Te la do io la Svezia!

Ayutthaya, fare esercizio allunga la vita – Foto di Simona Maria Frigerio

Dpcm del 26 Aprile: lavorare sì, divertirsi no

di Simona Maria Frigerio

Breve preambolo prima di entrare in argomento sportivo. Eravamo tutti d’accordo che l’8 marzo il Governo avesse sbagliato a lasciare uscire dalla Lombardia decine di migliaia di persone, senza avere effettuato test o controlli, perché queste avrebbero potuto essere positive al virus e, quindi, contagiare le regioni del centro-sud? Regioni che, fino ad allora, non erano state toccate dall’epidemia. E sembravamo tutti d’accordo che era stata tale decisione scellerata ad allargare il contagio e a costringere alla chiusura l’intero Paese nel giro di due giorni – ben prima che i dati epidemiologici indicassero alcuna necessità di farlo.

Ora vorremmo chiedere al Premier Conte, che si perita di aprire e “chiudere i rubinetti” della libertà degli italiani e afferma che il Decreto del 26 Aprile non è un “libera tutti” (ce ne eravamo accorti, anche senza le succitate frasi, adatte più a una maestra delle elementari che a un Primo Ministro), perché abbia inserito nello stesso il permesso al: “rientro presso il proprio domicilio, abitazione o residenza”. Trenitalia, non a caso, ha annunciato che, sulla tratta Milano-Napoli, saranno aggiunte due Frecce proprio il prossimo 4 maggio. Ora, nessuno mette in dubbio che le persone abbiano tutto il diritto di ritornare a casa propria, ma fare il tampone prima della partenza dovrebbe essere la condizione sine qua non per poter viaggiare. Al contrario, si assicura che i posti sui treni saranno distanziati – senza prevedere che il problema non sarà questo, bensì che quei treni potrebbero trasportare persone già infettate, le quali, a loro volta, tornerebbero a far salire i numeri dei contagiati nel centro-sud, con conseguente chiusura dei famosi “rubinetti” per tutti.

Ciò che preoccupa rispetto a questo scenario è però altro. Dato che il dubbio che questa operazione miri ancora una volta a rendere il Covid-19 un problema nazionale, e non solamente della Pianura Padana e limitrofi, a questo punto diventa quasi una certezza. Soprattutto in un momento in cui si ventila nuovamente che la ripresa dovrà avvenire differentemente da regione a regione, proprio in base ai dati epidemiologici. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Hua Hin, Imagine Station – Foto di Simona Maria Frigerio

L’attività fisica dei singoli tra libere interpretazioni

Sempre nel succitato Dpcm del 26 aprile, si possono leggere due indicazioni che paiono contraddirsi. Al punto a) “Sono consentiti solo gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute e si considerano necessari gli spostamenti per incontrare congiunti”. Mentre al punto f), leggiamo: “Non è consentito svolgere attività ludica o ricreativa all’aperto; è consentito svolgere individualmente, ovvero con accompagnatore per i minori o le persone non completamente autosufficienti, attività sportiva o attività motoria, comunque nel rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno due metri per l’attività sportiva e di almeno un metro per ogni altra attività”.

Sorge spontaneo chiedersi, quindi, da persone adulte e ragionevoli, se sia o meno consentito camminare su una spiaggia o in aperta campagna, fare trekking o scalare una parete rocciosa: tutte attività sicure in quanto sport individuali, da svolgersi all’aperto, che – soprattutto in questa stagione – portano l’individuo a immergersi nella natura, lontano da altri esseri umani e, quindi, da fonti di contagio. Per arrivare, però, in aree dove praticare queste attività occorre, alla maggior parte delle persone, prendere un’autovettura così da raggiungere spiagge e pendici montane, argini di fiume e percorsi campestri. Ma qui nasce un ulteriore dubbio: il divieto allo spostamento implica anche quello per raggiungere le località dove svolgere una pratica finalmente consentita, ossia l’attività motoria?

Ora, un Governo che voglia varare e preveda l’applicazione di misure che non favoriscono il contagio, dovrebbe consigliare proprio dette pratiche. Meglio camminare su un sentiero in montagna che non in un parco cittadino – che può diventare affollato in un breve torno di tempo. Meglio la passeggiata in riva al mare fuori stagione che non nel supermercato, al chiuso, tra avventori e oggetti che potrebbero essere contagiosi. Eppure il Premier Conte e il suo comitato medico-scientifico non vedono come pericoloso continuare a obbligare la gente a impigrirsi, rimpinzarsi di zuccheri, stare al chiuso e soffrire di stress, ansia e perfino depressione. E nemmeno si accorgono che i succitati articoli sono in palese contrasto. Così come aprire i parchi per poi invitare i sindaci a chiuderli – nel caso non possano garantire le distanze – equivale a fare un gioco delle tre carte con pena carceraria senza emissione di condanna.

Ma si sa, ciò che è ragionevole e, anzi, utile sembra bandito dal nostro Paese e i cittadini, a parte lavorare, possono e devono fare – come bambini in punizione – solamente due cose: rimpinzarsi come otri e dedicarsi alle razzie della grande distribuzione. Al contrario, in Svezia, Paese dove al posto del lockdown si sono trattati gli abitanti come adulti responsabili, la vita procede e i dati confermano: mentre in Svezia si hanno 244 morti per milione di abitanti (www.worldometers.info del 30 aprile), l’Italia ne ha 458 e la Spagna 519 – a riprova che non è la segregazione che fa la differenza.


Lo sport: lavoro e piacere
E adesso veniamo all’ennesimo settore in crisi della nostra già traballante economia. Secondo ilfattoquotidiano.it le autovalutazioni delle Federazioni sportive circa il grado di pericolo dei vari sport (professionistici o meno), inserirebbero tra quelli a rischio 0, golf, tennis, equitazione, pesca e vela. S’immagina quest’ultima in solitaria. Ovviamente anche il nuoto in mare, il che dovrebbe significare che se tale indicazione è valida per i professionisti, altrettanto dovrebbe esserlo per gli amatoriali e per il comune cittadino. Il nuoto in corsia, ossia in piscina, dovrebbe essere a rischio 1 (ma ci permettiamo di aggiungere che se potrebbe esserci un rischio negli spogliatoi e nelle docce, non capiamo cosa potrebbe succedere in vasca, dove il corpo è immerso nell’acqua clorata e ognuno segue il proprio tragitto all’interno della corsia). Stesso discorso per il ciclismo, al quale affibbiano un 1 (su 4) che, però, è poco comprensibile dato che in bicicletta si è da soli (e, da privati cittadini, non si fanno volate). Nello stesso articolo apprendiamo che i giocatori di calcio dovrebbero stare in panchina con la mascherina, ma fare il tampone 48 ore prima degli incontri. E ancora una volta sorge il dubbio che la mascherina sia un business: se si è negativi al tampone, a cosa servirebbe la mascherina? Domanda ragionevole in un Paese dove la ragione è in attesa – col bimbo che deve andare a scuola – sotto il cavolo.

Qualche ulteriore suggerimento di rischio 0 ci permettiamo di farlo anche noi. La canoa e il succitato trekking, l’aerobica e lo yoga, la ginnastica artistica e ritmica (basta avere un numero minore di persone presenti contemporaneamente in palestra), lo sci sia sulla neve che d’acqua, la corsa campestre e, in generale, l’atletica, e perfino il paracadutismo e la caccia; e così via – in verità la lista degli sport non di squadra è lunghissima e comprende molte attività all’aria aperta.

Secondo la Gazzetta dello Sport, del resto, l’attività motoria “riguarda quasi 21 milioni d’italiani”. Vittoria, questa, conseguita con anni di educazione allo sport esercitata nelle scuole, nelle palestre, dai club e dalle federazioni, ma anche dai medici – e in special modo dai dietologi, diabetologi, cardiologi, eccetera. Vittoria di Pirro se continueremo su questa strada.

Ma chiediamoci altresì, a livello economico, quali saranno i danni del lockdown in campo professionistico – e professionale – perché lo sport, come il teatro, il cinema, le attività culturali e/o museali, è anche una fonte di reddito per chi lo pratica (da professionista) e per un indotto che va dalle Pay tv alle riviste e ai quotidiani di settore, dalle palestre e dagli impianti sportivi in generale alla produzione di attrezzatura e abbigliamento – dato che nelle case degli italiani difficilmente si possono ospitare tapis roulant, cyclette e piscine. Ma altresì per stadi e campetti di calcio a 5 e a 7, rifugi di montagna e impianti sciistici, campi da golf e parchi nazionali – con il corollario di attività di accoglienza, ospitalità e ristorazione.

Senza parlare dell’universo dilettantistico-amatoriale che si basa sull’autofinanziamento e sugli sponsor e, interessando principalmente gli sport di squadra, è decisamente il settore maggiormente colpito (con allenatori, istruttori, gestori di impianti, tutti a casa). Anche perché le varie misure del Cura Italia si riducono sempre e solo all’obolo da 600 Euro che, come sappiamo, stenta ad arrivare sebbene se ne abbia diritto, o alla sospensione nel pagamento delle concessioni degli impianti sportivi – che non implica un’interruzione ma solo una dilazione del pagamento stesso.

Ancora una volta spiace rendersi conto che il Paese reale e la politica restano parallele mai convergenti – per buona pace della geometria euclidea.

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