Piovono microplastiche

Foto Laura Sestini – riproduzione riservata

Forte inquinamento anche in aree protette e in Artide

di Laura Sestini

Secondo uno studio condotto da un gruppo di scienziati, diretto da Janice Brahney, docente all’Università statale dello Utah, e pubblicato sulla rivista Science a giugno 2020, nei territori presi a campione, ovvero alcuni parchi nazionali statunitensi e aree naturali protette, sarebbero letteralmente piovute dal cielo – in un anno – oltre 1.000 tonnellate metriche di microplastiche, l’equivalente di 120 milioni di bottiglie.

Gli scienziati che una volta studiavano le microplastiche, ovvero i detriti di plastica di dimensioni inferiori a 5 mm, come inquinanti oceanici, ora le rilevano nel suolo, nel biota – il complesso degli organismi (vegetali, animali, ecc.) che occupano un determinato spazio in un ecosistema – e perfino nell’atmosfera terrestre.

Per comprendere il destino globale delle microplastiche, gli scienziati hanno iniziato a porsi domande sul ciclo microplastico, che è simile ai cicli biogeochimici globali (azoto, carbonio e acqua), approfondendo quali sono le fonti delle microplastiche e come si trasformano quando si spostano da un ambiente all’altro – in una spiaggia, all’interno di un organismo o lungo un letto di un fiume, dal terreno all’atmosfera, e così via.

Per ottenere i propri risultati, gli scienziati hanno raccolto campioni di acqua piovana e di aria, giungendo alla conclusione che le particelle più grandi di plastica – provenienti principalmente dalle città vicine – cadono con pioggia o neve, a differenza di quelle più fini che arrivano con il vento in condizioni di tempo asciutto, provenendo anche da regioni molto lontane.

“La nostra ricerca copre solo il 6% della superficie totale degli Stati Uniti – afferma Janice Brahney – e già l’entità di microsplastiche presenti è enorme, scioccante. I risultati sono allarmanti e dovrebbero sottolineare l’importanza di ridurre l’inquinamento da tali materiali”.

Da quanto riportato sulla rivista, la maggior parte di queste particelle di plastica risulta composta da microfibre sintetiche utilizzate per la realizzazione di indumenti – e si prevede che 11 miliardi di tonnellate di microplastiche si accumuleranno nell’ambiente entro il 2025.

Delle microscopiche particelle riscontrate sul terreno, fino al 30% risulta appartenere al mondo delle microsfere utilizzate in cosmetica – bandite già negli Stati Uniti e in Francia, perché troppo piccole anche per essere filtrate – che terminano la loro vita negli oceani, e delle quali una percentuale è acrilica, per cui non si estingue che in migliaia di anni.

Altri tipi di microsfere sono utilizzate nelle vernici che – peggio ancora – si frantumano fino a diventare nanoplastiche che si possono respirare, entrando nei nostri polmoni.

È importante sottolineare che questo fenomeno non si sarebbe verificato solo nell’area studiata dai ricercatori negli Stati Uniti.

Infatti, un altro studio, pubblicato nell’agosto 2019, aveva già trovato microparticelle di plastica nella pioggia e nella neve che cadevano in tutto il Colorado. “Penso che il risultato più importante che possiamo condividere con il pubblico americano è che c’è più plastica di quanta appaia nell’ambiente” – ha avvertito l’autore Gregory Wetherbee sul quotidiano The Guardian.

Più o meno nello stesso periodo, la spedizione scientifica del Northwest Passage Project con sede al Polo Nord, ha trovato microperle e filamenti di plastica in un campione di ghiaccio prelevato da un pezzo di lastrone nell’Artico, e lo stesso vale per i Pirenei francesi.

Uno studio franco-britannico, pubblicato nel maggio 2019, ancora sulla rivista Science, aveva rilevato la presenza di microplastiche che potrebbero raggiungere e colpire aree isolate e scarsamente popolate attraverso il trasporto atmosferico”.

Nonostante tutti gli studi e l’allarme dato dagli scienziati, mentre si cerca timidamente di ridurre l’uso degli idrocarburi nei trasporti e in campo energetico, il mondo petrolifero punta sul comparto produttivo di materiali plastici, il cui volume non s’intende diminuire, e per il quale il consumo mondiale è previsto in deciso aumento nei prossimi decenni, senza riguardo per le mega isole di plastica che solcano ormai tutti gli oceani e per l’inquinamento globale, prodotto dalla trasformazione degli stessi idrocarburi.

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