Quando Naomi Klein predisse il futuro

Napoli, quando la vita era reale – Foto di Luciano Uggè

Shock Economy: un modo per riscrivere la narrazione del Covid-19

di Simona Maria Frigerio

Economia dello shock, stato d’emergenza, vaccini. Perché il filo rosso che collega questi tre elementi pare più che mai solido?

Nel 2007 l’autrice di No Logo pubblicava quella che si potrebbe definire la migliore analisi dei danni che ha prodotto il pensiero neoliberista di Milton Friedman – e dei think tanks conservatori – a livello globale, spiegando cosa sia quella che l’economista statunitense (principale esponente della Scuola di Chicago) definì ‘dottrina dello shock’ e che la Klein, riprendendo le sue stesse parole, così descrisse: “Soltanto una crisi – reale o percepita – produce vero cambiamento. Quando quella crisi si verifica, le azioni intraprese dipendono dalle idee che circolano. Questa, io credo, è la nostra funzione principale: sviluppare alternative alle politiche esistenti, mantenerle in vita e disponibili finché il politicamente impossibile diventa politicamente inevitabile”. 

Nello stesso libro, a pagina 331 (in un capitolo intitolato significativamente Cheney e Rumsfeld: proto-capitalisti dei disastri), la Klein ricorda: “Nel 1997 Rumsfeld fu eletto Presidente del Consiglio d’amministrazione dell’azienda di biotecnologie Gilead Sciences, e si affermò definitivamente come proto-capitalista dei disastri. L’azienda aveva un brevetto per il Tamiflu, medicinale per varie forme d’influenza, molto usato nella terapia dell’aviaria. Se mai scoppiasse un’epidemia del contagiosissimo virus (o la minaccia di un’epidemia), i governi sarebbero costretti a comprare farmaci per miliardi di dollari dalla Gilead Sciences” (un nome da ricordare).

Sempre nello stesso libro (pag. 352, Uno Stato corporativo. Dal Governo alle aziende) si legge: “Tre settimane prima di annunciare le dimissioni di Donald Rumsfeld, in piena campagna elettorale per le elezioni di medio termine del 2006, George W. Bush firmò il Defense Authorization Act… Nascosta nelle sue 1.400 pagine c’è una clausola che passò quasi inosservata all’epoca. Essa garantiva al Presidente il potere di dichiarare la legge marziale e ‘impiegare le forze armate, compresa la Guardia Nazionale’, anche contro la volontà dei governatori statali, nell’eventualità di un’‘emergenza pubblica’, allo scopo di ‘ripristinare l’ordine pubblico’ e ‘soffocare’ i disordini”. E più oltre: “Ci fu almeno un altro chiaro vincitore: l’industria farmaceutica. In caso di epidemia, di qualsiasi genere, ora l’esercito poteva intervenire per proteggere i loro laboratori e le loro scorte e imporre quarantene: un obiettivo perseguito a lungo dall’amministrazione Bush. Era una buona notizia per l’ex azienda di Rumsfeld, la Gilead Sciences”.

Sarà un caso ma, in questo periodo di pandemia e quarantena – con le elezioni presidenziali a breve – lo stato poliziesco statunitense torna a farsi notare per i suoi metodi brutali – o quantomeno dubbi – con la morte, dopo un fermo da parte di una pattuglia di agenti di Minneapolis, dell’ennesimo cittadino nero.

Bali, il pifferaio magico – Foto di Simona Maria Frigerio

Stato d’emergenza, elezioni e terrorismo mediatico: la situazione italiana
Proprio quando, in tutto il mondo, stava risollevando la testa un movimento ecologista che pretendeva un cambiamento di rotta a livello economico e nella produzione e uso delle energie, scoppia la pandemia. E l’Italia, dopo tentennamenti e contrordini, instaura lo stato d’emergenza e il lockdown forse più severo in assoluto, bloccando l’intero Paese (e non solamente alcune aree, ossia le più colpite) con conseguenze a livello sociale, psicologico ed economico che ancora sottovalutiamo.

Dopo una quarantena, durata effettivamente otto settimane e in parte ancora attiva, con tutti i dati epidemiologici positivi, gli esperti (virologi, infettivologi, epidemiologi, eccetera) continuano a contraddirsi fra loro e, mentre alcuni minacciano ritorni di nuove ondate e paventano scenari disastrosi, altri affermano che il virus si sta indebolendo e trasformando in una forma influenzale o che, con il caldo, sta semplicemente scomparendo – come accade generalmente con i coronavirus. Ma quelli che sembrano non starci e continuano a inventarsi steccati e paletti sono i membri delle task force governative, mentre i politici tuonano di nuove chiusure se i cittadini non si comporteranno come prescritto (con toni tra il paternalistico e il dittatoriale).

In questo clima per nulla positivo per una ripresa delle attività, e meno che mai della vita normale, appaiono su molti quotidiani alcuni estratti di una Istanza di autotutela, firmata dal dr. prof. Pasquale Mario Bacco, dalla dr. Antonietta Gatti, dal dr. Mariano Amici, dalla prof. Carmela Rascigno, dal dr. Fabio Milani e dalla dr. Maria Grazia Dondini e indirizzata alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, al Ministero della Salute (Ministro e Direttore Generale), al Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e ai Governatori delle Regioni.

Manifesto di ‘propaganda’ cinese: un nuovo modello di scuola – Foto di Luciano Uggè

Cosa chiedono i medici?
I meno ascoltati in questa emergenza epidemica finora sembrano essere, paradossalmente, proprio i medici – spesso messi a tacere da esperti che poi si sono rivelati millantare crediti e posizioni, e che non hanno lavorato sul campo nemmeno un giorno ma sembrava sapessero tutto su un virus e su malati con i quali non avevano avuto nulla a che spartire.

I sei professionisti summenzionati, citando articoli, statistiche ufficiali e studi (qui il documento completo: http://www.irpinia24.it/wp/wp-content/uploads/2020/05/Lettera.Governo.28.5.2020.pdf), affermano innanzi tutto due cose. La prima che “sia necessario chiarire in modo univoco, chiaro e scientificamente credibile che il Covid-19 ha dimostrato di essere una forma influenzale non più grave degli altri Coronavirus stagionali: nonostante l’OMS abbia dichiarato l’emergenza pandemica l’11 marzo, le cifre ufficiali dei deceduti, dei contagiati e dei guariti contraddicono la definizione stessa di pandemia”. La seconda che bisogna capire quanti sono realmente i morti e per quali cause: “quale percentuale della mortalità sia determinata dai deceduti per Covid-19 (solo per Covid-19) e quanto essa si discosti dalle medie ufficiali degli anni precedenti per patologie analoghe”; e “quali siano i reali motivi per cui in alcune zone del Nord Italia si è registrata una diffusione tanto abnorme e una letalità tanto più alta rispetto ad altre zone del paese, persino limitrofe”.

Nella stessa Istanza di autotutela compare anche una domanda che ci siamo posti noi stessi più volte, viste le proposte fantasiose licenziate dalle task force: “quali i criteri di selezione adottati per formare la Commissione [incaricata di proporre misure di contenimento dell’epidemia] e se sussistano dei conflitti di interesse che possano in qualche maniera orientarne le scelte e le decisioni”.

Sulla cura dei malati (data l’esperienza personale fatta in Oriente, dove un uso degli antivirali e di altri farmaci si è dimostrato efficace), le domande poste dai sei medici sono urticanti: “quale… il motivo per cui si è deciso di non tenere in considerazione gli studi e i rilievi di medici e specialisti impegnati sul campo, privilegiando l’impostazione opinabile degli ‘esperti’”; e “per quale motivo si siano sottovalutati o ritardati i ruoli di profilassi e terapia di farmaci e metodiche anche ben conosciute e rivelatesi efficaci in molteplici occasioni; questa scelta ha determinato evitabili esiti infausti e lunghe ospedalizzazioni, mentre i pazienti avrebbero potuto essere trattati con ricoveri a domicilio senza gravi complicazioni”. Tenendo altresì conto che, come citato in nota e come abbiamo più volte riportato, sono ormai molti i medici che denunciano come il Covid-19 provochi trombosi e sia questa la causa di morte e non la polmonite interstiziale, oltre al fatto che, con diagnosi e cure precoci, si sarebbero potute salvare molte vite.

Viene anche da riflettere, ricordando la narrazione che si generò dopo il trasporto delle bare bergamasche verso i crematori, leggendo un’altra domanda dell’Istanza: “per quale motivo si [sono] impediti gli esami autoptici, che si sono invece rivelati, quando effettuati, una fonte insostituibile di preziosissime informazioni e che hanno consentito di scoprire che la causa principale dei decessi non era la virulenza della patologia, ma una sua errata cura?” (teniamo a mente questa affermazione). E inoltre: “quante [sono] state le salme di persone dichiarate decedute per Covid-19 per le quali si è imposta la cremazione, e su quali basi scientifiche si [è] deciso di ricorrere a questo provvedimento (con le sue molteplici implicazioni) che è previsto per i casi di eziologia batterica?”.

Anche su errori macroscopici ormai sotto gli occhi della magistratura non si lesina nel documento, chiedendo: “per quale motivo si siano date disposizioni, su indicazione dell’OMS, di trasferire i pazienti anziani nelle RSA, con le conseguenze ben note”.

Segue una denuncia contro gli sprechi economici a favore del Covid-19. E noi pensiamo, ad esempio, ai test sierologici, di cui dovrebbe occuparsi sull’intero territorio nazionale il Ministero della Sanità – coadiuvato da Istat e Inail – così da avere un quadro sull’effettivo contagio e che, al contrario, sono stati acquistati e usati in vece del tampone (quindi, impropriamente) in molte regioni; oppure ai reparti di terapia intensivi creati ad hoc in spazi avulsi dai contesti ospedalieri e inutili ancor prima dell’inaugurazione in pompa magna.

Un picnic thai nel Parco archeologico di Old Sukhothai – Foto di Simona Maria Frigerio

Questo lo stato dei fatti. Ma per il futuro?
Una delle costrizioni (tra l’altro, non su consiglio dell’Oms) che più impedisce un ritorno alla normalità è l’uso della mascherina, in alcune regioni molto caldeggiato (come in Toscana) e in Lombardia e Veneto obbligatorio sempre. Proprio quest’uso, che si vuole imporre per decreto anche ai bambini oltre i 6 anni quando riapriranno le scuole, lascia basiti, visti anche i dati epidemiologici positivi in Danimarca, dopo 5 settimane di riapertura delle scuole senza uso di mascherine da parte degli studenti.

Nell’Istanza si legge a proposito: “Vogliamo inoltre conoscere quale sia la base scientifica che ha condotto a decidere di imporre l’uso di mascherine che – se fossero realmente efficaci – non avrebbero comunque un’utilità pratica e richiederebbero comunque di essere sostituite frequentemente; e che – laddove non efficaci, come nel caso dei più comuni modelli distribuiti o addirittura delle mascherine fai-da-te – sembrano costituire più che altro una ‘drammatizzazione’ del clima di terrore deliberatamente imposto, senza alcuna motivazione reale”. E inoltre: “Facciamo presenti le implicazioni sulla salute dei cittadini, costretti a indossare per ore la mascherina, con i rischi ben noti che questo comporta: tra cui ipercapnia e sovrainfezioni da microrganismi. Segnaliamo altresì che in questi giorni vanno aumentando i casi di ricovero di soggetti debilitati dall’uso prolungato delle mascherine, anche in concomitanza con le temperature esterne. La stampa ha riportato anche casi di morti che potrebbero essere legate all’uso della mascherina durante attività lavorative, motorie o sportive” (aggiungiamo: ad esempio, in Cina).

Ma dopo otto settimane di lockdown – e oltre – in regioni dove il coronavirus si è presentato in numeri facilmente controllabili (nonostante lo sciame lombardo dell’8 marzo) e dove tuttora si richiede l’applicazione di misure cautelari sproporzionate e i governatori pensano di imporre la patente di immunità ai turisti in vacanza, i medici chiedono, ciò che avrebbero dovuto pretendere i cittadini italiani, ossia: “il motivo per cui, sulla base di decisioni assunte da ‘esperti’, si è deciso di blindare il Paese, generando una gravissima crisi sociale ed economica che molto probabilmente si sarebbe potuta evitare o quantomeno limitare. Anche la decisione di non differenziare le misure di contenimento su base geografico-epidemiologica non appare fondata su valide e condivisibili ragioni tecnico-scientifiche”.

La richiesta finale al Governo, al Ministero della Salute e alle Autorità amministrative oggi interpellate, è di “revocare i provvedimenti fino a oggi emessi sulla base di una dichiarazione di uno stato di emergenza di cui oggi non sussistono più nemmeno i presupposti di fatto, chiedendo al Governo di assumere decisioni politiche che siano fondate su dati reali e soprattutto che siano correttamente esaminati e contestualizzati”. E inoltre, al solo Governo: “di non trincerarsi dietro facili e prudenziali provvedimenti dettati da tecnici che non hanno una visione complessiva del Paese, che invece dovrebbero avere coloro che li hanno nominati. Confidiamo, in spirito di sincera collaborazione, di ricevere una risposta a queste nostre osservazioni, la qual cosa consentirà di porre fine alle pericolose speculazioni di chi, dinnanzi a tanto dilettantismo, solleva il dubbio che il Covid-19 venga utilizzato per secondi fini”.


Ilaria Capua, i pro-vax e la trombosi
Ma quali potrebbero essere i secondi fini succitati? Rischiando la scomunica – non papale ma della task force sulle fake news – ci permettiamo di notare solamente alcuni fatti che ci sono saltati all’occhio scorrendo giornali e online negli ultimi giorni.

Tra i titoli – e lasciamo al lettore trarre le conclusioni – che hanno attratto la nostra attenzione, quello de La Repubblica del 25 maggio: “Calano i contagi. Lo scienziato di Oxford: «Se l’epidemia svanisce, non riusciremo a testarlo»”. E qui ci domandiamo perché produrre un vaccino e, soprattutto, acquistarlo se non ce ne sarà più bisogno.

Ma d’altro canto, il 27 maggio Ilaria Capua, direttrice del One Health Center of Excellence, della University of Florida (guarda caso tornano gli Usa), afferma: “Sono convinta che il vaccino arriverà, ma c’è il rischio che lo useranno in pochi a meno che non sia reso obbligatorio con quello dell’influenza” (che, attualmente, non è obbligatorio in gran parte d’Italia). E mentre la Capua ribadisce che il virus è sempre sostanzialmente lo stesso (per incidenza, gravità, conseguenze, eccetera), Matteo Bassetti, Presidente della Società italiana di terapia antinfettiva ma, soprattutto, Direttore di Malattie Infettive al San Martino di Genova, annuncia: “L’epidemia oggi è drasticamente diversa da quella vista in aprile” e aggiunge: “Lo dice il professor Remuzzi dell’Istituto Mario Negri, lo dice il professor Zangrillo del San Raffaele, come pure il professor Galli dell’Ospedale Sacco di Milano”.

Del resto, fin da aprile il Primario di Cardiologia dell’Ospedale Sacco, Maurizio Viecca, affermava: “Non si muore di polmonite ma di trombosi” – e aveva già messo a punto una terapia a base di antiaggreganti e antinfiammatori (in attesa che il Ministro Speranza inviasse gli ispettori per avallare il protocollo). Ma non solo, se ne era accorto perché: “c’era un esame del sangue che si chiama D-dimero che era particolarmente elevato”. Un esame fatto ai pazienti e il cui esito era stato ovviamente trascurato dai medici che li avevano in carico. E aggiungeva, nell’intervista pubblicata da Sanitainformazione.it: “Quando si trova questo esame del sangue alterato nell’individuo, vuol dire che c’è una trombosi in atto. Allora parlai con l’anatomopatologa del Sacco, la dottoressa Nebuloni, la quale mi disse che aveva fatto trenta autopsie e in tutte aveva trovato l’embolia dei piccoli capillari polmonari”. Cosa si sarebbe trovato in quelle autopsie che non si vollero (o non si poterono) fare, ad esempio, a Bergamo e che, con i corpi cremati, resteranno un miraggio?

Eppure c’è chi si ostina a non curare bensì a ricercare un vaccino che, se funzionasse come quello antinfluenzale, la dottoressa Capua non specifica che ridurrebbe l’incidenza della malattia dal 30 a un massimo del 60% (secondo lo Europe Centre for Disease Prevention and Control). E che il famoso vaccino contro il virus H1N1, ad esempio, nel 2010 (secondo un articolo pubblicato da La Repubblica) costò all’Italia 184 milioni di euro per 10 milioni di dosi (di cui solo 865 mila effettivamente inoculate). Finì, però, che facemmo una buona azione e ne donammo il 10% all’Oms per i Paesi del terzo o quarto mondo. Mentre la Corte dei Conti avviava una procedura di controllo e Codacons chiedeva “la risoluzione del contratto con l’industria farmaceutica” (nel caso specifico, Novartis) adducendo “lo spreco immane vista la scarsa adesione alla vaccinazione”.

Ma si sa che i pro-vax è all’obbligo che mirano, e in un Paese sotto shock può essere facile imporre misure lesive della libertà personale senza tema di protesta. E del resto, il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti (anche Segretario del PD e, come si ricorderà, uno tra i primi a contrarre il coronavirus dopo un aperitivo pubblico a Milano), il 17 aprile scorso ha firmato un’ordinanza che ha reso obbligatoria la vaccinazione antinfluenzale agli over 65 e al personale sanitario – ledendo così il principio di autodeterminazione che dovrebbe ancora essere prioritario nella scelta delle cure e nella gestione del proprio corpo e salute, e che è alla base di leggi come la 194 sul diritto all’interruzione volontaria di gravidanza.


L’economia dello shock
Errori tanti, troppi. Contraddizioni, anche – persino tra i cosiddetti esperti che nemmeno oggi riescono a mettersi d’accordo. Un divario insanabile tra medici e infettivologi/virologi. Una classe politica, in ogni sede, che non ha saputo valutare le conseguenze di una miriade di decreti e ordinanze. Commissioni avulse dal paese reale. Una popolazione che pare col fiato sospeso, impaurita da mass media che hanno cavalcato l’onda del terrore. E dopo che questa follia chiamata lockdown sarà superata, se lo sarà, come ricostruiremo servizi sociali e pubblici efficienti? Con quali mezzi? A quali fini?

Il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi annuncia: “Aspettiamo i dati di fine maggio ma si parla di qualcosa tra i 700 mila e un milione di posti di lavoro a rischio”. In Francia Renault annuncia il taglio di 15 mila posti a livello mondiale, di cui 4.600 Oltralpe. Negli Stati Uniti i dati del dipartimento del Lavoro avvertono: “due milioni di nuovi disoccupati in una settimana, 41 milioni dall’inizio dell’emergenza Covid” (fonte Rai News). E intanto la conferenza Onu sul clima è stata rinviata al 2021, mentre “l’inquinamento di aria, acqua, suolo e chimica è da considerarsi responsabile – nel 2016 – di 940 mila morti di bambini a livello mondiale, due terzi dei quali di età inferiore ai 5 anni” (fonte The Lancet).

Quando ci risveglieremo da questa follia?

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