Torneremo alle scuole per corrispondenza?

Hanoi 2017, bambini con le mascherine per proteggersi dall’inquinamento –
Foto di Luciano Uggè (con il consenso della madre)

L’istruzione pubblica ai tempi del Covid-19

di Simona Maria Frigerio

Ogni anno milioni di bambini vanno a scuola in tutto il mondo nonostante una sola puntura di zanzara possa farli ammalare di dengue, infezione virale che può trasformarsi in una febbre emorragica particolarmente pericolosa nei bambini, con un tasso di mortalità che arriva al 20% se non si è ospedalizzati e curati appropriatamente.

Eppure i bambini continuano ad andare a scuola sfidando le zanzare tigre anche perché, a differenza della malaria, questa infezione si contrae proprio durante il giorno, quando si è a lezione, in strada, a giocare a pallone con gli amici. Ma nonostante questo, i bambini vanno a scuola perché l’istruzione è il mezzo per socializzare, per essere al sicuro mentre i genitori lavorano, per costruirsi un futuro dignitoso.

L’arrivo di un’epidemia virale, in Europa, ha portato al contrario alla chiusura proprio delle scuole, all’azzeramento della socialità così importante per gli adulti ma indispensabile per i bambini, a scaricare il peso della cura e dell’istruzione innanzi tutto sui genitori e, in particolare, sulle madri (lavoratrici o meno che fossero), e a una deresponsabilizzazione dello Stato nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza che, in Italia, rasenta involontariamente il grottesco, con la prescrizione che un solo genitore accompagni il figlio (perché in tre si sarebbe un assembramento?) o equiparando qualche ora di online alla settimana, e a volte neanche quella, con la preparazione che un bambino e un adolescente potrebbero conseguire seguendo regolarmente le lezioni a scuola.

Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire cosa s’intenda per istruzione pubblica in Italia.

Precariato e dati Ocse
Secondo https://www.informazionescuola.it/, il personale Amministrativo, Tecnico e Ausiliario della scuola (ossia gli ATA) è composto da 213.517 unità, di cui 36.574 sono i precari (il 17% circa). Le cattedre sarebbero 862.600, ma di queste le supplenze annuali raggiungono le 187.865 (quasi il 22%).

L’Associazione professionale e sindacale Anief, a proposito scrive: “pure nell’emergenza, il diritto alla loro [dei precari, n.d.g.] stabilizzazione viene… negato, per non parlare della discriminazione rispetto ai colleghi di ruolo su vari fronti, tra cui quello del mancato aggiornamento e adeguamento tecnologico”. In altre parole, se i supplenti fanno docenza a distanza, devono munirsi di computer e pagarsi il collegamento internet di proprie tasche. Ma non solo, Il Sole 24 Ore Scuola puntualizza che: “già quest’anno è stata raggiunta la cifra record di 170 mila incarichi a tempo determinato e all’orizzonte ci sono altri 30 mila pensionamenti”, che potrebbero arrivare a quasi 50 mila con la cosiddetta Quota 100. Per ovviare almeno in parte a questa eventualità, esiste una via: effettuare entro l’estate il concorso straordinario per 24 mila posti riservato ai precari con tre anni di servizio – maturati tra l’anno scolastico 2008/2009 e il 2019/2020. Briciole, in ogni caso, e per di più non sembra che il Governo abbia intenzione di sbloccare i concorsi in questa fase.

Ma quanto ci costa il precariato? Secondo il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato, la spesa per il tempo determinato del comparto scuola è passata da 512,69 milioni di Euro del 2007 agli 861,10 milioni del 2012. Immaginiamo altresì che detta cifra si sia ulteriormente accresciuta visto l’aumento dei precari tra docenti (e ATA). Non a caso, secondo i dati di spesa relativi alla Legge di Bilancio 2019, complessivamente per i docenti del primo e secondo ciclo, lo Stato avrebbe erogato stipendi per 31,3 miliardi di Euro, mentre per i dirigenti scolastici e gli ATA, complessivamente, 6,6 miliardi. Infine, ai docenti di sostegno del primo ciclo, sarebbero andati 3,5 miliardi di Euro.

Vi sembra tanto? Secondo il rapporto Education at Glance del 2019, l’Italia è tra i Paesi Ocse che spendono di meno per la scuola, attestandosi su un 3,6% del Pil a fronte della media Ocse del 5%. Inoltre, l’Italia è il terzo Paese Ocse con il maggior numero di giovani che non lavorano, ossia il 26% di quelli tra i 18 e i 24 anni (media Ocse al 14%). I laureati sono il 19% delle persone tra i 25 e i 64 anni a fronte di una media Ocse del 37% e, sebbene, la percentuale di giovani tra i 25 e i 34 anni laureati era, nel 2018, del 28% (e del 34% se si prendono in considerazione solamente le donne), il tasso di occupazione in questa fascia di età – per i laureati – è solo del 67%.

Non sorprenderà, quindi, che Confindustria stimi che, ogni anno, l’Italia esporta capitale umano per circa 5,6 miliardi di Euro. Tradotto, significa che i laureati che non trovano sbocchi nel nostro Paese e sono costretti a migrare, sono una perdita reale di conoscenza e, a livello contabile, un investimento a fondo perduto di quasi un decimo della spesa statale per l’istruzione.

I costi di manutenzione e utenze
La scuola, aldilà di questo momento storico, non è solamente capitale umano (docente, amministrativo e alunni), bensì edifici che ospitano, accolgono, forniscono spazi per fare anche attività di ricerca e sportive, oltre a mense dove molti bambini e ragazzi hanno quel famoso pasto caldo che ancora oggi non è assicurato a tutti – nemmeno in Italia. Save the Children, infatti, nel 2018 denunciava che: “oltre un milione e 200 mila tra bambini e ragazzi, il 12,1% del totale… si trovano in povertà assoluta e 2 milioni e 156 mila in povertà relativa”. Ma non solo, “il 3,9% dei bambini… non consuma un pasto proteico al giorno” e “la metà degli alunni (il 49%) delle scuole primarie e secondarie di primo grado non ha accesso alla mensa scolastica”.

Ma quanto ci costano gli edifici scolastici? A questa domanda abbiamo faticato a rispondere. Le scuole in sé sono finanziate da un insieme di Enti e da quando sono “decadute” le Provincie, la situazione si è ulteriormente complicata. Se il Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), ad esempio, può stanziare fondi per la loro ristrutturazione o l’adeguamento a normative europee – a quanto ci è stato dato di capire – per il resto vi è una distribuzione delle competenze e dei relativi oneri che può interessare le Regioni, i Comuni e/o le Città Metropolitane e, infine, alcune spese sono gestite autonomamente dai dirigenti scolastici.

Darvi un quadro preciso a livello nazionale avrebbe, quindi, comportato un impegno forse di un anno intero di ricerche ma, con le dovute riparametrazioni, ci si potrà fare un’idea visionando il materiale reso pubblico dalla Regione Toscana e dalla Città Metropolitana di Firenze nel 2019. Abbiamo così scoperto che, nel dicembre dell’anno scorso, la Regione Toscana annunciava alla stampa che, tra i finanziamenti relativi all’anno 2018, ben 95 milioni di Euro erano stati destinati alla ristrutturazione di Istituti Superiori toscani di competenza delle Provincie e della Città Metropolitana di Firenze. Mentre quest’ultima aveva messo a bilancio 42 milioni di Euro per la ristrutturazione del patrimonio edilizio scolastico e l’efficienza energetica, oltre alla messa a norma a livello di antincendio e antisismica. Destinando altresì 2 milioni 600 mila di euro complessivi da suddividersi in manutenzione ordinaria e piccola straordinaria; manutenzione arredi e materiali di consumo; e infine acquisto arredi.

Entrando ancor più nel dettaglio, scopriamo che tra il 2014 e il 2019, la Città Metropolitana di Firenze è passata da un esborso di 2.542.200 Euro a 6.076.000 Euro per la manutenzione ordinaria; per le utenze di riscaldamento, energia elettrica, e varie la spesa si è mantenuta sui 5.000.000 annuali; mentre i trasferimenti alle scuole per l’acquisto di arredi e le manutenzioni sono saliti da 137.000 Euro a 3.307.879. Facendo una rapida somma, l’esborso complessivo per gli edifici scolastici è passato da 7.679.200 Euro a 14.383.879 Euro all’anno.

Stoccolma, il Palazzo del Parlamento – Foto di Simona Maria Frigerio

Cosa sta succedendo nel resto d’Europa
La prima a serrare le scuole, l’Italia, forse sarà l’ultima a riaprirle. Nonostante i politici in questi mesi ci abbiano detto che tutto il mondo ci avrebbe seguiti nelle nostre misure per fronteggiare l’epidemia, dalla chiusura dei voli con la Cina in avanti, si è visto che i Paesi Europei non avevano nessuna intenzione di prenderci come modelli. Per la scuola registriamo nuovamente un feroce scollamento negli obiettivi e nelle metodologie. E per evitare la retorica massmediatica, abbiamo fatto un breve excursus per scoprire effettivamente cosa stia succedendo Oltralpe (anche se, ovviamente, non potremo essere esaustivi per non diventar pedanti).

La Danimarca, tra i primi Paesi a imporre il lockdown (con la chiusura delle scuole il 12 marzo scorso), il 15 aprile annunciava la riapertura delle stesse per i bambini fino a 11 anni di età. Angela Merkel, come sappiamo, nel suo discorso alla nazione ha dichiarato che la riapertura, graduale, inizierà dal 4 maggio. Anche in Francia si va verso la graduale riapertura a partire dall’11 maggio anche perché, come ha sottolineato il Presidente Macron, il diritto alla scuola è indispensabile per l’eguaglianza dei cittadini. Nel mese di aprile in Norvegia dovrebbero riaprire gli asili e le scuole di primo grado, mentre la Repubblica Ceca inizierà dagli insegnamenti alunno/professore mentre gli esami di ammissione e per il diploma saranno programmati a partire dal 1° giugno. Il Belgio promette una riapertura in maggio e in Austria i giardini d’infanzia sono già tornati in funzione.

E arriviamo alla Svezia, dove i ragazzi fino a 16 anni continuano ad andare a scuola e, nonostante non si sia imposto il lockdown ma si sia scelto di responsabilizzare i cittadini su alcune misure come mantenere le distanze, al 15 aprile, la mortalità per milione di abitanti era di 118, al di sotto di quella inglese (182 il 14 aprile) e molto al di sotto di quella italiana (349) o spagnola (399).

Il valore della scuola pubblica
Ricapitolando, mentre in Italia si sta andando verso una riapertura delle scuole – con diversi se e altrettanti ma – non prima di settembre, i dubbi cominciano a sorgere.

Il primo riguarda il convalidare un anno scolastico, se gli alunni non hanno frequentato, più o meno, l’intero secondo quadrimestre. La risposta spontanea è che un anno perso nella scuola secondaria di primo grado, o negli istituti professionali, costa allo Stato un aggravio di 6/7mila Euro per alunno (rifacendoci alle stime de Il Sole 24 Ore del 2019), che salgono, nella secondaria di secondo grado, a 11.500 Euro. Nel consegue che si deve legittimare l’insegnamento online a qualsiasi costo perché sarebbe impensabile mettere a bilancio un tale aggravio di spesa, soprattutto in questo momento di grave crisi economica. Certo che si sarebbe potuto pensare a prolungare l’anno scolastico, posticipare gli esami della secondaria superiore a settembre, avere il coraggio e l’umiltà di seguire noi, per una volta, le scelte europee – che tendono tutte a cercare di riportare i bambini e i ragazzi a scuola, sia per garantire loro un’istruzione paritaria e soddisfacente, sia per liberare i genitori dall’onere di doverne avere cura per l’intera giornata, potendo così rientrare al lavoro.

In Italia, del resto, secondo i dati Istat relativi al 2018/19, il 33,8% delle famiglie non ha nemmeno un computer o un tablet in casa, e questo significa che sicuramente un bambino su tre (o forse più) non avrà avuto accesso nemmeno a un’ora di lezione online. Se si aggiungono la mancanza di competenze per l’insegnamento a distanza, le difficoltà di utilizzo o l’assenza di piattaforme all’uopo, il sovraccarico della rete, e il venir meno del dialogo con gli insegnanti e dello scambio con i compagni, possiamo immaginare che una gran parte degli studenti, quest’anno, avrà appreso poco e male; e il divario tra competenze, apprendimento e capacità individuali, oltre che tra strumenti e mezzi economici, si sarà indubbiamente accresciuto. Per non aggiungere nulla sul peso dell’istruzione dell’intera famiglia, che andrà a incidere sia a livello di continuità di studi sia di risultati che lo studente potrà conseguire.

Dal punto di vista psicologico, non abbiamo sicuramente la preparazione per valutare appieno le ricadute a livello comportamentale del lockdown sui minori; ma la mancanza, da una parte, di regole e continuità, orari e senso della disciplina potrà avere le sue conseguenze, tanto quanto, dall’altra parte, il venir meno dei tempi e degli spazi di socializzazione, del gioco, del divertimento e delle attività sportive – sempre più necessarie in una popolazione, anche infantile, che tende all’obesità (l’Italia, da stime ufficiali del 2019, vanta il record europeo in negativo di un bambino su tre in sovrappeso o obeso).

Vietnam, il futuro del lavoro femminile italiano? – Foto di Simona Maria Frigerio

La cosa che lascia basiti è la poca sensibilità del Governo, in questo momento, verso le istanze dei genitori, adulti che devono tornare al lavoro e che non possono pensare di richiudersi in casa sine die con i loro figli – un tema, questo, del tutto trascurato dalla politica,  in un Paese dove è garantito l’asilo nido pubblico solo a un bambino su dieci, come da rapporto di Save the Children del 2019. Ma fa anche specie che, se prima si diceva di voler rendere obbligatoria la frequenza nelle scuole materne, poi non s’intervenga con prontezza. Come denuncia Federica Ortalli, presidente di Assonidi (in un articolo di www.radiomamma.it): “I mesi estivi devono servire per fare le prove generali di riapertura di nidi e scuole dell’infanzia”, anche perché, come afferma nello stesso pezzo Chiara Saraceno, coordinatrice di Allenza per l’Infanzia: “La mancata progettazione e riorganizzazione dei servizi all’infanzia nei mesi estivi comporta un’altra conseguenza pericolosa: il rischio che molte donne, soprattutto le meno istruite e meno pagate, escano dal mondo del lavoro”.

Il primo sacrificio in favore del Mes?
Tirando le somme e prevedendo un saldo deficit/Pil in aumento in autunno, sorge purtroppo il dubbio peggiore, ossia che la non riapertura delle scuole e dei servizi per l’infanzia risponda a esigenze ben lontane dalla sicurezza dei bambini e dei ragazzi (che, ricordiamo, sono tra i meno colpiti dal virus e, anche quando contagiati, lo sviluppano come semplice raffreddore o forma influenzale). Se il pericolo può essere che siano veicoli di contagio, la risposta è la responsabilizzazione dei singoli, in questo caso degli stessi ragazzi e dei genitori e dei nonni dei più piccoli perché, soprattutto nei rapporti con persone a rischio per età e patologia, si mantenga la famosa distanziazione. Dati alla mano, la Svezia sta superando meglio di noi la crisi pandemica e milioni di persone ogni anno nel Sud del mondo affrontano la dengue o la malaria senza per questo rinchiudersi o rinchiudere in casa i figli. E non è solamente un discorso di povertà (quella che potrebbe toccarci da vicino se dovremo ricorrere al Mes: http://www.theblackcoffee.eu/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-mes/), bensì di come si affronta la vita: con senso di responsabilità e un pizzico di stoicismo, oppure impanicati in fideistica attesa che il potere politico ci salvi dal nemico invisibile – qualsiasi esso sia. Ma nel secondo caso, proprio la scuola potrebbe essere il primo scalpo che dovremo regalare all’Europa in cambio dei fondi che ci mancheranno, quando faremo la manovra economica di fine anno.

E se qualcuno ne dubitasse, basterà che faccia i conti sul possibile risparmio con una scuola online. Classi virtuali più corpose comporterebbero un minor numero di insegnanti. Edifici chiusi non abbisognerebbero di manutenzione o spese di riscaldamento, energia elettrica eccetera. Ma si potrebbe tagliare anche sui costi amministrativi e le spese di pulizia. E nonostante l’Italia, come abbiamo visto, destini relativamente poco all’Istruzione all’interno della fascia Ocse, di quanto avremo necessità se la spesa per gli interessi sul debito pubblico, nel 2018, era già a quota 65 miliardi di euro l’anno? Quindi, se l’economia continuerà a restare al palo, sarà indispensabile una nuova emissione di titoli di Stato (di cui si parla già e che dovrebbero essere emessi tra il 18 e il 20 maggio) con conseguente aumento del debito pubblico e altrettanti conseguenti tagli.

Speriamo ovviamente di sbagliarci. Ma l’avvertimento di Carlo Freccero su l’Antidiplomatico ci sembra più che mai pregnante: “Andrà tutto bene è stato lo slogan del pensiero unico. Ora è il momento del pensiero critico”.







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