No alle razzie

Il cartello che vieta la vendita di prodotti non alimentari – Foto Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus

di Simona Maria Frigerio

Ci hanno rimproverati in ogni modo, colpevolizzati, sbeffeggiati con la tiritera delle “penne lisce no”, perché evitassimo di riempirci i carrelli della spesa con generi alimentari e di consumo sufficienti per un plotone in stato di guerra. Il 12 marzo Il Sole 24 Ore chiariva tutti gli esercizi che sarebbero rimasti aperti, e che assicuravano i prodotti di prima necessità, quali quelli ottici, gli articoli ortopedici, per gli animali domestici, e perfino profumi e tabacchi. Poi ci si sveglia martedì 17 marzo, si va a fare la spesa all’Esselunga di Lucca, via San Concordio, e si scopre che quaderni e penne, filo da cucito e pentolame, biancheria per la casa e intima, tutti articoli di cui si può necessitare, soprattutto la cancelleria con i bambini a casa, teoricamente a fare i compiti, non si possono più acquistare. E mentre qualcuno dice che è una misura per non fare concorrenza sleale ai negozi attualmente chiusi, e altri che affermano che non è possibile vendere prodotti che non siano alimentari (ma il Decreto dell’11 marzo prevede la chiusura di alcune attività commerciali e non il divieto di categorie merceologiche), Esselunga, Penny (e altri) non solamente si arrogano il diritto di considerare quali sono i beni di prima necessità e quali no, ma due addetti alla sicurezza mi minacciano se fotografo, io giornalista, i cartelli che vietano l’acquisto di alcuni prodotti.
E poi qualcuno derideva e additava chi faceva incetta di quaderni e mutande…

(Per dovere di cronaca rileviamo che, grazie alle rimostranze delle unioni di consumatori, in alcune catene di supermercati i cartelli sono spariti nel giro di pochi giorni).

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