Quando gli sceriffi non sono i ‘buoni’

George Floyd durante l’arresto
Immagine ricavata dal video registrato dalla polizia statunitense

La violenza della polizia USA

di Ettore Vittorini

Durante il lockdown le televisioni italiane ci hanno tempestati, o meglio “impestati”, di vecchi film dell’orrore e polizieschi soprattutto americani. Di quest’ultimi hanno tirato fuori dagli archivi produzioni vecchie di vent’anni e più, come “Law and order”, “Ncis”, “Csi Miami”, e tante altre. In tutti i filmati la polizia americana appare sempre efficiente. Agenti, sceriffi, ranger, ispettori, e così via, nelle ‘pellicole’ sono rispettosi dei diritti dei cittadini (è nota la frase “lei ha il diritto di non parlare”…), non razzisti, umani, scevri dall’usare violenza se non in casi estremi, incorruttibili. 

Niente di più falso: le forze di pubblica sicurezza made in USA sono uguali a tutte quelle dei Paesi democratici, con pregi e difetti. Ma posseggono in più l’aggravante della violenza esercitata soprattutto verso gli afro-americani e le altre minoranze etniche. Lo dimostra la morte del cittadino di colore George Floyd provocata a Minneapolis dalla pressione del ginocchio di un agente esercitata sul collo della vittima che peraltro era disarmata. A quel tragico episodio ne sono seguiti tanti altri, nonostante le proteste di una parte dell’opinione americana che il potere, con in testa il presidente Trump, ha tentato di soffocare mobilitando anche la gu

ardia nazionale.

Se poi si guarda al passato vicino e lontano, i casi di violenza diventano consueti se si considera il periodo della segregazione razziale durato ufficialmente dalla fine della schiavitù (1865) fino al 1964. Tra i poliziotti americani soprattutto del Sud, circola da anni una frase: “Se un bianco corre con le mani in tasca significa che ha freddo; se le ha un nero vuol dire che ha rubato”. I poliziotti chiudevano gli occhi quando tra i membri bianchi del Ku Klux Klan era consuetudine compiere linciaggi tra i neri colpevoli o solo sospettati di aver fatto i complimenti a una donna bianca, oppure commesso reati anche di poco conto.

Una segregazione più mascherata veniva compiuta anche a Nord. Per esempio il grande presidente F. D. Roosevelt, che aveva eliminato la crisi del 1929 attraverso il New deal, nel 1936 si era rifiutato di ricevere alla casa Bianca  l’atleta nero Jesse Owens, che alle Olimpiadi di Berlino del 1936 aveva vinto quattro medaglie d’oro facendo infuriare Hitler.

Roosevelt non era un razzista, ma si rendeva conto che stringere la mano a un nero avrebbe fatto irritare gli elettori democratici del Sud, in gran parte razzisti. Un passo in avanti lo fece nel 1941 quando emanò una legge contro la discriminazione razziale nelle industrie belliche. Ovviamente in quei tempi di guerra anche la manodopera di colore faceva comodo.

Un altro presidente democratico, Kennedy, mentre davanti al Muro di Berlino pronunciava la frase “Ich bin ein berliner” (io sono un berlinese), sfidando i regimi dittatoriali comunisti, tollerava in patria la segregazione anche se ne era contrario. Comunque fu sua la creazione di una commissione per le pari opportunità tra le razze i cui risultati non poté vedere perché venne assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963. Ma l’anno dopo il suo successore, Johnson, fece approvare dal Parlamento la legge federale che proibiva la discriminazione razziale nei luoghi pubblici.

Questi passi avanti verso l’uguaglianza, furono spinti dalle nascenti organizzazioni di afroamericani che promossero marce di protesta pacifiche in tutti gli Stati dell’Unione. Il 28 agosto del 1963, quando era ancora vivo il presidente Kennedy, il leader nero Martin Luther King organizzò con grande successo la marcia per i diritti civili che raggiunse Washington. Vi parteciparono centinaia di migliaia di americani, bianchi e neri, che raggiunsero la capitale senza alcun incidente. Ma in passato altri tentativi di proteste pacifiche furono soffocate brutalmente dalla polizia. Di solito gli agenti attendevano i cortei sui ponti e li aggredivano brutalmente colpendoli con manganelli avvolti da pezzi di filo spinato.

La ‘rivolta pacifica’ della gente di colore iniziò a Montgomery, Alabama, il primo dicembre del 1955 quando Rosa Parks (1913-2005), una donna di colore che lavorava come sarta, rientrando a casa con l’autobus non trovò posto a sedere nel settore riservato ai ‘negri’. Occupò allora un sedile destinato ai ‘bianchi’ rifiutando di alzarsi quando l’autista del mezzo glielo impose. Allora questi chiamò la polizia che arrestò la donna. Rosa fu rilasciata dopo alcune ore dopo che un avvocato bianco antisegregazionista pagò la cauzione. Di fronte a questo ennesimo episodio di razzismo, la popolazione di colore della città dette inizio a una protesta che sarebbe sfociata in violenza. Ma i leader delle organizzazioni per i diritti civili, tra i quali il giovane pastore protestante Martin Luther King, intervennero per placare gli animi proponendo il boicottaggio dei mezzi pubblici. Per molti mesi i bus viaggiarono semivuoti fino a quando i dirigenti della società decisero di togliere la separazione dei posti.  Non lo fecero in nome dei diritti civili, ma solo per evitare il fallimento.    

Share with: