#Superare la paura mantenendo le precauzioni

Firenze/Mare, vuoto a rendere – Foto di Simona Maria Frigerio

Ieri, oggi e domani: parlano quelli che il teatro lo fanno

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

Come altri, abbiamo letto le dichiarazioni che il Ministro per i Beni Culturali e il Turismo, Dario Franceschini, avrebbe fatto nel corso di un’intervista durante il programma Aspettando le parole – trasmesso da Rai Tre – riguardo al futuro del mondo della cultura. L’ipotesi, lanciata a Massimo Gramellini e agli italiani, sarebbe quella di trasmettere a pagamento i programmi culturali – dalle visite museali agli spettacoli teatrali, fino ai film e ai concerti – ossia di creare una Pay Tv italiana, in stile Netflix. Nell’articolo su Artribune, che riporta tali dichiarazioni, si aggiunge anche questa chicca, a firma della collega Giulia Ronchi, ossia che le proposte di fruizione web sono “un’inedita e partecipata dinamica che ha dato da pensare, nell’ottica di un cambiamento che potrebbe rimanere permanente anche una volta sopita la pandemia”.

Dato che la fruizione televisiva di spettacoli teatrali, concerti e visite museali, non è certamente una novità nata con il Covid-19, ci sia permesso di dire che la stessa si è sempre dimostrata di nicchia, improntata a un’offerta tradizionale quando non stantia, o al contrario meramente di botteghino (o da grande evento), e che il teatro e la musica in tv hanno di positivo solamente l’essere gratuiti (fatto salvo per il canone Rai). Nonostante questo, lo share non ha mai premiato tali trasmissioni. A parte il fatto che, come dimostra la chiusura della piattaforma Mediaset Premium, l’investimento in un tale business – a meno che non si voglia trasformarlo in un ennesimo fondo perduto – è tale che anche gli esperti nel mondo della comunicazione non solamente sanno che l’offerta va diversificata, ma altresì che tra costi di gestione e creazione di contenuti, solamente chi punta sullo sport, e particolarmente sul calcio, ha qualche possibilità di restare sul mercato. Pensare di trasformare una Rai 5 nella Netflix della Cultura ci pare più che una seria pensata indirizzata alla ripresa, l’ennesimo capitolo della distopia italiana – come quando si immaginano spiagge di plexiglass con fantomatici virus che ci assalirebbero dai granelli di sabbia.

Nel nostro piccolo registriamo, ancora una volta, uno scollamento grave tra mondo reale e politica e una sottovalutazione di tre importanti fattori. Il primo, che lo spettacolo dal vivo ha per intrinseca necessità di essere goduto dal vivo (altrimenti diventa altro). Il secondo, che una piattaforma a pagamento sarebbe il colpo di grazia per il mondo non tanto della cultura quanto della diffusione culturale, visto che gli italiani, e non solo, nei prossimi due anni (a essere ottimisti) subiranno un ridimensionamento delle entrate a causa dell’inevitabile crisi economica – basti pensare che le stime per la Germania, ossia per un Paese con un rapporto deficit/Pil e una macchina produttiva ben più sani dei nostri, prevedono un ritorno ai livelli pre-crisi non prima della fine del 2021. E il terzo, che qualsiasi mezzo, dalla televisione alla rete, non potrà essere mai democratico quanto la libera iniziativa dell’individuo. Anche se si prevedesse una piattaforma retta e gestita da esperti del settore che uscissero dai binari del déjà-vu e del polpettone soporifero – con il quale si sono ammorbate generazioni di giovani che, per l’appunto, detestano tanto il teatro quanto la visita museale – si impedirebbe alle persone di scegliere, di uscire e di fare un’esperienza di bellezza ma anche di socialità. Magari a un metro di distanza, ma comunque di socialità.

E chiudiamo con una considerazione. Se sarà sicuro andare in chiesa e al ristorante, non riusciamo davvero a capire perché non dovrebbe esserlo altrettanto sedersi su una poltrona in un teatro o in un cinema. E se il problema fosse distanziare le persone, compito dello Stato sarà quello di finanziare i disavanzi dei teatri che dovranno riaprire non più puntando sul sold out (bieco diktat derivante dai parametri del Fus) bensì sulla qualità, la varietà delle proposte, la novità di inventarsi forme di fruizione anche diverse – scommettendo magari, nell’immediato, sulla stagione clemente, con il teatro, come il cinema, all’aperto. Perché occorre che le persone si abituino prontamente all’idea di tornare a vivere in prima persona la magia del palcoscenico, di una galleria d’arte, del grande schermo. #Superare la paura mantenendo le precauzioni: ecco un bell’hashtag per la Fase 2 o 3.

Ma queste sono, ovviamente, solo considerazioni personali. Come sta vivendo realmente il mondo del teatro questo frangente e come s’immagina il suo futuro? Abbiamo voluto porre tre domande, a proposito, a operatori diversi – attori, registi, Compagnie. Speriamo così di aprire una piattaforma – questa sì, libera e gratuita – dove chi fa teatro possa raccontarsi e fare proposte. Crediamo che solamente attraverso il confronto diretto tra professionisti possano nascere idee per una ricostruzione che sarà sicuramente difficile. Ma che se avverrà sulla base delle idee e delle esigenze di chi fa veramente questo mestiere potrebbe anche essere motivo di rilancio del teatro, quale professione a tutti gli effetti.

Queste le tre domande che abbiamo posto – nei prossimi giorni pubblicheremo le risposte di altri operatori e a tutti quelli che volessero unirsi alla discussione, ovviamente ribadiamo che potranno aggiungersi, dato che questo è uno spazio aperto e libero di dialogo e confronto.

In questo periodo di stop forzato dell’attività su quali strumenti, a livello di ammortizzatori sociali (cassa integrazione, bonus per le Partite Iva, eventuale sospensione del pagamento di affitti e/o mutui relativamente alle strutture lavorative occupate, etc.), potete fare affidamento?

Quali interventi, normativi ed economici, vi necessitano per riprendere l’attività? E la stessa fino a quando potrà essere sospesa con la ragionevole certezza di poterla riprendere?

Non pensate che sia mancato un forte coordinamento in questi anni per rivendicare, aldilà del valore culturale e artistico del vostro lavoro, una serie di normative che riconoscessero in pieno il mestiere del fare teatro – parificandolo a qualsiasi altra occupazione? Specifico che quest’ultima domanda mi sorge spontanea pensando al refrain che tutti conoscerete e che da barzelletta sembra diventata triste realtà: «Ah, fai l’attore! Ma che lavoro fai davvero?». E dalle considerazioni che, in queste settimane, mi sono state rivolte da tanti: «Si può rinunciare al teatro o al cinema, che problema c’è? È solo un divertimento». Non mi pare che le persone si rendano conto che voi lavoriate “davvero”. Le prime risposte arrivate e che pubblichiamo sono a firma Cuocolo/Bosetti, Andrea Merendelli, Daniele Giuliani, Capotrave/Kilowatt Festival, e Consuelo Barilari. Martedì 5 maggio si aggiungeranno nuove voci.

Renato Cuocolo e Roberta Bosetti


Renato Cuocolo e Roberta Bosetti – I.R.A.A. Theatre
Non facciamo affidamento su nessuno strumento particolare. È per noi, comunque, normale in un anno stare fermi tre mesi per scrivere e provare. Cosa che stiamo facendo anche adesso.

Una forzata prolungata chiusura dell’attività teatrale sarebbe un problema. Personalmente stiamo riprendendo spettacoli del nostro repertorio che possono diventare centrali in questa situazione. Tutta la serie con le radioguide e Theatre on a Line, uno spettacolo per uno spettatore al telefono, presentato con grande clamore in Australia nel 2010. Al centro della nostra riflessione c’è sempre stato il rapporto con lo spettatore. Un teatro in cui l’aspetto partecipativo, interattivo viene esaltato. Dove lo spettatore/ospite è libero di muoversi, di esplorare lo spazio, di adottare vari punti di vista: è privo, insomma, del “posto assegnato”. Un teatro dove gli spettatori diventino partecipi dell’opera: si pongano in rapporto reciproco generando tra loro relazioni fisiche di prossimità, o in questo caso di distanziamento, animando il lavoro da molteplici angolature. Ci sono molti modi di immaginare il posto del teatro. Uno è costruito di mattoni e cemento, con un sipario rosso e una serie di posti numerati; un altro è un posto immaginario pieno di giustapposizioni politiche e incontri psicologici. Non dico di abbandonare i teatri a cui, anche se non li uso, sono  tanto  legato,  ma d’intraprendere contemporaneamente un viaggio teatrale, al di là delle abitudini, che incorpori i temi mitici dell’interrogarsi, del ricercare, che serva come mappa di desideri, sogni, paure. Un teatro ecologico, che usi l’esistente, che si prenda cura del mondo circostante, non negazione del disastro, ma redenzione del disastro attraverso il moto affettivo e conoscitivo del mettere in forma, che diventa anche la forma di un comportamento e dunque un modo etico. Chiedo ai miei colleghi di diventare visionari di quello che c’è. Questa crisi ci potrebbe aiutare a cambiare strada. Nella presa di coscienza della fragilità del sistema (non solo teatrale) potrebbe diventare una tappa nel cammino del cambiamento.

Sicuramente un coordinamento potrebbe portare vantaggi. Alla fine bisogna, però, riconoscere che la nostra occupazione non può essere assimilata a qualsiasi altra occupazione. È per questo che l’abbiamo scelta.

Andrea Merendelli – Foto di Alessandra Stanghini

Andrea Merendelli – Direttore Artistico Teatro di Anghiari/Tovaglia a Quadri Residenza Artistica della Toscana
Bonus lavoratori dello spettacolo per le tre figure tecniche, artistiche e amministrative con contratto a chiamata (30 gg almeno di contributi versati). Poi, trattamenti diversificati per chi ha prevalenza di lavoro con altre istituzioni, cooperative etc: due richieste di disoccupazione e una cassa integrazione.

Ministero, regioni e amministrazioni locali non potranno permettersi più il lusso di azioni “fuori sincro”, altrimenti ci saranno dissolvenze e agonie dimenticate in molte “periferie” dello spettacolo. Inoltre, in mancanza di norme certe sulle “distanze di sicurezza” e in attesa delle nostre valutazioni sulla sostenibilità economica dei futuri dispositivi d’igiene e profilassi, si sente il bisogno di uscire al più presto da questo sfibrante tira e molla, sospesi fra l’attesa di dette normative e i tempi (sconosciuti) della programmazione. Se mi si chiede “quando poter riprendere l’attività”, mi viene da rispondere: quanto dura un corpo umano senza cibo o senza acqua? E se sopravvive al trauma, quali saranno i tempi della riabilitazione funzionale?

Parto da questa interessante e amara specifica. Se la mamma di Thom Yorke dei Radiohead, dopo l’uscita di Ok Computer, alla vicina di casa che aveva visto il suo “disgraziato” figlio in tv e chiedeva: «Ho visto il tuo Thom in tv! Che ci faceva?». La madre rispondeva: «Fa il cantante con un gruppo». E la vicina: «Ah, fantastico… E di lavoro invece, che fa?» Ecco… pensare che ci sia speranza per noi piccoli pesci del Mar Mediterraneo… Tuttavia ci sono molte responsabilità, vere e presunte. E metterle in fila, fa paura a tutti. Sento molti colleghi, più vecchi e più giovani di me, rivendicare adesso il ruolo del “lavoratore dello spettacolo”, sindacalizzare aspetti fino a ieri “insindacabili”. L’Artista del Popolo (non l’eroico Fatur dei CCCP) ora è il “non tutelato lavoratore dello spettacolo”. Troppo tardi. Non si può rispondere con una retorica datata a un virus che spazza via tutto. Dopo 25 stagioni teatrali, decine e decine di residenze (fatte spesso senza paracaduti e solo per entusiasmo), personalmente ho imparato una dura lezione: è impossibile tenere insieme quello che io chiamo “l’ego-museo” del sistema teatrale italiano. Decenni di opportunismi sfrenati, “minuetto” barocco e incenso virtuale fra individui imbalsamati in élite autoreferenziali – gruppi, sottogruppi e scambismo ci fanno ora vedere chi realmente siamo. Divide et impera. Ma chi è veramente a guadagnarci? Parliamone… Produzioni che non abbiamo avuto il coraggio di dire che facevano schifo, comprandole a prezzi assurdi per compiacere e sperare… Giovani artisti spesso sottopagati per l’ingrassamento, attraverso ricatti morali e genuflessioni permanenti, di medi e grandi centri di potere e di accentramento teatrale. Piccoli Teatri e Piccoli Centri, visti come acari zuccherini da succhiare, serbatoio di sistema con la frequente collaborazione delle amministrazioni locali. Un’interfaccia drogata fra star cinematografico-televisive (con cachet che spero vengano spazzati via per sempre) e palcoscenici dove invece si piange il fiele per andare avanti. Ci sono tanti bravi educatori teatrali, formatori di umanità e di pubblico (prim’ancora che di Artisti), completamente ai margini e da sempre ignorati. E adesso si parla di coordinamento e di difesa dei piccoli “lavoratori dello spettacolo”? Troppo tardi. Si doveva, come sempre, pensarci prima. Solo la paura ha mosso i nostri culi virtuali. Il Covid-19 non sarà un ritorno (?) al socialismo reale. Il contatore delle diseguaglianze verrà azzerato? La purga ci servirà da lezione? Sono un inguaribile ottimista: passata la paura, il Sistema produrrà nuovi anticorpi, tutelando solo i grossi organi. E i tessuti periferici che si fottano. Sarà, come sempre, uno spettacolo… Dal vivo?

Daniele Giuliani

Daniele Giuliani – Attore, regista, Direttore Artistico di Sfumature in Atto
Ho usufruito del Bonus destinato alle Partite Iva. Fortunatamente mi appoggio alla Sala del Centro Culturale ExFila di Firenze, con la quale ho l’accordo di pagare solo in caso di reale utilizzo dello spazio. Altre sale che uso per dei laboratori di teatro applicato al sociale sono di proprietà degli Enti per i quali lavoro o messe a disposizione dai Comuni.

Occorrono normative che permettano alle persone di trovarsi nuovamente insieme per eventi formativi (corsi e laboratori) e per assistere agli spettacoli con le dovute precauzioni, ma è urgente tornare a incontrarsi. Riguardo all’aspetto economico occorrono dei fondi che ci consentano realmente di attraversare questo periodo di chiusura, che per il teatro sembra essere destinato a essere più lungo rispetto ad altre attività. Se la situazione si dovesse protrarre per più di due-tre mesi avrò necessità di cercare un altro impiego mettendo da parte, almeno per il momento, quello che ho costruito in tanti anni di sacrifici.

Certo che è mancato un coordinamento, non c’è mai stato. La maggior parte delle compagnie, degli attori, dei registi, i teatri stessi ragionano a compartimenti stagni. La triste situazione è che, di fatto, siamo rivali e non colleghi. Le ragioni di ciò sono antiche e profondamente radicate nel settore e non basta certo questo spazio per enuclearle. Ma è opportuno ricordare che non è semplicemente una responsabilità delle istituzioni, ma anche una responsabilità degli addetti ai lavori. Il piccolo “io” degli esseri umani è la fonte di ogni male sociale e personale. In un settore come quello teatrale questo Io si gonfia più che in altri lavori, invece di farsi da parte come dovrebbe realmente accadere; di conseguenza, i danni che ne derivano stesso sono maggiori. Più che una “civiltà teatrale” vedo una “giungla teatrale”, dove i valori predominanti sono la furbizia, la scaltrezza politica e la sudditanza verso chi ha più visibilità, insomma verso il gorilla di turno. Prima di pensare ad altro ci sarebbe da mettere mano a questa modalità professionale basata sul clientelismo e sulla sopraffazione. La meritocrazia in teatro esiste, perché chi sa fare il suo lavoro sa crearsi il proprio pubblico e riesce a lavorare, con grandi difficoltà ma riesce a lavorare. Il problema è un altro, sono le dinamiche relazionali del settore che, a mio avviso, sono troppo incentrate sulla competizione narcisistica e rare volte sulla solidarietà e il rispetto reciproco. Non mi manca quel mondo teatrale; anzi, per quanto mi riguarda può restare chiuso per l’eternità quel teatro lì. Quello che mi manca del teatro è la sua essenza, e mi auguro che in questo periodo di assenza ci possiamo concentrare nuovamente su quelli che sono i motivi profondi per cui facciamo teatro. Spero che le motivazioni superficiali e narcisistiche si facciano definitivamente da parte, segnando un periodo storico di confine grazie a questa pandemia. E con questo mi collego all’ultima domanda. Premetto che il grosso del mio stipendio viene dall’insegnamento del teatro e dai laboratori di teatro applicato al sociale e non dal fare l’attore o il regista, come per la maggior parte di noi. Le affermazioni che tu riporti, tristemente conosciute, sono frutto di ignoranza e superficialità. È anche vero che, soprattutto negli ultimi anni, per chi lavora in teatro è diventato sempre più difficile sbarcare il lunario; molti attori e molte compagnie devono inventarsi altri cento laboratori e affini per tirarne fuori uno stipendio. Per rispondere alla domanda, ritengo sia impossibile rinunciare al teatro. È un bisogno della specie, uno dei più antichi mezzi di conoscenza collettiva che abbiamo a disposizione, nel quale può trovare spazio il divertimento, ma non è “solo un divertimento”. Fin dalle origini della specie troviamo tracce di questo bisogno di mettere in scena la vita per cercare di conoscerla e creare nuovi significati esistenziali. A livello individuale, volendo fare un parallelismo filogenetico, ci basta osservare il gioco dei bambini: giocano all’emulazione degli adulti, degli animali, degli eroi e delle eroine, ricordandoci una via maestra per conoscere se stessi e il mondo che li circonda, per elaborare in chiave personale e creativa concetti e principi. 

Lo staff di Kilowatt Festival

CapoTrave/Kilowatt Festival
Più o meno abbiamo tutte le casistiche possibili: gli attori e i tecnici con cui lavoriamo accedono alla disoccupazione e anche al bonus speciale dei 600 euro, avendo tutti almeno 30 giornate lavorative nel corso dell’anno precedente e non essendo stati occupati con noi durante tutto il mese di marzo 2020, visto che le recite delle nostre produzioni sono state tutte annullate. Due persone del nostro ufficio, assunte full-time a tempo indeterminato, accedono ai benefici del Fondo Integrativo Salariale. I problemi riguardano altri tre, tra noi, che sono assunti con contratti da intermittenti a chiamata, per i quali, al momento, non è previsto l’accesso ad alcune forma di ammortizzatore sociale. Il contratto da intermittente a chiamata si fa con quei professionisti con cui c’è un’ampia continuità durante l’anno ma che, per la loro attività professionale, hanno anche altre ingaggi. È il caso del nostro direttore artistico Luca Ricci, ad esempio, che lavora principalmente con noi, ma non soltanto, essendo un regista e un curatore chiamato anche per altri progetti, per cui, avendo aperto un contratto a chiamata, ogni mese, noi stabiliamo per quanti giorni ingaggiarlo. Con questo tipo di contratto – frequentissimo nel nostro ambiente – il lavoratore non può accedere alla disoccupazione (perché per accedervi serve che il rapporto di lavoro sia chiuso, mentre i contratti a chiamata, per loro natura, non sono mai chiusi, ma restano sempre aperti, anche quando non si lavora, in attesa della prossima chiamata), non può accedere al bonus dei 600 euro (per le stesse ragioni di cui sopra), né al Fondo Integrativo Salariale e non è prevista neppure la Cassa Integrazione in Deroga regolata dalla Regioni perché, in un’interpretazione più o meno contestabile delle norme, molte Regioni hanno sancito che per accedere alla Cassa Integrazione in Deroga bisogna dimostrare che il lavoratore ha accettato la chiamata che gli ha fatto l’azienda; ma, ovviamente, se l’azienda non è considerata tra quelle essenziali essa stessa è chiusa, e dunque non può fare chiamate ai lavoratori. Ecco che, per questo tipo di lavoratori, non c’è alcun ammortizzatore – e la prospettiva è di non poter riprendere a lavorare prima di molti mesi.  

L’impatto economico di questa situazione è ancora troppo complesso da quantificare: non è per nulla chiaro tutto quello che perderemo e che tipo di crisi dovremo fronteggiare nei prossimi mesi. Seguendo alcune regole sanitarie, potranno ripartire le attività aperte al pubblico? Che tipo di costo avranno le procedure di sanificazione? Il pubblico vorrà comunque venire agli eventi o sarà spaventato? I progetti con le scuole potranno ripartire? I laboratori extrascolastici si potranno fare? Esisteranno delle Stagioni autunnali all’interno delle quali si potranno presentare degli spettacoli? Senza risposta a queste domande, è impossibile quantificare che danno stiamo fronteggiando e, dunque, quali interventi di “ristoro” sarebbe opportuno mettere in campo. Rispetto alla possibilità di riprendere le attività di programmazione del Festival estivo che organizziamo da tanti anni (quest’anno sarebbe il 18esimo compleanno di Kilowatt…), si spera che le autorità sanitarie comprendano che un conto è riaprire il Teatro alla Scala, un conto è permettere che si possano fare dei Festival estivi, magari all’aperto, magari con un numero di spettatori che sarà inferiore alle 200 unità, per spettacolo. Speriamo che con un po’ di buonsenso si possa ammettere una differenza tra i piccoli eventi outdoor quali sono i Festival multidisciplinari dell’innovazione – quale il nostro – e i grandi concerti di San Siro, e anche una differenza tra eventi indoor con o senza spettatori, per permettere almeno di far ripartire le residenze artistiche e le prove. Del resto, se si ammette che possa riprendere la produzione di un calzaturificio, perché non dovrebbe poterlo fare una Compagnia teatrale? Certo, si dirà, c’è il problema del distanziamento tra gli artisti stessi, mentre sono in scena, ma qui non stiamo parlando di spettacoli con un organico di 50 artisti: nei nostri spettacoli quando ci sono 5 artisti sulla scena è già molto, e molto spesso alcuni tra questi provengono dallo stesso nucleo familiare. Magari, facendo loro un tampone prima dell’inizio del periodo di prove, così da accertarne la sanità e il fatto che non siano portatori del virus, si potrebbe permettere a un settore di ripartire a produrre. Se queste cose potranno essere comprese e ammesse, anche il danno che deriverà al nostro settore sarà un po’ più contenuto.

Che il settore sia diviso, litigioso e poco capace di fare squadra è una certezza. Per quanto ci riguarda, sentiamo di poter dire che siamo esenti da questa accusa: a Sansepolcro, anche su una nostra intuizione, è nato CReSCo – con lo scopo di federare i soggetti che in Italia si occupano della scena contemporanea. Di CReSCo il nostro Direttore Artistico è stato il primo Presidente e un membro del Direttivo per dieci anni, fino all’autunno scorso, e nei vari ruoli che ha ricoperto ha sempre lavorato per creare dialogo e fare accordi con Agis, Federvivo, Federculture, e gli altri soggetti del settore. Siamo tra i principali animatori di un neonato coordinamento informale dei Festival italiani del contemporaneo. Siamo parte attiva del coordinamento delle Residenze Toscane R.A.T., e abbiamo coordinato in prima linea molte azioni che hanno messo insieme tutte le residenze italiane. Siamo inoltre parte di tante altre reti che hanno a cuore specifiche progettualità artistiche, ma che hanno anche creato comuni visioni e progetti di difesa del settore: da Anticorpi, a NDN, a In-Box, a L’Italia dei Visionari, alla rete internazionale Be SpectACTive. Dunque sì, serve fare maggiormente squadra tra i protagonisti del settore, ma noi non facciamo altro che tentare di fare squadra, da oltre dieci anni, e si può stare certi che, prima o dopo il Covid-19, noi continueremo a farlo.

Consuelo Barilari – Foto Ambrosi

Consuelo Barilari, regista e Direttrice del Festival dell’Eccellenza al Femminile #ideexdomani
Guardare al Teatro durante la crisi Covid-19 come un’opportunità

Avrei una proposta per i giovani e le donne su come affrontare la crisi del distanziamento del pubblico in platea e degli attori in palco che frena la ripresa.

Per il tempo della Fase 2 “Convivere con il virus” e della Fase 3 “Ricostruzione” il problema dello spettacolo dal vivo, che io affronto solo per il teatro – del pubblico assemblato nelle platee e degli attori contigui in palcoscenico – se guardato come transitorio, può costituire un’opportunità di rinnovamento nella consuetudine teatrale che influenza le Stagioni dei teatri e dei festival. Mi spiego meglio.

I teatri, almeno quelli più grandi e importanti, fondano la scelta degli spettacoli per le loro Stagioni sugli artisti di nome che “chiamano di più il pubblico” – come si dice in gergo – ovvero che sono più conosciuti anche per i passaggi televisivi e cinematografici, con costi di cachet più alti, ammortizzati almeno in parte dalla vendita dei biglietti. Questa sana pratica commerciale che si chiama legge di mercato – per le ragioni che sappiamo e per un tempo indefinito che ci auguriamo non troppo lungo – non sarà più praticabile. E la stessa, che sia agli attori di nome sia agli esercenti appare come una tragedia, rovesciando il punto di vista, potrebbe invece apparire ai teatri minori e ai giovani artisti non ancora famosi come “la grande opportunità”. Mi spiego ancora meglio.

Gli attori famosi, che richiamano a sé le grandi platee, potrebbero dedicarsi al teatro in televisione; mentre, nelle Stagioni teatrali con il pubblico contingentato, potrebbero finalmente trovare spazio gli artisti più giovani con cachet proporzionati al numero degli spettatori e, tra questi, si potrebbero privilegiare le donne, che sempre più spesso, da soliste del teatro, portano in scena monologhi con le loro storie – dal comico al tragico – di una qualità straordinaria ma che, spesso, non trova spazio nelle Stagioni, per le ragioni sopraelencate. In questo modo la contrazione del pubblico che assiste agli spettacoli sarebbe compensata dai minori costi degli allestimenti e finalmente dalla valorizzazione ed emersione di un immenso potenziale di creatività dei giovani talenti, di sperimentazione e ricerca di nuovi linguaggi e contenuti troppo spesso mortificati dal teatro più istituzionale. In questo modo, il Fattore D potrebbe trasformare un fattore di contingente Debolezza in crescita e sviluppo delle energie meno valorizzate.

Basterebbe una sola Stagione teatrale per “una sferzata di energia” e un ricambio salutare al teatro italiano.


Arrivederci a martedì 5 maggio con Maurizio Sguotti/Kronoteatro, Francesca Ferri e Francesco Tè/Teatro dei Venti, Marcella Nonni/Teatro delle Albe, Chiara Pistoia/Geometria delle Nuvole, e il Teatro del Lemming.

Share with: