanoi e sentissimo il clacson di un motorino inferocito contro la pretesa dei pedoni di occupare il marciapiede. Ma, alle nostre spalle, non scorgiamo niente. Nessun veicolo in movimento. I Buddha restano silenziosi di fronte a un mondo che sta diventando sempre più inspiegabile ai nostri, oltre che ai loro occhi.

«Certo…», inizi a considerare con una gravità che non ti si addice: «non siamo in alta stagione. Per questo non c’è molto turismo in giro». E quel poco, magari, è del genere mordi e fuggi: arriva in pullman, visita il sito, e riparte dopo una consumazione veloce in uno dei bar dirimpetto all’entrata. Però, oggi, anche i bar sembrano vuoti: nessun turista provato dal caldo, seduto sugli sparuti tavolini all’ombra; nessuna cameriera che stancamente cerca di attrarre avventori lanciando un: «Sawasdee ka». Con quel ka strascicato e ripetuto in maniera martellante, che suona come il finale di quasi tutte le loro frasi e agghinda persino l’arrivederci inglese (bye-bye ka). E allora quale può essere la ragione di questa Ultima spiaggia? Nessun conflitto atomico o ingegnere climatico impazzito in vista – mi viene da pensare. Eppure, noi siamo qui, soli, al centro di un crocevia dove non è passato alcun mezzo per ore, in un Paese dove ci si sposta in moto anche per percorrere dieci metri. E d’un tratto mi sembra di condividere la stessa incomprensione attonita di quei Buddha, di rivestirmi inesorabilmente della medesima consistenza materica di quei volti fissati nello stucco, privi di espressione eppure dallo sguardo votato all’orizzonte; come se accanto a loro, a noi, non restasse più nulla di cui curarsi. Per cui restare.

Tratto da Vagabondaggi, Simona Maria Frigerio, ©2017, tutti i diritti riservati.

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