Scuola. Online a vita?

Bangkok, una finta aia per far giocare i bambini all’aperto – Foto di Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus

di Simona Maria Frigerio

L’11 marzo parecchie testate giornalistiche hanno pubblicato la lettera che il direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna, Stefano Versari, ha rivolto ai giovani che fanno scuola a distanza.
A parte il parallelo dello studente costretto alle lezioni online con il cigno nero che, personalmente, mi ha ricordato la favola del brutto anatroccolo (suscitando in me un’involontaria e imperdonabile ilarità), fa specie una frase che cito per intero: “E il Coronavirus ci sta chiedendo di essere persone diverse, non soltanto fino a quando l’infezione passerà (perché passerà prima o poi). Questa realtà sta rapidamente cambiando il nostro essere. Stiamo diventando diversi da ciò che eravamo. E quando l’identità cambia non si può tornare quelli di prima. Si può andare avanti, ma è impossibile tornare quel che si era. Questo desidero dirvi: sarete voi studenti il “cigno nero” di questo Coronavirus! Sostenuti dai genitori e dai docenti, saprete farne occasione di cambiamento. Sarete capaci di costruire il futuro dalle sfide della realtà. Imparerete a fare un tipo diverso di scuola. Ad essere di maggiore aiuto fra voi. Ad usare internet non soltanto per chattare ma anche per ricordarvi di cosa fu l’impresa dei Mille e perché ancora oggi crediamo sia importante saperlo. Imparerete ad ‘adottare un nonno’, per andare a fargli la spesa. Imparerete anche a raccogliere fondi per gli ospedali, come sta facendo uno studente bolognese che ha raccolto in pochi giorni oltre 100.000 euro. Imparerete, in qualche caso, ad insegnare ai 4 vostri insegnanti come utilizzare al meglio le nuove tecnologie”.
Ora, a parte la retorica dell’adozione del nonno – quel pensionato che solo qualche mese fa doveva firmare il patto intergenerazionale non si sa a che pro, tranne impoverirsi ulteriormente per aiutare il nipotino nell’attuale mercato del lavoro sempre meno garantista – o del raccogliere fondi per gli ospedali, in uno Stato che ha progressivamente definanziato il sistema sanitario nazionale e ora vorrebbe scaricarne il peso su singoli di buon cuore; è l’accento sul tipo diverso di scuola che urtica. Con due o tre ore di lezione al giorno (al posto delle 6 e oltre canoniche), da soli, senza la presenza dell’insegnante e il capitale umano costituito dai compagni – magari più bravi e che potrebbero darci una mano a capire – cosa rimarrebbe della scuola come crogiolo di esperienze formative a 360 gradi che ci accompagneranno per il resto della vita? Ognuno di fronte al proprio computer (fermo restando che tutti lo abbiano), cosa impereremmo della socialità, della collaborazione, del rispetto e del dialogo, solo per citare quattro capacità relazionali fondanti senza le quali nessuna comunità può costruirsi e mantenersi sana e vivace? Per non aggiungere nulla su tutti quegli studenti a casa che, in queste settimane, non hanno avuto la possibilità di fare alcunché perché le scuole non sono sempre dotate di piattaforme fruibili, gli insegnanti non sono preparati a ragionare in termini di online (basti solo considerare il peso di un file o la registrazione di una lezione), gli studenti non sempre possiedono un computer e, in ogni caso, la mancanza del contatto con l’altro da sé indurrebbe alla svogliatezza e alla demoralizzazione persino un giovane Einstein.

(Ma non perdiamo la speranza: l’uomo è considerato un animale sociale. Anzi: proprio la socialità e il pollice opponibile lo contraddistinguono. Nell’Hubei, i cinesi hanno risposto violentemente al tentativo della polizia di impedire loro di spostarsi nello Jangxi, nonostante la fine della quarantena. Il 27 marzo, a circa tre settimane dalla riapertura ufficiale della Provincia (dopo l’epidemia da coronavirus), il popolo cinese ha dimostrato che la libertà è un valore imprescindibile e la paura non impedirà mai alle persone di incontrarsi, migrare, abbracciarsi, dialogare, vivere).

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