Pomodori rosso sangue

Foto tratta da Melting Pot Europa

Lo sfruttamento lavorativo è trasversale per genere, Paesi e include moltissimi minori

di Laura Sestini

Mohamed Ben Alì aveva 37 anni e veniva dal Ciad, un immenso paese dell’Africa Subsahariana abitato da soli 16 milioni di persone – 13 per Km2 – dove il tasso di mortalità infantile è di 67/1000, 16,6 anni l’età media della popolazione, e aspettativa di vita di 55 anni.

In questo Paese il 12,9% dei bambini sotto i 5 anni è fortemente malnutrito, mentre il 32% nella stessa fascia di età risulta effettivamente denutrito, numeri ai quali si aggiunge anche il 39% delle donne tra i 14-39 anni che risultano anemiche (dati FSNI).

Al mondo ci sono circa 850.000 persone che soffrono la fame – di cui la metà vive nell’Africa Subsahariana – mentre il Ciad è classificato al 198° posto su 224 Paesi, per povertà al mondo.

Il Paese africano, nonostante le condizioni precarie della sua economia, i problemi legati al clima e i 2/3 di territorio coperto dal deserto che continua ad avanzare, ospita oltre 430.000 rifugiati provenienti dai Paesi confinanti, scappati da guerre civili o violenza da parte di gruppi jihadisti.

Mohamed Ben Alì arrivava da tale contesto ed era tra i fortunati che erano riusciti a raggiungere l’Italia, Paese dove aveva fatto richiesta di asilo come rifugiato per migliorare le sue condizioni di vita; il suo desiderio non è purtroppo stato realizzato, poiché ha perso la vita nel rogo della sua baracca nel ghetto agricolo di Borgo Mezzanone a Foggia, area pugliese dove in questi giorni inizierà la raccolta estiva dei pomodori che finiranno sulle tavole di mezza Europa a prezzi stracciati.

Nonostante la compassione, la rabbia e il cordoglio per una vita conclusasi così tragicamente, ma senza voler entrare in merito alla vita specifica di questo giovane uomo, sulla quale molti quotidiani hanno già scritto, lo prendiamo ad esempio, poichè ultimo di una lunga lista di morti violente, e per osservare meglio cosa succede negli appezzamenti agricoli, ma non solo, dei Paesi affacciati sul Mar Mediterraneo.

In Italia, la questione dei migranti assoldati come braccianti, ambiente di cui faceva parte Mohamed Ben Ali, è piuttosto nota e drammatica: al Sud la criminalità gerarchica del caporalato, dal Lazio in giù – ma si registrano casi anche in Emilia Romagna – è amministrazione quotidiana e violenta del lavoro di migliaia di cittadini stranieri, che arrivano da più parti del mondo, con prevalenza di africani, alla ricerca di un’occupazione che li aiuti a sopravvivere.

Pochi spiccioli al giorno, in media 20 – 30 Euro, saranno il compenso per molti uomini dai 18 ai 40 anni e qualche coraggiosa donna – spesso senza permesso di soggiorno o in attesa di esso – per rompersi la schiena nella raccolta di arance, olive, pomodori, fragole, mele, pesche, kiwi, uva e patate, e tutte le varietà di ortaggi nazionali.

La scala gerarchica dell’organizzazione dei ‘caporali’, che risultano degli intermediari tra chi cerca lavoro e chi lo offre, è piuttosto articolata, includendo spesso soggetti tra gli stessi migranti, che da oppressi diventano persecutori dei loro stessi connazionali e non meno violenti dei loro capofila nella struttura criminale. Lo sfruttamento della manodopera agricola, ma anche edilizia, non rispetta nessun paramento di sicurezza né dei diritti del lavoratore, esigendo anzi un compenso giornaliero verso il caporale da parte del lavoratore, per il servizio di agenzia interinale illegale prestato.

Al Nord della penisola non va meglio, anche se si lavora con il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro in tasca. Il Piemonte è la regione che acquisisce maggior numero di stagionali migranti per le sue ampie colture di mele, pesche, kiwi, mirtilli e uva da vendemmiare. Saluzzo è uno dei centri nevralgici del settore agricolo piemontese, dove l’amministrazione comunale, attraverso la gestione di alcune associazioni, ha dato in uso degli immobili demaniali riconvertiti a dormitori per i braccianti. La situazione abitativa, anche qui, non è troppo migliore rispetto alle baraccopoli nate in mezzo ai campi del meridione, ma la condizione complessiva dei migranti si giova del fatto che il lavoro non è illegale, (e nessuno ti chiede il pizzo per lavorare) anche se sottopagato ‘legalmente’, a causa delle giornate di attività sulle buste paga che non risultano mai esatte, bensì sempre in difetto.

Su tutte le sponde mediterranee, prevalentemente i braccianti agricoli si spostano con le stagioni dei raccolti, sia interni al proprio Paese di origine che a quelli limitrofi. In Andalusia, al sud della Spagna, per esempio, a primavera arrivano migliaia di donne marocchine per la raccolta delle fragole, lavoro reso legale da un contratto di lavoro, utile per poter uscire dal Marocco senza essere inseguiti dalla gendarmeria di frontiera.

Secondo l’Osservatorio Melting Pot Europa, le braccianti migranti temporanee in Spagna, oltre a contestare di ricevere salari più bassi rispetto ai colleghi uomini – attitudine riscontrabile in più nazioni – denunciano situazioni di schiavitù, precarietà e abusi sessuali, ossia le stesse usanze frequenti e trasversali a numerosi altri Paesi dell’area mediterranea. Chi di loro ha avuto il coraggio di denunciare gli abusi subìti alle autorità spagnole, è stata fatta salire immediatamente – per mano dei datori di lavoro – su un autobus di ritorno in Marocco, concludendo anticipatamente la stagione lavorativa.

Lo stesso Marocco, dal canto suo, nonostante nuove leggi che hanno alzato nel 2018 l’età minima di accesso al lavoro dei minori in alcuni settori, e indicato l’osservazione delle 40 ore settimanali nonchè il divieto per le attività pericolose, conta circa 250.000 minori, tra i 7 e i 17 anni, che lavorano senza nessuna tutela, in ambienti privati delle ricche famiglie marocchine, spesso arrivati – soprattutto le bambine – dai Paesi africani vicini, quali il Camerun, Senegal, Nigeria, Mauritania.

Se lo sfruttamento del lavoro minorile, nel mondo – dai dati Unicef – coinvolge oltre 150 milioni di bambini dai 5 agli 11 anni e altri milioni di adolescenti, in Turchia da tempo le organizzazioni umanitarie indicano in 500.000 i giovani profughi siriani al lavoro addirittura in fabbrica, spesso nel tessile dei grandi marchi, per stipendi e orari da schiavitù .

Secondo una ricerca ufficiale pubblicata a fine marzo dall’ente turco per le statistiche – riguardante i soli cittadini turchi – i minori lavoratori in questo Paese sarebbero circa 720.000, dei quali il 4,4%  nella fascia 5 -11 anni.

I bambini che lavorano vengono in contatto, in molti settori, con sostanze nocive alla crescita, quali i pesticidi o i solventi dei coloranti nell’industria tessile, fumi e gas di scarico, oltre a dover lavorare in ambienti degradati e subire violenze da parte degli adulti e dei datori di lavoro. Inoltre sono soggetti, oltre allo sfruttamento salariale e ai lunghi orari di lavoro, oltre che a molti infortuni, tanto che (le statistiche in questo campo non esistono) nei primi mesi del 2019 ne risultano deceduti almeno 26.

Bambini che raccolgono patate – Foto ©Ahmad_Baroudi

Qualche giorno fa un portale online turco in lingua inglese riportava l’annegamento di tre bambini tra gli 8 e i 12 anni nel fiume Kızılırmak, nella provincia anatolica di Sivas, designati come braccianti agricoli arrivati fin qui per la coltivazione delle patate, di cui la zona è ricca.

L’infanzia è particolarmente colpita dalla violazione dei diritti basilari propri dell’età, come il diritto all’istruzione, che viene declassato o anche totalmente cancellato per dare spazio a un’attività lavorativa violenta e sottopagata, i cui proventi vanno a sostegno dell’economia della famiglia di origine, specie in tempi di crisi economica come quella causata dal Covid-19, quando gli adulti hanno difficoltà a trovare un’occupazione o a causa della stessa sono rimasti inattivi a casa.

Ma certo non si possono chiudere gli occhi davanti agli infiniti soprusi perpetrati anche sugli adulti – come il caporalato, l’abuso sessuale o la semi schiavitù in cui rimangono invischiati numerosissimi migranti – che ogni anno contano molte vittime tra le loro fila, una vita ai margini e nessuna speranza di riscatto.

Secondo uno studio di mercato ‘caporalato free‘ una confezione di passata di pomodoro, sugli scaffali della grande distribuzione, dovrebbe avere un prezzo di almeno € 2,80 a garanzia del lavoro tutelato a norma di legge. Di fronte ad ogni nostro acquisto varrebbe la pena fare una riflessione etica e consapevole, per opporsi all’ambiente tossico di violenze, in cui lavorano la maggioranza dei braccianti agricoli.

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