Strani venti di oscurantismo soffiano in Tunisia

Proteste popolari contro presunte frodi elettorali di Ennahdha a ottobre 2011
Foto di Laura Sestini/Archivio Ishtar Immagini – riproduzione vietata

Che fine ha fatto la Tunisia repubblica laica?

di Laura Sestini

Dopo la Rivoluzione del 2011 che decretò la caduta della dittatura di Zine El-Abidine Ben Alì, la Tunisia sembra aver intrapreso, lentamente e in sordina, un cammino politico e sociale totalmente opposto alle aspettative del popolo sceso per le strade a manifestare, la cui istantanea avvisaglia parve essere la vittoria del partito islamista Ennahdha alle prime elezioni parlamentari libere del 24 ottobre 2011 – dopo ben 23 anni di dittatura.

Le votazioni allora indette avevano lo scopo di eleggere l’Assemblea Costituente che aveva a sua volta il compito di modificare alcuni articoli della Costituzione per riadattarli alla nuova situazione di contestazione creatasi durante la Primavera araba, e alle richieste di maggiore libertà del popolo tunisino.

Già allora il Movimento della Rinascita (di orientamento islamista moderato) di Rachid Ghannouchi totalizzò il 37,04% dei voti, rispetto al Congresso della Repubblica (partito laico di centrosinistra), che rimase fermo al solo 8,71% nonostante risultasse, alla chiusura dello spoglio delle schede, il secondo partito per numero di voti.

Durante gli oltre 10 anni dalla contestazione popolare del 2011, che vide le principali strade della capitale, Tunisi, ma anche molti altri centri piccoli e grandi, straripanti di manifestanti di tutte le età, la situazione politica e sociale del Paese non ha visto grandi miglioramenti, ma al contrario i vari governi hanno continuato a vacillare a più riprese – ivi compreso quello attuale, dopo il rimpasto di meno di un anno fa, e dal quale, oggi, si è dimesso il premier Elyes Fakhfakh – su pressione del Presidente della Repubblica Kaïs Saïed allo scopo di evitare nuove elezioni – mentre, in generale, il Paese e la popolazione risultano ancora più impoveriti.

A questo quadro generale, dal quale tuttora cercano di fuggire, verso l’Europa, molti giovani, si è aggiunto il Covid-19, fortunatamente con numeri abbastanza contenuti, e un perenne – sottotono ma continuo – vento di islamizzazione.

Il Movimento islamista della Rinascita, ancora partito maggioritario di governo, non nasconde i suoi ideali e il legame geopolitico col Movimento del Fratelli Musulmani, pressando verso una società basata anche sulle regole della Sunnah – il Codice di comportamento per i credenti musulmani. Plausibile e verosimile risulta, quindi, che durante il periodo di lockdown, si siano verificati degli episodi, da parte delle autorità, di dissenso verso donne che hanno espresso la loro libertà di pensiero e personale.

Seppur casi isolati, pensiamo che non debbano passare inosservati ma possano anzi essere presi in considerazione a vigilanza di un fenomeno che potrebbe volgere a una maggiore restrizione dei diritti civili e umani basilari, soprattutto se rivolti nei confronti delle donne.

Già durante i mesi di isolamento sociale dovuti alla pandemia, misura di contenimento adottata anche in Tunisia, una giovane blogger – Emna Chargui – è stata denunciata per aver pubblicato un testo umoristico sul coronavirus nella forma stilistica e decorativa delle Sura (i versetti) coraniche, dal titolo Sourat Corona (Verso Corona, tdg).

Solo due giorni dopo la pubblicazione del post – il 4 maggio 2020 – e il clamore del diniego suscitato sui social, la magistratura tunisina ha aperto un’indagine e la ragazza è stata chiamata di fronte al giudice con l’accusa di istigazione all’odio tra razze, religioni e popoli, incitamento alla discriminazione, e uso di mezzi ostili, tantoché è stata emessa in questi giorni la sentenza del tribunale con la quale Emna Chargui è stata formalmente condannata a sei mesi di carcere e a un’ammenda di 2 mila dinari.

Già alla formalizzazione dell’accusa la ragazza aveva affermato che la sua vita era repentinamente cambiata, di non sentirsi più sicura tanto da temere per la sua incolumità; esprimendo altresì preoccupazione per la libertà di parola e i diritti delle donne.

Un ulteriore episodio riguarda la professoressa di liceo Mariem Bouzid, come riportato sul quotidiano tunisino online Businessnews https://www.businessnews.com.tn/A-cause-de-son-rouge-à-lèvres,-une-enseignante-empêchée-d’assurer-sa-surveillance-au-Bac,520,100319,3, che, su segnalazione di un collega docente all’Amministrazione dell’Istituto – durante una sessione di esame per cui entrambi erano presenti a garantirne il regolare svolgimento – è stata allontanata con l’accusa di avere indossato un abbigliamento scorretto e di avere avuto un rossetto troppo vistoso sulle labbra.

Il post di denuncia di Mariem Bouzid sul profilo Facebook

Il caso, che non sappiamo quale evoluzione potrà avere, ha comunque suscitato molte proteste sul web, tra amici, conoscenti e il corpo docente – a sostegno della giovane professoressa – che hanno espresso preoccupazione per l’oscurantismo che predomina impunemente nel Paese maghrebino.

Nel 2018 a Tunisi capitale è stata eletta, per la prima volta nella storia della metropoli, una sindaca donna – Souad Abderrahim – del Movimento islamista della Rinascita Ennahdha. L’evento può illudere che sia una ricerca di ammodernamento sociale e del sistema politico, bensì dimostra di essere maggiormente una strategia di comunicazione – usando un linguaggio di genere, femminile diretto e appropriato senza risultare un’imposizione maschile – per i suggerimenti da dare alle donne della città.

Se è pur necessario dire che alcuni casi (isolati?) non possono dar modo di attestare una realtà, certo rimane la certezza che – di per sé – gli episodi siano dei campanelli d’allarme che non promettono niente di positivo, e che non possono rimanere inascoltati.

Per approfondire: https://www.repubblica.it/esteri/2018/07/04/news/la_prima_donna_sindaco_a_tunisi_islamista_e_senza_velo-200820593/

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