Somalia senza speranza

La fragile bellezza di una camelia japonica – Foto di Luciano Uggè

Da Restore Hope alla condanna di due stupratori di bambine: cosa resta del corno d’Africa?

di Simona Maria Frigerio

Il 5 aprile 2020 BBC passa la notizia – seguita da un silenzio assordante – del rapimento e stupro di due bambine di tre e quattro anni, avvenuto a Mogadiscio, nonostante la legge del 2018 che finalmente prevede il reato di stupro (con condanna fino a 30 anni) e spazza via, almeno sulla carta, la consuetudine somala (ma era così anche in Italia fino al caso di Franca Viola, e non sarà prima del ’96 che lo stupro da reato contro la morale diventi reato contro la persona) di far sposare la ragazza stuprata con il proprio violentatore quale forma di riparazione contro la ‘vergogna’ della violenza subita.

Uno tra i quattro Paesi del Geeska Afrika (il corno d’Africa, in lingua somala) non è stato, però, sempre una terra dilaniata da guerre e violenze. Negli anni 80, come scrive Saskia Sassen in Espulsioni, prima dell’avvento delle politiche neoliberiste e il tracollo dell’idea di un capitalismo dal volto umano, molti tra i Paesi africani – liberatisi dal giogo colonialista – avevano sviluppato “un’industria manifatturiera di massa e la formazione di una classe media nelle burocrazie statali. Per esempio, Mogadiscio in Somalia, era una città di classe media, con un adeguato livello di istruzione e una classe lavoratrice in buone condizioni economiche. Quando, negli anni 80, il debito pubblico esplose in gran parte dell’Africa Sub-sahariana, a causa fra l’altro del riciclaggio dei cosiddetti ‘dollari post-1973’, nelle casse dei paesi dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (…OPEC), tali progressi furono per lo più vanificati”. (Chiariamo che, nel ’73, a causa della Guerra statunitense in Vietnam e del conseguente aumento della spesa pubblica, il dollaro fu svalutato e saltò la convertibilità dello stesso in oro. Da quel momento si istituì un regime di cambi fluttuanti).

Restore Hope: gli ossimori che piacciono al Pentagono
Sei anni prima che Bill Clinton bombardasse la ex Jugoslavia per deviare l’attenzione degli statunitensi dal caso Monica Lewinsky (il periodo che Philip Roth, in The Human Stain, descriverà come: “It was the summer when a President’s penis was on everyone’s mind, and life, in all its shameless impurity” – “Fu l’estate in cui il pene di un Presidente entrò nella mente, e nella vita, di ognuno nella sua svergognata impurità”, t.d.g.), gli Stati Uniti erano a capo della missione Restore Hope in Somalia, che si sarebbe conclusa con la battaglia di Mogadiscio e la fuga frettolosa dei militari a stelle e strisce. Del resto durante i due mandati di Clinton, nonostante per Wikipedia, “gli Stati Uniti [abbiano] vissuto uno dei più lunghi periodi di pace e prosperità economica di sempre”, oltre alla Somalia, si possono ricordare i raid aerei contro i serbi in Bosnia, i bombardamenti in Afghanistan e Sudan (nel ’98) fino alla succitata guerra nel Kosovo dell’ex Jugoslavia.

Ma da quale miccia deflagrò un conflitto armato che dura da circa trent’anni? Di base, oltre alla crisi economica (e del debito pubblico) summenzionata, ci fu la volontà di abbattere il regime del generale Siad Barre – in quel lontano 1991, antesignano di successive primavere arabe ma già monito delle conseguenze infauste che possono generarsi con l’affermarsi delle teocrazie islamiche. Alle lotte per la conquista di Mogadiscio da parte dei vari Signori della guerra, fecero seguito le mire di potere delle Corti Islamiche (intorno agli anni 2000 e sconfitte nel 2006 dal Governo Nazionale di Transizione con l’aiuto dell’alleato etiope), a cui si sostituì un movimento nato al loro interno ma che si radicalizzò velocemente, ossia Al-Shabaab, il cosiddetto Partito dei Giovani, che vorrebbe istituire uno Stato basato sulla Sharia – la legge islamica.

In questo labirinto di fazioni, l’Onu intervenne a partire dal 1992 con l’ossimoro che sarebbe diventato poi consueto, ovvero la missione militare di pace, denominata Restore Hope. Un disastro da ogni punto di vista dato che, invece di schierare forze di interposizione, trasformò ben presto il proprio obiettivo in un inserimento diretto degli occidentali negli affari somali e nella missione del 3 ottobre 1993 che avrebbe dovuto catturare (o eliminare?) alcuni tra i collaboratori più stretti del Signore della guerra Mohammed Farah Aidid, e che si concluse con un fallimento militare e d’immagine – l’abbattimento di tre Black Hawk e la morte di 19 soldati statunitensi. Sebbene la presenza Onu sia proseguita con una seconda missione fino al ’95, autorizzando anche l’uso diretto delle armi e spingendosi sempre più verso un’ingerenza militare di vaste proporzioni, la stessa non è riuscita a portare le varie parti belligeranti a un tavolo delle trattative né a presentarsi, agli occhi della popolazione somala, come una colomba di pace, invece di un coacervo di forze militari straniere di stampo neocolonialista.

Di questo quadro che comprendeva anche traffici illeciti di armi, narcotici e rifiuti tossici (da parte di potenze straniere e signori della guerra), finirono per diventare vittime anche la giornalista italiana Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994 – in quel di Mogadiscio.




Con il cambiamento climatico, per quanto godremo ancora di un campo di papaveri
à la Monet? – Foto di Simona Maria Frigerio

Campi profughi, violenze, cambiamento climatico
Nel libro Somalia: the untold story. The war through the eyes of Somali women – pubblicato nel 2004 da Judith Gardner e Judy El Bushra, disponibile gratuitamente online in versione originale – si racconta come le donne, nei campi profughi dell’UNHCR (l’Alto Commissariato dell’ONU per i Rifugiati), abbiano subito per anni forme pesanti di discriminazione quando violentate, dato che per la società somala ammettere di essere state stuprate equivale ad ammettere una colpa. Non solamente. Forse peggiore della violenza in sé, si è dimostrato l’ostracismo sociale che obbligava le vittime a rinchiudersi nelle tende senza poter svolgere all’esterno nemmeno mansioni indispensabili alla sopravvivenza, quali recarsi a prendere l’acqua.

In Somalia, oltre allo stupro di guerra, esiste il summenzionato stupro da ovviarsi con un matrimonio ‘riparatore’ (praticato almeno fino al 2018), e lo stupro conseguente a un rapimento. Le donne subiscono altresì la piaga della mutilazione genitale femminile. L’MGF – l’acronimo comunemente utilizzato per detta pratica – è d’uso in una trentina di Paesi e il Parlamento Europeo ha denunciato che: “si calcola che siano circa 68 milioni le ragazze in tutto il mondo che rischiano di subirlo prima del 2030”. Per chi non lo sapesse, è utile ricordare che le mutilazioni inflitte alle bambine e ragazze, oltre a provocare difficoltà urinarie, infezioni, casi di infertilità, diminuzione o eliminazione del piacere sessuale, possono portare a complicazioni durante il parto e a un aumento del rischio di decesso neonatale.

Human Rights Watch, nel 2014, ha presentato un piano in cinque punti per mettere fine agli stupri e alle violenze nei confronti delle donne (ma anche delle bambine) somale. Le premesse al documento sono urticanti. “La violenza sessuale è pervasiva in gran parte della Somalia. Due decadi di conflitto civile e il collasso statale hanno creato un popolo di rifugiati interni… vulnerabili alla violenza sessuale. Allo stesso tempo hanno distrutto le istituzioni statali che dovrebbero proteggere coloro che sono a rischio. Assalitori armati, inclusi membri delle forze di sicurezza statali, operanti nella completa impunità, molestano, stuprano, picchiano, sparano e accoltellano donne e ragazze nei campi profughi, quando si recano al mercato, attendono ai campi, o vanno a legna. I membri delle minoranze, a lungo marginalizzate, sono particolarmente a rischio”. Secondo i dati forniti dall’Onu: “Nei primi sei mesi del 2013 sono stati denunciati quasi 800 casi di violenza sessuale e connessi al genere. Il numero reale è quasi certamente più elevato”, mentre per l’Unicef “circa un terzo delle vittime… sono bambini”.

Non più tardi dell’8 marzo dell’anno scorso le proteste hanno invaso le strade del Puntlaand (una regione della Somalia nord-orientale), dopo il ritrovamento del corpo della dodicenne Aisha Ilyas Adan, scomparsa il 24 febbraio, stuprata brutalmente, mutilata e strangolata a morte, come riportava un articolo di Human Rights Watch del 13 marzo 2019.

In questi anni, però, la situazione si è forse persino aggravata. L’8 maggio il portavoce dell’UNHCR, Charlie Yaxley, in un briefing con la stampa presso il Palazzo delle Nazioni Unite di Ginevra ha affermato: “Dall’inizio dell’anno, più di 220 mila somali sono diventati rifugiati interni, inclusi 137 mila a causa del conflitto”, e ha aggiunto: “In marzo e aprile, sono ricominciate le operazioni armate contro Al-Shabaab nel Basso Scebeli, con la conseguenza che 50 mila persone sono state costrette a fuggire dalle loro case”. Ma non è solamente la guerra a rendere la situazione sempre più insostenibile, in quanto il cambiamento climatico – non solamente in Africa – sta diventando un problema la cui soluzione non è più procrastinabile. Yaxley a proposito ha aggiunto: “Nella Somalia meridionale e centrale, le inondazioni improvvise e l’inizio delle inondazioni fluviali, causate dalle piogge stagionali primaverili, hanno obbligato a spostarsi circa 90 mila persone, e si attendono ulteriori migrazioni, che peggioreranno significativamente i bisogni a livello umanitario… Se l’attuale trend continuasse, le piogge di quest’anno indicano la medesima potenziale minaccia catastrofica di quelle autunnali del 2019, che obbligarono oltre 400 mila persone a scappare dalle loro abitazioni. Sciami di locuste del deserto, l’insetto migratorio più distruttivo al mondo, minacciano altresì di decimare i raccolti e causare scarsità alimentare terminato il periodo delle piogge” (t.d.g.).

E intanto la Conferenza Mondiale sul clima è stata rimandata al 2021 – data da definirsi.

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