Turchia: centro per l’impiego di milizie jihadiste mercenarie tra Mediterraneo e Caucaso?

Movimenti di combattenti tra Siria, Libia e Azerbaijan per un nuovo conflitto bellico

di Nancy Drew

Incapace di risollevare il Paese dalla grave crisi economica, e anche dalla pandemia di Covid-19 di cui non si divulgano i numeri reali, il Presidente turco Erdoğan si cimenta brillantemente – al contrario – con i movimenti di milizie mercenarie di ispirazione jihadista, da un angolo all’altro del Mar Mediterraneo, finanche inserendosi nella recentissima disputa militare dell’Azerbaijan, contro l’Armenia e il Nagorno-Karabakh, o Repubblica dell’Artsakh – un antico territorio armeno, autoproclamatosi Repubblica indipendente il 6 gennaio 1992, e riconosciuto dallo stesso Azerbaijan – in cui diverse aree sono ancora controllate dagli Azeri.

La questione dei confini territoriali e delle guerre lampo non è nuova tra le due nazioni caucasiche, protraendosi a tratti – anche molto cruenti – fin dagli anni 80, mentre il Nagorno-Karabakh è riconosciuto quale Repubblica indipendente (dal ’92) da soli tre Paesi fuori dall’Onu.

Nonostante ciò, si rivela assolutamente inatteso l’attacco a sorpresa, nei giorni scorsi, dell’Azerbaijan contro il piccolo Paese armeno – che ricordiamo essere a maggioranza cristiana.

Difatti, il nocciolo della questione – al di là dei confini territoriali e della strategicità geografica tra Balcani e Caucaso che l’area detiene (appetibile per molti) – sarebbe un conflitto etnico-religioso, oltre che politico.

I confini geografici dei Paesi in conflitto

Ma per capire meglio cosa sta avvenendo è necessario fare un passo indietro di due settimane, per ripercorre la repentina escalation dei fatti in Libia.

Il 13 settembre proclama di volersi dimettere il Generale Khalifa Haftar dell’LNA – Esercito di Liberazione Nazionale, parte armata del Governo di Tobruch della Libia Orientale. Pochi giorni dopo, arriva a sorpresa anche l’annuncio del Presidente del GNA, Fayez Al-Sarraj – del Governo di Accordo Nazionale di Tripoli – di voler lasciare il suo incarico entro ottobre.

In pratica, dopo oltre quattro anni di sanguinose dispute, tentativi di cessate il fuoco, interventi delle Nazioni Unite e molte perdite sia militari che civili, si ha un improvviso (e momentaneo?) segnale di arresto degli scontri bellici tra le due fazioni (Al-Sarraj/Haftar), che erano proseguiti, incuranti di tutto e nonostante il Governo di Tripoli (GNA), imposto dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea e l’unico legittimato ufficialmente – nonché sostenuto, con imbarazzanti silenzi politici dell’Occidente, dalla Turchia, con truppe regolari, milizie mercenarie e armi pesanti – avrebbe dovuto riportare l’ordine nel Paese.

Mentre la guerra in Libia rimane in standby, la Turchia – anche in disaccordo con Al-Sarraj per gli ultimi eventi – non ha perso tempo a schierarsi contro l’Armenia, nei confronti del cui popolo si era già resa responsabile del genocidio del 1915/16 (sebbene non riconosciuto dalla Turchia), mettendosi a disposizione dei ‘fratelli musulmani’ e sostenendo tout-court gli Azeri, come sua consuetudine.

A pochi giorni dall’attacco bellico dell’Azerbaijan contro il Nagorno-Karabakh (che conta già numerosi caduti civili, dei quali ormai non rivendicano la protezione nemmeno le Organizzazioni sovranazionali), i fatti più preoccupanti riguardano la movimentazione di gruppi di mercenari da un conflitto all’altro del Mediterraneo, ai quali si aggiungono anche combattenti extraterritoriali. Una nuova chiamata alla jihad – ossia alla guerra santa?

Si ricorda che l’Azerbaijan ha una popolazione che, al 90%, è di fede musulmana di corrente sciita.

A questo proposito, lo stesso ambasciatore armeno in Russia sostiene che da giorni – antecedentemente, quindi, all’attacco – venivano ammassati uomini e mezzi ai confini dell’Artsakh e che la Turchia aveva inviato mercenari dell’NSA – National Syrian Army – già ai suoi ordini, nella regione di Afrin e nella safe-zone istituita a ottobre 2019 con il sostegno di Usa e Russia (area controllata congiuntamente ai militari russi), nonché altri provenienti dal conflitto libico momentaneamente fermo, in attesa di ulteriori sviluppi.

Al momento le parti si accusano a vicenda di aver attaccato per primi, mentre emergono già i numeri delle perdite tra i militari armeni e l’abbattimento di mezzi bellici della piccola enclave Nagorno-Karabakh; al contrario, l’Azerbajan accusa solo pochi caduti.

Nel frattempo il Presidente turco Erdoğan, assuefatto ai conflitti dai quali non riesce a disintossicarsi – che gli assicurano la salvaguardia del potere in patria, attraverso il consenso dei differenti partiti nazionalisti e filo-islamisti – ha invitato: “il mondo intero a schierarsi con l’Azerbaijan nella sua battaglia contro l’invasione” (è nato prima l’uovo o la gallina?).

La risposta non è tardata ad arrivare dai fratelli musulmani pakistani, le cui bandiere, affiancate a quella dell’Azerbaijan, già sventolano sugli armamenti pesanti azeri e in alcuni edifici pubblici, mentre l’ambasciatore azero in Pakistan twitta di altri simboli del Pakistan nelle strade della città azera di Tovuz.

Secondo NewsCom-world, la Turchia, per partecipare alla guerra contro l’Armenia, avrebbe inviato milizie islamiste armate verso l’Azerbaijan dalla Siria del Nord e dalla Libia: combattenti appartenenti alle milizie Al-Hamza – dalla Siria – sarebbero arrivate nella capitale Azera, Baku, via Turchia a partire dal 22 settembre scorso.

Quindi, cosa svelano le dispute belliche mediorientali-nordafricane e, adesso, anche caucasiche? Mettono in luce, palesemente, che si sono ufficializzati – dalla guerra siriana in poi – i movimenti di truppe mercenarie a seguito dei conflitti dell’area mediterranea – e oltre. Certo, neppure questo risulta del tutto una novità, ma è necessario non dimenticare che in passato i ‘mercenari di carriera’ rimanevano un po’ dietro le quinte rispetto agli eserciti regolari e, soprattutto, restavano nell’ombra le call ‘ufficiali’ per impiegarli e dispiegarli dove servissero.

La società contemporanea – al contrario – sembra aver dato spazio, con il silenzio-assenso della comunità internazionale, a Paesi che forniscono sostegno bellico con mezzi legali ma merce umana illegale, comprata con salari importanti – importi che, nella maggior parte dei Paesi musulmani, solo pochissimi riescono a percepire con un lavoro regolare.

La jihad non sarebbe, quindi, una reale guerra ‘santa’, bensì un bel giro d’affari – del comparto bellico ufficioso – che fa girare cifre a molti zeri.

L’Isis docet.  

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