Teresa Margolles e Stella Jean

Teresa Margolles, Wila Patjharu/Sobre la sangre, 2017, tela ricamata, La Paz-Bolivia. Courtesy l’artista, foto Rafael Burillo (vietata la riproduzione)

Il ricamo tra arte ed emancipazione

di Simona Maria Frigerio

Presso la Tenuta dello Scompiglio di Vorno (Lucca) – uno spazio espositivo e performatico ideato e voluto da Cecilia Bertoni – nel 2017, è stata esposta per circa due mesi la personale dell’artista messicana Teresa Margolles, intitolata Sobre la sangre (perturbante mostra di cui scrivemmo a suo tempo: https://artegrafica.persinsala.it/cecilia-bertoni-e-claire-guerrier-camera-4-il-naufragio-teresa-margolles-sobre-la-sangre/10497). Delle varie sezioni di cui si componeva, ciò su cui vorremmo puntare l’attenzione, oggi, è la striscia di tessuto ricamata intitolata Wila Patjharu (Sobre la sangre, appunto). Margolles, anche patologa forense, aveva raccolto e conservato un lungo lenzuolo/sudario nel quale erano state avvolte le spoglie di dieci donne assassinate a La Paz (la capitale della Bolivia, dove la violenza di genere è piaga endemica). Il gesto artistico è stato affidare quel pezzo di stoffa bianca, macchiato dal sangue delle vittime e ancora intriso dell’odore ferroso tipico, a sette artigiane/i dell’etnia Aymara, che lo hanno decorato con i tipici ricami multicolori tradizionali, tempestati di perline luccicanti.

Il popolo Aymara, che vive nei pressi del lago Titicaca tra Perù, Bolivia, Cile e Argentina, ha una visione animistica dell’esistenza e crede nella comunione (intesa come profondo legame interpersonale) tra appartenenti alla stessa comunità e tra questi ultimi, la natura e gli spiriti che la abitano. Ogni volta che un solo Aymara si ammala o si creano dissidi tra due abitanti, l’intera comunità è coinvolta nel ristabilimento dell’equilibrio fisico, che è anche sociale e spirituale. A loro, quindi, Margolles aveva affidato il compito di rimettere in equilibrio i piatti della bilancia della giustizia che, a livello umano, non sembrava possibile pareggiare – in un mondo maschilista e violento.

Attraverso quei ricami si compieva quasi (o forse) un rito sciamanico di ritorno all’ordine. Ma, come scrivemmo, sarà ancora possibile per la bellezza salvare il mondo?


Dal ricamo come segno artistico al ricamo come simbolo di emancipazione
Per la sua collezione Primavera Estate 2020, Stella Jean (stilista italo-haitiana recentemente in piazza del Popolo, a Roma, per protestare contro le violenze della polizia statunitense nei confronti degli afro-americani) si è rivolta ai ricami della popolazione Kalash quale fonte di ispirazione.

I Kalash, pur vivendo in tre valli sul confine tra Pakistan e Afghanistan, sono un gruppo etnico a sé stante – sia a livello linguistico, che culturale e religioso.

A differenza dei due giganti islamici, i Kalash tentano di conservare il loro politeismo sciamanico – nonostante i mullah e gli jihadisti, negli ultimi anni, abbiano tentato a più riprese di imporre, anche con la violenza, la loro religione monoteistica, unitamente a usi e costumi dichiaratamente maschilisti e sciovinisti.

Il dialogo alla pari fra uomo e donna – alle origini della visione matriarcale dei Kalash – è stato ormai superato da un dualismo puro/impuro, dove al primo termine corrisponde il maschio e al secondo la femmina. Nonostante ciò, le donne di questo gruppo etnico continuano a non portare il velo e a ricoprire un proprio ruolo sociale.

Grazie al progetto Laboratorio delle Nazioni, che intende coniugare il business con la sostenibilità, il multiculturalismo con l’industria della moda – e, quindi, svincolando le proprie produzioni da quell’universo fashion intessuto di effimero e apparenza ma anche di sfruttamento del lavoro (e pensiamo ai laboratori gestiti dalla camorra in Campania così come alle maquiladoras messicane o nelle Filippine) – Stella Jean ha tentato di unire il design italiano alle tecniche artigianali di varie popolazioni del cosiddetto terzo mondo e, in questo caso, all’arte del ricamo dei Kalash.

Aldilà del risultato, che premieranno o meno le consumatrici, ciò che assume rilevanza è il ruolo giocato dall’attività manuale nel portare alla ribalta non solamente la specificità culturale di un gruppo etnico ma anche il suo diritto a sopravvivere e a non essere omologato dalla cultura dominante, in questo caso, islamica.

Un raro esempio, virtuoso, di globalizzazione.


Consigli di lettura:
Viviane Lièvre e Jean-Yves Loude, con la collaborazione d’Hervé Nègre
Le Chamanisme des Kalash du Pakistan. Des montagnards polythéistes face à l’Islam

Foto:
Teresa Margolles
Wila Patjharu/Sobre la sangre
mostra a cura di Francesca Guerisoli e Angel Moya Garcia
Spazio Performatico ed Espositivo della Tenuta Dello Scompiglio
dal 25 marzo al 16 settembre 2017
Wila Patjharu
/Sobre la sangre
2017, tela ricamata
La Paz, Bolivia
courtesy l’artista
foto Rafael Burillo
(tela ricamata impregnata del sangue di dieci donne assassinate a La Paz, Bolivia. Un gruppo di sette artigiane e artigiani dell’etnia Aymara, specializzati nella confezione di vestiti tradizionali Caporal e Morenada, hanno ricevuto la tela dall’artista per essere ricamata. Il disegno e il titolo dell’opera sono stati decisi dalle artigiane, senza l’intervento dell’artista. La tela evoca il problema della violenza di genere contro le donne. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica boliviano, nel 2016, l’87% delle donne ha subito violenza)

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