Saremo davvero “IMMUNI”?

Street-art di Clet Abraham – Foto di Laura Sestini @riproduzione vietata

Il Covid-19 sarà lo start per il tracciamento sociale in Italia?

Dopo momenti di popolarità e di discussione a livello istituzionale, la App Immuni, quella scelta dal Governo Conte, tramite il Commissario straordinario Domenico Arcuri, tra le 300 proposte ricevute per il tracciamento dei contagi da Covid -19, è stata relegata in un angolo, tanto che neanche il nuovo decreto del 26 Aprile ne fa menzione diretta, probabilmente bloccata dall’impossibilità di rispondere alle domande del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), sui criteri di scelta dell’App stessa, e del blocco del Foia – Freedom of Information Act, ovvero la regolamentazione che garantisce il diritto di accesso alle informazioni prodotte e detenute dalle amministrazioni – dovuto al decreto Cura Italia che lo ha messo in standby.

La App Immuni compare in un allegato del DPCM di aprile e sarà attivata – così sembra – quando la Fase 2 del distanziamento sociale sarà totalmente in atto.

Un dato certo su cui ancora discutere nel frattempo, è la questione sulla sicurezza dei dati che circoleranno in rete dei potenziali utenti, se la App sarà concretamente approvata, cioè i dati di coloro che sceglieranno di utilizzare il tracciamento – essendo questo supposto come non obbligatorio. E che saranno doppiamente sensibili poiché riguarderanno la salute del cittadino.

Uno dei presupposti che, però, non tornano, sulla non obbligatorietà di Immuni e, al contrario, la libertà di scelta, è il fatto che per avere dati statistici logico-matematici utili, sia necessario – a detta degli esperti – che il 70% della popolazione la utilizzi, modalità che stride con i principi democratici, anche se si potrà sempre tirare fuori dal mazzo il jolly dell’emergenza – soprattutto in associazione allo screening a tappeto, come in Corea del Sud. 

Inoltre, va considerato che gli smarphone che potranno scaricarla sono in uso ai cittadini italiani solo poco sopra al 60% della popolazione e, quindi, in pratica, se davvero Immuni verrà attivata, sarà automaticamente imposta a tutti, ma senza apparire un‘obbligatorietà.  

In proposito, (forse) per il futuro metodo di persuasione, potremmo attingere da Noam Chomsky, filosofo ed esperto di comunicazione, che nel suo decalogo sul controllo delle masse descrive il metodo della strategia della gradualità – da usare per il convincimento a fare qualcosa che la cittadinanza non accoglierebbe positivamente – congiuntamente al linguaggio, che sarebbe analogo a quello che si utilizzerebbe per una platea infantil-adolescenziale, argomento di cui scrive anche la collega Simona Maria Frigerio (http://www.theblackcoffee.eu/conte-ai-tempi-dellaids/).

Di fatto, al momento, la App Immuni, che ricordiamo avere due livelli, il primo di tracciamento dei contatti personali diretti e, in seconda battuta, di diario clinico dei sintomi, ed essere stata sviluppata da Bending Spoons, azienda milanese, insieme ad altri partner – quali il Centro Medico Santagostino e altre società di marketing e specializzate nell’analisi dei comportamenti digitali degli utenti – sarà il primo esperimento di raccolta di massa dei dati riguardanti la popolazione – messo in atto dagli organismi istituzionali italiani in un momento ad hoc – che oltre a dare dei risultati statistici sulla pandemia in specifico, avranno anche, in seguito, un enorme valore economico, poiché i Data sono già il futuro.

Sulle tecnologie digitali di controllo si leggono molti pro e contro, preoccupazione sì per i dati personali e la cybersecurity, ma soprattutto perché non si crei una sorta di futura preparazione psicologica della società a un controllo di massa post-pandemico – interfacciamento al quale non siamo abituati (men che meno mentalmente) – già utilizzato in altri Paesi del mondo.

Cosa succede altrove, là dove i regimi politici adottano come strumento governativo la tecnologia digitale attraverso i device, ovvero telefoni, tablet, orologi, braccialetti, occhiali? E non ultimo il microchip sottopelle?

Come abbiamo constatato dall’avvio della pandemia, la Corea del Sud, forte anche dello sviluppo del 5G, di cui abbiamo già abbondantemente scritto, e del quale questo nuovo approfondimento potrebbe essere un’ultima appendice, ha fin da subito applicato il sistema del controllo sociale attraverso applicazioni digitali di tracciamento della popolazione, insieme ai tamponi di rilevamento del virus, meccanismo, nel suo complesso, che ha permesso di contenere bene il numero dei contagiati e dei decessi.

Il Paese asiatico d’altronde esercita già, anche in assenza di tecnologie digitali avanzate, il controllo sociale dei suoi cittadini, quindi va avanti nell’abituale percorso, attingendo anche dall’evoluzione tecnologica, che non è mai neutrale.

In Cina i Social e i media sono proprietà del Governo ed è stato istituito il Social Credit System, un meccanismo a punti, attraverso la tecnologia digitale, che contiene dati essenziali dei cittadini, tipo l’istruzione, le caratteristiche fisiche, e le foto di riconoscimento facciale, ai quali nel tempo di aggiungono i punteggi delle azioni quotidiane validi a una classifica di cittadino ideale: se vai a trovare la nonna o le fai gli auguri di compleanno, i punti aumenteranno, mentre se guidi in eccesso di velocità o parli male del governo, ti saranno decurtati. Infine, in base al punteggio personale verrai distinto come bravo cittadino oppure “da rieducare” con divieti all’uso di voli aerei, prenotazioni di treni, visti per l’estero, o forse l’obbligo di svolgere attività socialmente utili.

La Turchia, nazione non troppo avanzata per la tecnologia digitale, adotta metodi più spartani ma sempre validi: le forze dell’ordine, anche in situazioni di routine, possono chiedere lo smartphone per controllare i contatti, la navigazione in Internet o la pubblicazione di post contro lo Stato e i politici al governo.

I fautori della democrazia, come amano definirsi gli Stati Uniti, in questo periodo di pandemia, in collaborazione con il Center for disease control and prevention stanno tracciando i device dei cittadini per capirne i movimenti, e chissà se gli statunitensi ne sono consapevoli o si aprirà un altro ‘caso’ Snowden.

Poi ci sono gli entusiasti delle soluzioni tecnologiche digitali avanzate di controllo sociale, quali la Svezia dove, dal 2018, si impiantano microchip sottocutanei a radiofrequenza, per il riconoscimento dell’identità, al fine di evitare i controlli all’entrata delle palestre, dei posti di lavoro, sui trasporti pubblici, e nei luoghi affollati in genere, per risparmiare tempo e la ricerca di chiavi, tesserini, documenti, abbonamenti. Una tendenza diventata in poco tempo una moda che, come molte mode, comprendiamo poco. Sarà che gli svedesi, così come altri cittadini nordeuropei, si fidano delle loro democrazie ‘eticamente corrette’ e immaginano di non avere niente da temere. 

Ma in Europa i cittadini scandinavi non sono soli, tanto che anche Gran Bretagna, Belgio, Germania e Francia usano App di controllo sociale di vari livelli e in ambiti diversi.  Il tracciamento per il controllo sociale, per il quale la tecnologia digitale avanzata, come la futura 5G, permetterà ampio spazio di manovra e di velocità, anche se presentato come utile per gestire eventi straordinari – tale la pandemia da Covid-19 – ci lascia perplessi, anche senza attingere agli inflazionati ideali di democrazia, dato che ne andiamo perdendo continuamente brandelli per strada e la nostra effettiva partecipazione è sempre più ridotta. Così, a buonsenso, come i vecchi contadini che percepiscono la pioggia dall’odore del vento, qualcosa ci mette in allarme e istintivamente sappiamo che bisogna ripararsi al sicuro.

Anche il Papa ha affermato di essere contrario al controllo della collettività, non riguardo al coronavirus, ma al recente sinodo sull’Amazzonia, ove è stata messa in questione l’ecologia universale, e si è discusso delle popolazioni indigene che vi abitano e di chi vorrebbe finanziare mega progetti in quell’area. 

Sappiamo che la tecnologia non è mai neutrale e sempre al servizio di qualcuno, prevalentemente multinazionali, Governi e in special modo del comparto bellico. Quindi, nel suo piccolo, anche una App piuttosto elementare a tracciamento di un virus, può diventare un’arma contro i cittadini, deviando dal suo percorso e assumendo una nuova forma, come il virus che cerca di stanare.  Vorremmo illuderci, ma davvero non crediamo fino in fondo di potere essere Immuni alle tecnologie di controllo.

Inoltre, come mai la App viene denominata Immuni, se traccia i contagi? Vuole farci credere che ci risparmierà dalla malattia? Come la fuorviante pubblicità di Vodafone a proposito del 5G, che ricorda in uno suo slogan: “Il 5G fa bene alla salute”, considerandone solo l’utilizzo nell’automazione chirurgica e, parallelamente, cercando di coprire le voci dei comitati di ricerca medico-scientifica che lo danno per cancerogeno. 

Una sottile e maliziosa comunicazione istituzionale ci impedirebbe di valutare adeguatamente l’intuizione, capacità, questa, intrinseca all’istinto di sopravvivenza – per deviarci su un terreno a essa più favorevole? Può darsi, ma l’umano dubbio può essere un buon consigliere e un ottimo spunto critico: non dimentichiamo le nostre potenzialità finché le avremo a disposizione.

Le altre parti dell’inchiesta sulla tecnologia 5G :

http://www.theblackcoffee.eu/cose-esattamente-il-5g/  (prima parte)

http://www.theblackcoffee.eu/cose-esattamente-il-5g- (seconda parte)

http://www.theblackcoffee.eu/cose-esattamente-il-5g-  (terza parte)

http://www.theblackcoffee.eu/2-3-4-5g/  (quarta parte)

Tags: #Immuni #fase2 #controllosociale

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