Report dalla Grecia, seconda parte

Grigliata pasquale pensile/Easter barbeque up in the air – Foto di Francesco Chiaro

Il virus politico

di Francesco Chiaro

Αύριο

Ed ecco, fratello mio
che abbiamo imparato a parlarci
tranquillamente e semplicemente.
Ci capiamo adesso,
non occorrono parole superflue.

E domani, dico, diventeremo
ancora più semplici.
Troveremo quelle parole
che assumono lo stesso peso
in tutti i cuori,
su tutte le labbra,
così da dire finalmente
pane al pane
e vino al vino.

Così che altri sorridano
e dicano:
“Poesie così
te ne faccio cento in un’ora”
È proprio questo che vogliamo.
Perché noi non cantiamo
per separarci, fratello mio,
dalla gente.
Noi cantiamo

per unirla, la gente.

Yiannis Ritsos, Ed ecco, fratello mio (dall’album La pentola fumante – 1975)

Nel 1982, su The Atlantic, esce “Broken Windows: the police and neighborhood safety”, un articolo che in poche righe, poche ma decisive, getta le fondamenta per quella che diventerà la teoria egemonica sulla sicurezza urbana neoliberale. Nell’articolo, gli autori affermano che la percezione conta più dei fatti, e che il modello di ordine pubblico da preferire è quello che soddisfa la percezione anche quando questa è contraddetta dai fatti. «“Broken Windows” inizia dando conto dei risultati dell’incremento dei pattugliamenti a piedi in diverse città del New Jersey, esito assai semplice da riassumere: dopo una sperimentazione di cinque anni non ci sono i risultati attesi, e i crimini non sono diminuiti. Un fallimento quindi? La risposta, ovviamente, è sì: soldi e risorse sprecati, che sarebbe stato meglio destinare altrove. Ma Kelling e Wilson (gli autori, NdR) mettono a testa in giù il risultato, e affermano invece il contrario: il progetto è un successo perché gli abitanti dei quartieri coinvolti hanno avuto la «percezione» che il «foot patrolling» abbia ridotto il crimine – anche se non è vero –, e quindi il pattugliamento a piedi va mantenuto», racconta Wolf Bukowski ne La buona educazione degli oppressi (piccola storia del decoro), edizioni Alegre.

Da allora, la percezione del crimine è diventata uno dei principali fattori determinanti quelle politiche anti-degrado comuni a tutta l’Europa: sono tantissime le città dell’Unione che si sono riscoperte amanti della pulizia maniacale di residui chimici e/o organici, poco importa se questi prendano le sembianze di graffiti o persone in carne e ossa. Con l’avvento del COVID-19, la guerra contro il crimine, il pericolo e il degrado (rispettivamente gli immigrati, gli immigrati e gli immigrati, traducendo il gergo neoliberale) trova nel virus una nuova freccia da aggiungere alla propria faretra. Se prima, vendendo la percezione che gli immigrati fossero il problema di tutti i mali, si compravano voti (vedasi il ritorno rampante di un partito come Alba Dorata in tempi di “degrado”) adesso, vendendo la percezione che il virus aspetti paziente al di fuori della porta di casa di ognuno di noi, in attesa che qualcuno esca a prendere una boccata d’aria mortifera, si cercano di sfibrare, in Grecia, quelle reti di solidarietà dal basso che, sempre in nome della contraddittorietà, contraddistinguono quella fetta di società greca che ancora crede nella lotta contro il capitale in ogni sua forma.

Se in un paese come l’Italia, dove alle schizofreniche ordinanze di Conte sono seguite poche e deboli rappresaglie parlamentari, il popolo ha deciso di seguire alla lettera (spesso con zelo patriottico) le direttive governative, in un paese come la Grecia, dove il dibattito parlamentare (e clericale) non si è mai fermato, il popolo non si è lasciato intimidire dalla percezione di pericolo venduta dai mass media locali (percezione farlocca, considerate le sole 140 vittime, ad oggi, su tutto il territorio greco), dimostrando grande fantasia nell’aggirare i meccanismi di controllo statali instaurati nel periodo di lockdown e riscoprendosi capace di fare attività fisica con caffè alla mano dirigendosi con passo lento ma sicuro – e con molte pause rinvigorenti – verso una piazza, un parco o semplicemente a casa di amici. Dramma, dal greco antico δράω «agire», è l’azione, e qualunque azione, qualunque decisione, porta dolore. Eppure nulla crea dolori più atroci dell’impossibilità di agire. Nei lunghi anni della crisi, i greci questa lezione l’hanno imparata bene e in questi giorni di impotenza, non si sono lasciati andare all’indolenza, uscendo di casa e riversandosi per le strade con fare spavaldo, rispettando il distanziamento fisico ma non quello sociale.

È proprio sul campo della percezione, dunque, che i discendenti di Platone sono riusciti a sfatare la narrazione catastrofica degli eventi attuata dallo Stato, uscendo dal circolo vizioso dell’emergenzialità e rimettendo al centro della discussione quei problemi che, nel quotidiano, non erano mai spariti, anzi. Oltre alle prime manifestazioni organizzate, che avranno inizio dal 4 maggio in poi, per contrastare il disegno di legge più anti-ambientalista avanzato fino ad oggi dal governo Mitsotakis in tempi di crisi e parlamento dimezzato (l’abolizione delle aree naturali protette dalla rete paneuropea “Natura 2000” per fare spazio a più cementificazione e più speculazione immobiliare), è molto probabile che torneranno a farsi sentire anche le organizzazioni di difesa dei diritti umani, calpestati quest’ultimi senza troppi complimenti e in modi anche piuttosto plateali (come dimostra la multa di 5,000€ contro i 150€ definiti nel decreto ministeriale a un rifugiato per aver violato le misure di quarantena imposte dal governo, che tra l’altro ha abolito il pagamento mensile di un ausilio economico ai rifugiati presenti sul territorio).

Adesso, ancora una volta, spetta ai figli della Grecia farsi carico della mala gestione della cosa pubblica e cercare, per quanto possibile, di tirare avanti e di cantare, nonostante tutto, per unirsi.


*°*°*

Era domenica e, dopo aver finito di scalare insieme al mio compagno di arrampicata sulla montagna più vicina alla città (sempre nei limiti dell’attività fisica permessa, o almeno così abbiamo deciso di vederla noi), risalii in macchina per tornare a casa. Lungo il tragitto di quindici minuti, guardando fuori dal finestrino, mi sorpresi di trovarmi davanti a una scena che, solo qualche settimana prima, non avrebbe destato in me alcuna emozione: poco dopo lo svincolo della tangenziale, immettendoci nella strada alle spalle dell’antico castello arroccato in cima alla città alta, notai che i marciapiedi, i parchi e le mura di cinta di Salonicco erano piene di persone che si godevano con estrema calma quel tramonto colore del vino che tante volte anch’io avevo osservato con sguardo rapito. Rivolgendomi al mio compagno, comunicai il mio stupore e questi, greco dalla nascita al contrario di me, fece spallucce e, passando accanto a una volante della municipale in cui due agenti erano intenti anche loro a guardare rapiti la fine della giornata, disse: “Tanto da lunedì finisce la quarantena”. Era domenica 26 aprile. La quarantena sarebbe finita lunedì 4 maggio. Il domani, in Grecia, è già qui.

Letture consigliate:
The Passenger – Grecia, Iperborea (2019

Ascolti consigliati:
To Kapismeno Tsoukali (1975) – Christos Leontis, Yiannis Ritsos

The Political Virus

Αύριο

There, my brother
We learned to talk to each other
With calm and simplicity.
We understand each other now,
No need for useless words.

And tomorrow, I tell you, we will be
Even simpler.
We will find those words
That take up the same weight
In all hearts,
On all lips,
So that we will finally be able
To call a spade a spade.

So that others will smile
And say:
“It takes me one hour
To make a hundred such poems”
And this is what we want.
Because we do not sing
To get rid, my brother,
Of people.
We sing
To unite, the people.

Yiannis Ritsos – There, my brother (from the disk The Smoking Pot – 1975)

In 1982, The Atlantic published “Broken Windows: the police and neighbourhood safety”, and article that, in a few but determining lines, laid the basis for the future neoliberal hegemonic theory on urban safety. In the article, the authors purports that perceptions are more important than facts, and that the preferred model of public order is the one that can satisfy perceptions even when they are refuted by facts. «”Broken Windows” begins by giving an account of the results of the increased foot patrolling in several cities of New Jersey, results that are very easy to sum up: after experimenting for five years, the expected results are nowhere to be seen, and crime rates did not decrease. Does this mean that the experiment failed? The answer, of course, is yes: money and resources flushed down the drain that could have been used elsewhere. But Kelling and Wilsons (the authors) turn the results upside-down and state the contrary: the project is a success, because the inhabitants of the neighbourhoods involved in the experiment “perceived” that the “foot patrolling” had in fact reduced the crime rates – even though that was not true –, and hence, the foot patrolling must continue to be enforced», recounts Wolf Bukowski in The good education of the oppressed (a small story of decency), Alegre publishing house.

Ever since then, the perception of crime has become one of the main key factors of those anti-decay policies shared by the whole Europe: many European cities discovered an atavistic love for the obsessive cleaning of chemical and/or organic residues, also known as graffiti and homeless people. With the advent of the coronavirus, the war on crime, danger and decay (that translated from the neoliberal jargon mean, respectively, immigrants, immigrants and immigrants) finds in the virus a new arrow to put in its quiver. If, then, selling the perception that immigrants were the cause of all the problems of the nation would buy you votes (see the rampant comeback of a far-right party like Golden Dawn in times of “decay”), now, selling the perception that the virus is patiently waiting outside the door of each house, ready to be taken in with one, deadly breath, buys you an exponential increase in the already latent mistrust of the people against the people, thus attempting to weaken those grassroot solidarity networks that, in the name of Greek inconsistency, characterize that big part of the society that still believes in the fight against the capitalist system.

If, in a country such as Italy, where the schizophrenic decrees of Conte (PM) were followed by weak and shy parliamentary retaliations, the people chose to follow the governments’ decisions by the book (more often than not with an exquisite patriotic zeal), in a country such as Greece, where the parliamentary (and clerical) debate did not wane, citizens did not buy into the perceived danger sold by local mass media (a rigged perception, given the 140 victims on the whole territory as of today), proving to be extremely creative in working their way around the control mechanisms set up by the State during this lockdown, thus carefreely walking about town, coffee at hand, to get some much need fresh air. Drama, from the ancient Greek δράω «act», is the action, and any action, any decision, brings about pain. However, nothing creates more terrible pain than the impossibility to act. Over the long years of crisis, Greek people learned this lesson well, and in these days of impotence, they did not give in to idleness, pouring out into the streets with bravado and respecting physical, but not social, distancing.

It is on the level of perception, then, that Greeks managed to debunk the catastrophic narration of the events adopted by the State, escaping from a vicious circle of emergentiality and putting right back at the centre of the public debate those problems that had never left their daily lives. Other than the first demonstrations, which will start from May 4th onward, against the most anti-environmental draft law of ND to date, to be passed in times of crisis and an half-empty parliament (i.e., the abolition of natural areas protected by the Pan European network “Natura 2000” in order to make more space for overbuilding and real estate speculation), it is highly probable that human rights advocates will soon take over the national debate, given the many instances in which said rights were merrily trampled on by the authorities (as proven by the €5.000 fines given to migrants, instead of the €150 ones established by Prime Minister’s decree, for infringing quarantine measures).

Now, yet again, it is up to Greece’s children to bear the brunt of the mishandling of public affairs, scrape along and sing, despite everything, to unite the people.

*°*°*

It was Sunday, and after spending the whole afternoon on the closest mountain together with my climbing partner (within the limits of physical activities allowed, or so we like to think), I got on the car to go back home. Along the fifteen-minute drive, looking outside the window, I found myself surprised to witness something that, a few months before, would not have arouse any particular emotion in me: right after the junction of the ring road, entering in the city from the road that leads to the old castle perched on top of the hill, I noticed that the sidewalks, the parks and the city walls of Thessaloniki were filled to the brim with people who were enjoying, calmly, that wine-dark sunset that had captivated me so many times in the past. Looking at my friend, born and bred in Greece, I asked for explanations, and after passing a police car with two agents in it, who were enjoying the show just as much as everyone else, he said: “The quarantine is ending on Monday”. It was Sunday, April 26th. The quarantine will end on Monday, May 4th. In Greece, tomorrow is already here.

Good listens:
To Kapismeno Tsoukali (1975) – Christos Leontis, Yiannis Ritsos

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