Saluti dalla Terra: l’urgenza di cambiare direzione ecologica e stili di vita

Monica Morini e Bernardino Bonzani
Foto di Gaetano Nenna – riproduzione riservata

Intervista alla Compagnia Teatro dell’Orsa

di Laura Sestini

Ospiti al Festival del Pensare 2020, in provincia di Livorno, la cui VI° edizione è stata dedicata alla preoccupazione per i cambiamenti climatici e intitolata ‘Terra: il dovere della scelta’, Monica Morini e Bernardino Bonzani – fondatori del Teatro dell’Orsa – ne hanno arricchito il programma con due spettacoli teatrali a tema.

Habitué di teatro civile e sociale, la compagnia propone tematiche contemporanee trasversali, prese dalla storia di tutti i giorni, cercando di ricongiungere le lezioni del passato all’odierno, per forzare il cammino verso una nuova direzione che aspiri a un migliore futuro planetario. Con “Saluti dalla Terra” – il nuovo lavoro drammaturgico a tematica ambientale – ci si focalizza sull’emergenza di agire, aprendo gli occhi a questa preoccupante realtà.

Le risposte sono a due voci di Monica Morini e Bernardino Bonzani

Come nasce Saluti dalla Terra?

Nasce dalla consapevolezza e dalla necessità di affrontare un tema vitale, fragile, costantemente rimosso.  Come scrive David Wallace-Wells ne La Terra inabitabile, i drammi del cambiamento climatico sono incompatibili con le storie che ci raccontiamo su noi stessi: non troviamo conforto o speranza e per questo ci rifiutiamo di ascoltare. Il movimento dei Friday for future ha invaso le piazze di tante città del mondo e ci ha ricordato che il tempo è finito. L’occasione concreta per la produzione di Saluti dalla Terra si è presentata all’interno del Reggio Film Festival 2019, in un’edizione dedicata alla Terra: il direttore artistico Alessandro Scillitani ci ha coinvolto per intrecciare questa ricerca e questo affondo su un’emergenza che inonda l’informazione senza in realtà attraversarci e spingerci davvero al cambiamento.

Come si decide di dedicare la propria arte e creatività al teatro sociale e civile? Quali obiettivi persegue la Compagnia?

Il nostro teatro è fatto di storie. Nasciamo come Compagnia molti anni fa, da un lavoro di ricerca attorno alla storia dei fratelli Cervi, e ancora non definivamo il nostro teatro sociale o civile. A un uomo che domanda come si possa prevenire la guerra, Virginia Woolf, nel libro Le tre ghinee, risponde: “Occorre narrare biografie”. Quasi a suggerire che, nell’imminenza di una guerra e perciò di migliaia di morti, l’antidoto migliore è quello di raccontare delle storie di vita, dell’unicità insostituibile di quelle esistenze, patrimoni che possono essere perduti per sempre.

Per noi il teatro traduce l’urgenza del vivere, riunisce le comunità, le rende pensanti. Negli anni abbiamo continuato nel solco della ricerca con il lavoro sulla violenza sulle donne, con l’affondo sulla differenza di genere e sulle storie che ci parevano essere seppellite nel presente. Il teatro illumina ciò che è invisibile, ci fa salire e scendere le scale, non solo del sapere, ma del sentire. Il tema della salvaguardia del Pianeta coinvolge tutto il genere umano, a tutte le latitudini, ed è pieno di storie che apparentemente non portano a una riappacificazione, a una speranza. Sono storie aperte, che ci interrogano.

Sul percorso di Saluti dalla Terra avete incontrato il movimento ‘Friday for future’: quali ispirazioni avete tratto?

Abbiamo incontrato con laboratori e workshop i giovani ed è stato più un riconoscersi, come quando si cammina sulla stessa strada.

Il movimento FFF nasce anche sulla spinta della protesta di Greta Thumberg in Svezia, quando ha iniziato gli scioperi per il clima. L’ispirazione che abbiamo tratto è quella dello scontro generazionale. Apparteniamo alla generazione dell’automobile, quella che è andata in vacanza con l’aereo, che ha prodotto montagne di plastica e che ha approfittato di uno sviluppo economico energivoro che ha distrutto molti ecosistemi. Abbiamo una grande responsabilità: fare il possibile per fermare questo stile di vita e restituire un pianeta che abbia un proprio equilibrio. I FFF danno voce alle giovani generazioni che scontano questo sfruttamento del Pianeta. Nello spettacolo, in scena ci sono attori di generazioni diverse, che portano punti di vista differenti. Nei filmati che accompagnano la drammaturgia ci sono le testimonianze dei FFF.   

Il movimento ‘Friday for future’ è solo l’ultimo di una lunga serie di gruppi ambientalisti che – precedentemente – sono nati e scomparsi solo dopo qualche anno di lotta, mentre quei pochi ancora rimasti sembravano non avere abbastanza forza e convinzione. Lo stesso Partito dei Verdi ad un certo punto si è inabissato – mentre sembra star risorgendo solo adesso, dopo tre decadi di silenzio. Troppo forti i poteri finanziari, che non si riesce a sfondare il muro neoliberista? Troppi rischi per i portavoce ecologisti, come succede a quelli amazzonici, che finiscono assassinati da mandanti collusi con le multinazionali?

Nello spettacolo dedichiamo una scena a Chico Mendes, l’uomo verde, e alla distruzione dell’Amazzonia. L’aumento dei gas serra che porta il Pianeta verso la catastrofe è un dato inequivocabile, ribadito a più voci da diversi gruppi e movimenti ecologisti che si sono evoluti nel corso del tempo. La sensibilità dei cittadini sui problemi ambientali è molto aumentata negli anni, anche grazie a chi si è speso per questa causa fino a sacrificare la propria vita. Ma evidentemente questo non è sufficiente. L’opinione pubblica ecologista non ha ancora quel peso in grado di condizionare le scelte della politica. Per questo è importante il voto. Occorre fare sì che se ne parli il più possibile, che tutti facciano la propria parte. È un progetto difficile da portare avanti, perché noi stessi facciamo parte di quel 10% più ricco del mondo che produce la metà di tutte le emissioni. È un sistema in cui ci sono quelli che si mettono al riparo e si accaparrano le risorse e altri invece che da un momento all’altro si ritrovano in mezzo a un deserto, a una guerra o a un uragano. Dobbiamo arrivare a pensare che ci si salva se ci salviamo tutti, che il cambiamento lo si deve fare in tempo e a tutti i livelli. 

Come può una ragazzina come Greta Thunberg essere riuscita ad aggregare masse così numerose? Chi sostiene da dietro le quinte il neo-movimento ecologista?

È sempre facile giocare la teoria del discredito, anziché ascoltare la sostanza di una voce che ci chiama a un cambiamento radicale della nostra vita.  Non dobbiamo sempre pensare ai complotti, questo è un movimento spontaneo che nasce da una necessità inderogabile, che tocca tutti. Elia Bonzani e Lucia Donadio, che sono in scena con noi e rappresentano la parte più giovane della nostra Compagnia, ci hanno detto: “La nostra generazione è cresciuta con la consapevolezza che saremmo vissuti in un mondo distrutto. In realtà siamo quasi abituati: non sappiamo se è stata una moda che ci ha coinvolto e portato a manifestare, o l’urgenza vera e propria, ma sicuramente siamo cresciuti accompagnati da questo problema, il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse della Terra. Il rischio è assuefarci, di non agire, di cuocerci lentamente come rane ignare nella pentola che noi stessi abbiamo acceso”.

Severn Suzuki, già negli anni ’90 a 12 anni, come Greta, denunciava davanti ai grandi della Terra l’emergenza clima e la necessità di agire in modo coerente. Ma con Greta, grazie ai social, un sistema di valori si può diffondere molto più rapidamente nella rete globale. Nel primo giorno di sciopero per il clima con Greta c’erano solo un paio di persone, ma lo stesso giorno su Instagram la notizia rimbalzava su migliaia di schermi nel mondo. Ed è vero che ora siamo oltre l’emergenza. La nostra casa è in fiamme. Nessuno può voltare la testa dall’altra parte.

Importanti imprenditori statunitensi, e lo stesso presidente Trump, puntano a colonizzare il pianeta Marte, convinti dell’estinzione della razza umana sulla Terra. Non sarebbe più facile puntare a un cambio di direzione più equilibrata ed ecologica su questo pianeta?

L’ansia di conquista dell’universo è legata ad una visione del mondo paradossale che ci vede invincibili, onnipotenti e al centro dell’universo. Ma sappiamo bene che non è così. Basta spostare lo sguardo e guardare quel piccolo puntino blu chiamato Terra. Come diceva l’astronauta Peter Sagan: “La Terra è l’unico mondo fin qui conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per ora, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Vivere, non ancora. Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è l’unico posto che possa ospitare la nostra specie”.

Il Covid-19 ha reso evidente che non solo le specie animali sono in via di estinzione per le cattive politiche ambientali dell’uomo, ma ne è suscettibile la stessa specie umana: che razza di ‘animale’ è l’essere umano, che distrugge il proprio habitat, ha timore dei propri consimili se un po’ differenti per colore di pelle o religione e ha sete solo di conquista?

Il Covid-19 pare il grande trauma dell’antropocene, ma non è che l’ultima appendice di un problema più grande. Il genere umano corre allegramente verso l’estinzione. La Terra può benissimo vivere senza di noi, ma noi non possiamo vivere senza la Terra. Forse questo finale possiamo ancora scriverlo insieme. La drammaturgia dello spettacolo è nata, oltre che dalle ricerche e dal lavoro in teatro, da incontri, laboratori e interviste fatte con i giovani del FFF, ma anche con le seconde generazioni e i rifugiati e richiedenti asilo con i quali lavoriamo da anni. È solo attraversando lo sguardo dell’altro che giungiamo al cambiamento. Da soli non possiamo fare una rivoluzione globale, ma milioni di rivoluzioni locali fanno una rivoluzione globale.

Chi salutiamo dalla Terra?

È lo spettatore che deve rispondere a questa domanda. A questo crediamo serva il teatro. Cosa stiamo perdendo in modo irrimediabile? Cosa possiamo fare? È la Terra a salutare noi? 

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