Teatro di corte

Matraia, Aia Saponati. Foto di Simona Maria Frigerio

Due monologhi s’interrogano sulla necessità del teatro

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

Forse non tutti ricorderanno – ma gli operatori di settore certamente – una tra le tante uscite infelici del Premier Conte di metà maggio, quando di fronte alle centinaia di migliaia di tecnici, attori, registi, organizzatori, amministrativi, costumisti e scenografi, macchinisti e, in breve, tutti i lavoratori dello spettacolo dal vivo e precipuamente del teatro (ma non dimentichiamo circo, musica contemporanea e classica, danza e balletto, teatro di strada, e così via), lo stesso li rassicurò etichettandoli: “i nostri artisti che ci fanno tanto divertire”.

Frase quanto mai emblematica in un politico che considera i cittadini con sufficienza: quei bimbetti ai quali ricorda che allentare le misure del lockdown non è un “libera tutti” e che poi spergiura mai più Dpcm, salvo – appena aver incassato altri due mesi e mezzo di stato di emergenza – prendersi una decina di giorni per stilare un nuovo Dpcm con le misure sanitarie (ed economiche) per il prossimo futuro. Non solamente dimentico delle promesse fatte a chi ha votato controvoglia l’estensione dell’emergenza, ma disattendendo anche le attese di quelle categorie che speravano, dal 1° agosto, di poter tornare a organizzare corsi, congressi, fiere e sagre (un giro d’affari da non sottostimare).

E del resto in questa Italietta che pensa alle vacanze, l’ultimo colpo inferto alla democrazia è stato il ricorso sempre dello stesso Premier – quello che vuole ridere – al Consiglio di Stato per mantenere secretati i verbali del Comitato Tecnico Scientifico, in base ai quali furono decretate la chiusura delle prime Zone Rosse e, poi, dell’intera Italia durante il lockdown – protrattosi di fatto oltre i due mesi e che ha messo in ginocchio la nostra economia. Il Tar del Lazio, infatti, aveva accolto la richiesta di accesso agli atti avanzata dalla Fondazione Einaudi ma il Premier Giuseppe Conte e l’Avvocatura di Stato pensano che, se i cittadini di una repubblica democratica, quale teoricamente sarebbe l’Italia, accedessero a tali informazioni si genererebbe: “un danno concreto all’ordine pubblico e alla sicurezza”. Non fa solamente specie che si debba rimanere ignoranti – ma senza informazioni, come scegliere, ad esempio, chi votare? Come valutare l’operato del Governo e del Premier? A chi addebitare la crisi economica ormai alle porte? Ma che a pretenderlo siano gli stessi che, poche settimane fa, promettevano di desecretare i verbali su tutte le stragi.

Ebbene, in questo quadro, cari lettori, non c’è proprio niente da ridere. E lo ha dimostrato il pubblico presente – in due amene corti/aie del vasto territorio di Capannori – ai due spettacoli della mini-rassegna Tempi Moderni.

Andrea Cosentino e Marcela Serli, come autori, si sono posti la domanda, dopo mesi di inattività (e il numero di artisti lasciati a casa senza nemmeno l’obolo dei 600 euro è molto più alto di quanto si creda visto che, essendo una categoria fortemente ricattabile, pochissimi hanno denunciato pratiche vessatorie o licenziamenti ingiustificati), se il teatro abbia ancora ragione di esistere, se fare l’attore sia davvero un mestiere e, se per farlo, si debba “divertire” il pubblico. Se Cosentino ha puntato sul bisogno di immaginare, di evadere, connaturato alla natura umana; il discorso di Serli (anche se proposto solo parzialmente) si è fatto molto più profondo, indagando sull’essenza stessa del ‘far ridere’, del ‘divertire’. L’attore è solo il buffone di corte – termine che torna e ritorna in tutte le sue accezioni? È il giullare del potente di turno – sia esso il re o il suo ministro, l’impresario o il produttore?

Coadiuvati da due ottimi interpreti, Marco Brinzi e Caterina Simonelli, i due discorsi catturano l’attenzione dell’intero pubblico mentre le note quasi beckettiane della recitazione di quest’ultima – insieme stralunata e dolcemente poetica – incidono nella mente degli spettatori, attenti a ogni rottura di voce, a ogni sfumatura di senso. Perché in una corte/aia, così come in una corte/palazzo, le persone sono non solamente in grado di comprendere messaggi profondi ma altresì sensibili al bello e quando il teatro è autentico trova sempre la sua strada – nel cuore, nella mente e nelle viscere degli spettatori.

Il teatro è parte fondante non solo della nostra cultura ma, attraverso la rielaborazione del mito, ha forgiato l’immaginario collettivo, ha indagato la nostra più profonda essenza psicologico-emotiva. Non occorre essere laureati o abbonati della domenica per capirlo. Il teatro non spiega i massimi sistemi, (di)spiega noi stessi ai nostri occhi. Ecco perché uomini e donne comprendono il teatro anche quando non hanno grandi mezzi culturali, perché è connaturato al nostro essere umani quanto la socialità, il dialogo, la paura/attrazione per il fuoco – che è fonte di sicurezza e motivo di ritrovo fin dalle età più remote.

Non c’è nulla da ridere a teatro e, se si ride, lo si fa spesso a denti stretti. Questa è la sua forza e la sua bellezza. Il teatro mostra sempre che il re è nudo, per questo spaventa il potere, per questo sarà sempre sinonimo di vita – come scriveva Enzo Jannacci: “E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam”, (https://youtu.be/6P1HrrsQapo).

Gli spettacoli sono andati in scena nell’ambito di:
Tempi Moderni – La commedia rivista
rassegna curata e realizzata da Aldes / Spam!
in collaborazione con Officine della Cultura di Arezzo

venerdì 31 luglio, ore 20.00
Aia Saponati (Matraia)
Evasioni

di Andrea Cosentino
con Marco Brinzi
ore 21.30
Corte Cristo (Lammari)
Voglio cambiare lavoro
di Marcela Serli
con Caterina Simonelli

Share with: