Parlano quelli che il teatro lo fanno, seconda parte

Leoni al tempo del coronavirus – Foto di Simona Maria Frigerio

Voci, idee e proposte

di Simona Maria Frigerio

Continuiamo la nostra inchiesta nel mondo del teatro (iniziata domenica scorsa con http://www.theblackcoffee.eu/superare-la-paura-mantenendo-le-precauzioni/), mentre registriamo alcuni dati che, ancora una volta, fanno sorgere dubbi sulla continuazione del lockdown in almeno 17 regioni italiane e l’efficacia delle misure finora adottate.

L’indice che misura la trasmissibilità di una malattia infettiva, già dal 6 aprile – ossia un mese fa – in Italia (come riportato dall’Istituto Superiore della Sanità), si attestava tra lo 0,2 e lo 0,7. Si ricorda che, generalmente, se tale valore è inferiore a 1, si può prevedere che un virus vada verso la sua scomparsa e tale valore è ormai al di sotto dell’1 da nord a sud.

Se confrontiamo poi il dato in Germania – dove il lockdown è stato allentato da una settimana e anche nella Fase 1 era di dimensioni e con modalità molto più blande – e dove, al 4 maggio, si registravano 488 nuovi casi, con l’Italia e i suoi 1221 nuovi positivi, andrebbe aggiunto che di questi, 928 erano in tre sole regioni, ossia Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte. Nel resto d’Italia, ove risiedono 40 milioni di abitanti circa, si registravano di conseguenza solamente 293 casi. Anche tenendo presente che la popolazione tedesca è pari a 83 milioni circa, si può notare che, se la matematica non è un’opinione, 17 regioni italiane hanno il valore relativo ai nuovi contagi similare a quello tedesco.

Qualche altro dato a confronto. In Germania si registrano 135.100 guariti su 166.152 che hanno contratto il virus; la Spagna ha già toccato quota 151.633 guariti su 248.301 infettati; mentre in Italia – nonostante il coronavirus sia comparso settimane prima – abbiamo solo 82.879 guariti su 211.938 colpiti dal virus.

Infine qualche informazione su dove ci siamo contagiati, in quanto l’hashtag #Iorestoacasa puntava sul fatto che l’esterno – dal posto di lavoro al sentiero di montagna – fosse pericoloso e le nostre quattro mura domestiche o le strutture, comunque al chiuso, ci proteggessero dal virus. Tenendo conto i dati Istat che hanno ribadito come, anche con il lockdown le attività formalmente sospese fossero poco meno del 48% del totale e, a livello occupazionale, 2 italiani su 3 abbiano comunque continuato a lavorare (l’illusione del lockdown produttivo è stata solo un’illusione, mentre quella dell’azzeramento delle vendite tranne nel settore alimentare è una realtà con la quale faremo i conti per anni), su circa 4.500 casi notificati tra l’1 e il 23 aprile, il 44,1% delle infezioni si è verificato in una RSA, il 24,7% in ambito familiare (il luogo più “sicuro”), il 10,8% in ospedale o ambulatorio e il 4,2% sul luogo di lavoro (dati del Ministero della Salute).

E così, mentre i dati epidemiologici confermano scenari molto diversi da quelli propagandati da politica e mass media (ma si sa, anche la statistica non è un’opinione), torniamo a interrogarci sul futuro del teatro che, visti proclami e decreti, non pare nei pensieri dei nostri amministratori – tutti presi a istituire commissioni tecniche e a promettere di infilarci anche qualche donna per fare bella figura con le nostre politiche, che pensano sia più importante qualche poltrona in più invece della riapertura, in sicurezza ma immediata, di nidi, materne e campi estivi, così da permettere alle donne/madri/lavoratrici di riprendere la propria attività.

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Il teatro come mestiere

Tra le attività produttive in maggiore difficoltà resta sicuramente lo spettacolo dal vivo, con tempi ancora incerti di ripresa e fondi che, se già prima del Covid-19 erano esigui, nei prossimi mesi o anni rischieranno di estinguersi.

Alle nostre tre domande (che riproduciamo più sotto) hanno risposto Maurizio Sguotti per Kronoteatro, Francesca Ferri e Francesco Tè per il Teatro dei Venti, Marcella Nonni di Ravenna Teatro, e Chiara Pistoia di Geometria delle Nuvole. Inseriamo altresì una dichiarazione de Il Teatro del Lemming.

In questo periodo di stop forzato dell’attività su quali strumenti, a livello di ammortizzatori sociali (cassa integrazione, bonus per le Partite Iva, eventuale sospensione del pagamento di affitti e/o mutui relativamente alle strutture lavorative occupate, etc.), potete fare affidamento?

Quali interventi, normativi ed economici, vi necessitano per riprendere l’attività? E la stessa fino a quando potrà essere sospesa con la ragionevole certezza di poterla riprendere?

Non pensate che sia mancato un forte coordinamento in questi anni per rivendicare, aldilà del valore culturale e artistico del vostro lavoro, una serie di normative che riconoscessero in pieno il mestiere del fare teatro – parificandolo a qualsiasi altra occupazione? Specifico che l’ultima domanda mi sorge spontanea pensando al refrain che tutti conoscerete e che da barzelletta sembra diventata triste realtà: «Ah, fai l’attore! Ma che lavoro fai davvero?». E dalle considerazioni che, in queste settimane, mi sono state rivolte da tanti: «Si può rinunciare al teatro o al cinema, che problema c’è? È solo un divertimento». Non mi pare che le persone si rendano conto che voi lavoriate “davvero”.

Alex Nesti, Maurizio Sguotti e Tommaso Bianco

Maurizio Sguotti – Direttore artistico del Festival Terreni Creativi e della Stagione invernale, Condirettore con Alex Nesti e Tommaso Bianco della Compagnia Kronoteatro
Al momento l’unico ammortizzatore sociale ed economico sul quale possiamo far conto è la cassa integrazione in deroga. Ci sono però ancora una serie di incognite circa le modalità con le quali verrà erogata; non sappiamo, inoltre, quando il nostro comparto potrà riprendere a lavorare e se questa cassa integrazione sarà ampliata per coprire tutti i mesi di inattività che ci troveremo ad affrontare.

Sarebbe importante che il contributo FUS, che riceviamo dal 2015 per l’attività di produzione, fosse erogato senza tenere conto né dell’ammontare delle giornate lavorative non svolte, né del numero di repliche non effettuato. Sarebbe importante che fosse dato integralmente, senza decurtazioni. Sarebbe inoltre importante che anche il prossimo contributo triennale tenesse conto degli investimenti andati persi quest’anno, delle occasioni perse e delle economie bruciate. Sarebbe anche bello se ci fossero delle variazioni circa le modalità di valutazione nell’assegnazione del contributo; una valutazione che tenga conto dei contesti in cui le realtà produttive operano innanzi tutto geograficamente. Le nuove norme di retribuzione dovrebbero tenere altresì in maggiore considerazione le differenti attività, organiche (e indipendenti) alla creazione artistica, che una realtà attua sul territorio di appartenenza. Le Regioni e gli Enti comunali, dovrebbero sempre più (in tempo di crisi dovrebbe essere normale) specializzare i contributi, tagliando i “rami secchi” e finanziando le realtà che operano su un territorio in un’ottica di prospettiva culturale di ampio termine, raggio e respiro. Sull’urgenza di riprendere al più presto l’attività, in considerazione, ovviamente, delle esigenze di sicurezza sanitaria nazionale, crediamo di essere tutti d’accordo. Ci aspettano tempi lunghi in cui il distanziamento sociale imposto impedirà alle realtà di programmazione piccole di poter operare, se non andando in perdita. Artisti, organizzatori e operatori culturali in genere sono chiamati a ripensare le modalità tanto di linguaggio teatrale quanto di fruizione dell’evento spettacolare dal vivo. In questo tempo di presunta inattività, dobbiamo impegnarci tutti per escogitare un nuovo modo di parlare, guardare e stare assieme; certo è che le istituzioni dovranno essere pronte ad accogliere le nostre proposte dandoci la possibilità in solido di realizzarle.

Sono ben note le difficoltà entro le quali ci troviamo costretti a lavorare in mancanza di una legge che regoli lo Spettacolo dal vivo. Difficoltà economiche, di credibilità professionale, di precariato, di attenzione da parte delle istituzioni e degli enti preposti al sostegno della pratica culturale. Questo quadro di lavoro disagevole e precario rischia e molto spesso porta a un isolamento delle realtà produttive e organizzative. Il tempo e le energie sono completamente assorbite nel tentativo di fortificare il proprio spazio, chiudendo spesso le ipotesi più collaborative. È importantissimo fare tessuto, assieme alle realtà sparse sul territorio nazionale e, in molti casi, questo già avviene; ma sarà possibile una reale sinergia nazionale nel momento in cui le condizioni di lavoro saranno più armoniose e meno faticose. L’artista, poi, soffre spesso di un micro delirio di onnipotenza che, a volte, porta al solipsismo. Forse dovremmo accettare tutti di essere dei lavoratori (particolari certo) e come tali innanzi tutto presentarci di fronte alle istituzioni; far fronte comune, ciascuno nella propria diversità poetica, per la tutela di quello che è un lavoro e un servizio sociale. Dobbiamo prendere noi, prima di tutto, consapevolezza di svolgere un lavoro fondamentale tanto per le comunità di riferimento, quanto per la nazione cercando di non accarezzare il desiderio di essere un’élite-guida, ma piuttosto operare da traduttori degli infiniti linguaggi e bisogni del mondo in cui viviamo.

Francesca Ferri


Francesca Ferri – Amministratrice di Compagnia, Teatro dei Venti
In questa fase abbiamo attivato il FIS ordinario, fondo di integrazione salariale, assegno ordinario, per la durata di 9 settimane, così come previsto dal DPCM 17/03/20 n. 18, art. 19.

Interventi normativi
Per ripartire sarebbe opportuno che venissero disciplinate le norme di sicurezza, attraverso decreti attuativi dedicati alle attività svolte; garantire la partecipazione statale al sostegno dei costi utili al ripristino degli spazi, in ottemperanza alla normativa dettata dall’emergenza; abbinare modalità più tempestive che non il credito di imposta, ovvero, sgravi fruibili nell’anno in corso.
Interventi economici: assegnazioni da Enti pubblici sull’anno in corso
Garantire l’opportunità di richiedere le anticipazioni sulle assegnazioni dell’anno in corso, alla % più alta possibile; velocizzare le procedure di assegnazione e le modalità di richiesta di anticipazione; approvare regole sui rendiconti in deroga per l’anno 2020, sulla base dell’emergenza in atto; acconsentire alla rimodulazione dei budget preventivi mantenendo i contributi assegnati. Sarebbe opportuno che questi provvedimenti fossero assunti a livello ministeriale, regionale e comunale.
Accesso al credito
Inserire l’opportunità di prolungare la durata dei fidi di cassa, quando non “a revoca”;garantire l’accesso ai prestiti bancari con procedura semplificata, nell’arco di tutto l’anno in corso.
Sostegno all’occupazione
Sgravi fiscali e contributivi ai datori di lavoro per mantenere in forza i dipendenti durante tutto l’anno 2020; aumento delle settimane utili per prolungare il FIS ordinario (a oggi 9 settimane). L’attività potrà restare sospesa non oltre il mese di giugno 2020, dopodiché l’Associazione entrerà in sofferenza, a causa della mancanza di prospettiva di poter praticare gran parte dei progetti pronti a essere realizzati. Le risorse economiche del 2020 saranno gestite in modo da sostenere la progettazione, per avere la prontezza operativa quando la situazione esterna lo permetterà. In altre parole, entro giugno 2020 dovranno essere dettate le linee guida operative destinate a realtà come la nostra, in modo da poter dare una prospettiva concreta alla realizzazione dei nostri progetti.

Sì. La disgregazione della categoria degli artisti, la frammentazione delle tipologie di contratto applicabili, ha favorito la libera professione, e non ha certamente alimentato la volontà di aggregarsi in associazioni (a meno che non fossero amatoriali o temporanee). Spesso la regolamentazione del rapporto di lavoro è vista come un vincolo poco fruttuoso nell’ambito di un’attività prevalentemente gestita su più datori di lavoro. I costi in capo ai liberi professionisti sono infatti molto elevati, sia per il professionista che per il datore di lavoro. Spesso manca un contesto professionalizzante, che permetta al lavoratore di riferirsi a realtà che possano tutelarlo in termini economici e di continuità lavorativa. La normativa sul Terzo Settore, a oggi ancora in divenire, non semplifica le cose: chi volesse orientarsi su questa opzione, con l’intenzione di crescere e trasformarsi, per poter aderire a una gamma di opportunità di finanziamento vaste, e per sostenere la piena fattibilità dei progetti, si trova a dover sostenere costi importanti dovuti alla variazione dello statuto col dubbio, a oggi, di non effettuare la scelta ottimale. Anche qui sarebbe utile snellire le procedure e rendere chiaro come operare in questo senso.

Stefano Tè

Stefano Tè – Regista e Direttore artistico del Teatro dei Venti

Il Teatro dei Venti ha sospeso solo l’attività aperta al pubblico nella propria sede e negli altri spazi sociali nei quali solitamente viene svolta e ha dovuto cancellare o rinviare molti impegni già fissati per l’estate. Era in programma un importate tour internazionale dello spettacolo Moby Dick, a oggi tutto da ridefinire. Ma il lavoro non si è mai fermato. Sembra banale dirlo, ma stiamo continuando a lavorare in maniera assidua per fronteggiare la situazione presente e per prepararci con strumenti nuovi a quella futura. All’inizio del periodo di restrizioni abbiamo deciso di tenere un basso profilo comunicativo, per non aggiungere altro rumore di fondo alla già confusa comunicazione in atto. Abbiamo scelto di non partecipare a eventi di “teatro in streaming” di puro intrattenimento, ma lavorato in maniera accurata per mantenere i contatti con la nostra comunità più prossima, con i partecipanti ai percorsi formativi, i volontari, i collaboratori. E anche, anzi soprattutto, con i detenuti che partecipano ai progetti di formazione e professionalizzazione, con i quali non riusciamo ad avere contatti stabili da più di due mesi. E proprio con loro si sta avviando una prima ripartenza. Infatti abbiamo ricevuto l’autorizzazione della Direzione e degli organi competenti per iniziare le sessioni di prove da remoto, sia nel Carcere di Castelfranco Emilia, sia nel Carcere di Modena, con due appuntamenti a settimana in ciascuna struttura. Stiamo inoltre elaborando un progetto artistico, di riavvicinamento alla città, attraverso azioni teatrali urbane, in collaborazione con il Comune di Modena. È necessario adottare nuove strategie per sperimentare un rientro graduale, quando questo sarà consentito. Ed è altrettanto fondamentale cogliere l’occasione per riconsiderare il ruolo del teatro nella nostra società. Non ci sarà consentito di lavorare nei luoghi convenzionali, ma possiamo certamente elaborare e proporre soluzioni alternative, nel rispetto delle norme; non nei luoghi e nelle modalità consuete, ma con la consapevolezza che il teatro può essere una cura a questo trauma. Questo limite imposto può essere un’occasione per ritrovare un ruolo nelle nostre comunità, per ridare al teatro una nuova vita. Un teatro da tempo destinato a morire. Per fare questo dovremmo tutti portare lo sguardo verso quelle realtà artistiche per vocazione impegnate da sempre in progetti di comunità, fuori dai teatri, tra le persone, spesso più disagiate. Nelle strade, nei parchi, nei centri commerciali. Questo approccio però prevederebbe una messa in discussione dei parametri che, fino a oggi, hanno stabilito quale è il teatro che conta e quello che conta meno.

Occorre agire su diversi fronti, su quello della tutela dei lavoratori e su quello della progettazione. Quest’ultimo essenziale per mantenere la relazione con il contesto sociale e per non limitarsi alle richieste di assistenzialismo. Come sempre, nella storia, il teatro, dopo momenti bui, ha rivestito una grande funzione sociale e si è sempre messo a disposizione delle comunità, andando incontro alle nuove esigenze che nascevano. Questo è già il nostro compito come artisti. Passerà del tempo prima che il pubblico possa tornare nei teatri e allora sarà il teatro, con la sua funzione ritrovata, a muoversi e ad agire in luoghi alternativi, verso le persone per “reinventare utopie”, per ritrovare un’utilità sociale.

Marcella Nonni

Marcella Nonni – Condirettore, con Alessandro Argnani, di Ravenna Teatro
In questi tempi complessi e difficili in cui la nostra Cooperativa è ferma dal 24 febbraio con il Teatro Rasi chiuso e le tournée bloccate, abbiamo fermamente mantenuto un principio di equità e rigore nei confronti sia dei soci che dei dipendenti, garantendogli loro lo stipendio. Ravenna Teatro, dai primi di marzo, procede per il pagamento degli stipendi dei propri dipendenti e soci a tempo indeterminato e determinato tramite il FIS (Fondo di Integrazione Salariale al quale noi versiamo regolarmente per ogni dipendente e socio in previsione di gravi situazioni). La cassa integrazione ordinaria a favore dei lavoratori (di cui noi abbiamo diritto come Cooperativa) per ora sarà per un periodo di 9 settimane (come previsto dal decreto Covid-19 del 17 marzo) e poi si vedrà, sperando in una proroga. La cassa integrazione coinvolge 37 persone (di cui 14 soci e 23 dipendenti). Lo stipendio è anticipato dalla Cooperativa alle normali scadenze  di pagamento delle retribuzioni e integrata dalla stessa (ove non arriva l’INPS che dovrebbe coprire fino al 65% circa) fino all’80% della normale retribuzione lorda di ciascun lavoratore. Lo stipendio dei lavoratori di Ravenna Teatro varia da 1.000 a 1.400 Euro. Inoltre, per gli scritturati che dovevano fare gli spettacoli con noi in questo periodo, paghiamo loro le giornate di lavoro non effettuate. Poi siamo al loro fianco per consigliarli e dargli una mano per ottenere le varie forme di aiuto, quali disoccupazione e assegno di 600 Euro previsto in questo periodo. Naturalmente tutte le informazioni che riceviamo (dal Ministero, dalla Regione e dalle istituzioni con cui lavoriamo), cerchiamo di farle girare anche a tutte le Compagnie e a tutte le figure del teatro che lavorano come singoli, come freelance, in particolare nella nostra regione

È necessario avere chiarezza sulle ipotesi di riapertura (consapevoli che potrebbe essere in autunno inoltrato) e sulle modalità che serviranno. Questo per poterci preparare adeguatamente. Non possiamo permettere che si parli di ipotesi di riapertura dei culti religiosi, di musei, e non di ipotesi di apertura per i teatri, i cinema, le sale da concerto. Inoltre, è necessario sapere con chiarezza, visto che si sta parlando di riapertura dopo la metà di maggio dei luoghi dove si fanno gli  allenamenti sportivi, se, come e in quali condizioni si possano fare le prove e svolgere i laboratori teatrali.

In questa situazione confusa e inquietante, dovuta alla pandemia, proviamo a spostare l’attenzione e puntare al riconoscimento del valore del lavoro artistico anche dal punto di vista normativo. Con la consapevolezza che nel portare avanti un Centro di Produzione, è un dovere della Direzione quello di assumere sempre il personale (che sia esso una maschera, un attore, un tecnico, un ufficio stampa, eccetera) tramite i contratti collettivi regolarmente riconosciuti. Purtroppo non è così in varie realtà teatrali e questa è una grave responsabilità della nostra “categoria”.  Una delle cose fondamentali da “coltivare”, soprattutto in questo periodo, è il dialogo, anche a distanza, con gli spettatori, con coloro che hanno sete di avere informazioni, di sentire la vicinanza degli artisti. Sicuramente gli spettatori saranno guardinghi nel tornare nei teatri, in particolare negli spazi chiusi. Il teatro è il luogo della comunità, della relazione del corpo a corpo tra attori e spettatori.

Geometria delle Nuvole

Chiara Pistoia – Attrice e Fondatrice dell’Associazione Culturale Geometria delle Nuvole. Arte a Teatro Educazione. Responsabile progetti infanzia e sociale
La nostra Associazione culturale opera senza scopo di lucro, sulle provincie di Pisa e Livorno. Abbiamo, al momento, sospesi molti crediti verso la Pubblica Amministrazione (comuni e scuole) che ci ha garantito un rimborso delle sole ore progetto svolte fino al 9 marzo con impegno a saldare il dovuto solo quando sarà possibile farci tornare operativi. Andando contro a qualsiasi etica nei confronti del nostro lavoro, già sottopagato, e sulla sospensione del quale non abbiamo alcuna responsabilità. Lavoro, peraltro, soggetto a fatturazione e, di conseguenza, se sospendiamo gli anticipi Iva, ci ritroveremo ancora maggiormente sottopagati, in futuro, a causa della rateizzazione prevista. I nostri collaboratori sono lavoratori non continuativi ma occasionali (non co-co-co). Perché non abbiamo garanzie di continuità di progetto nel tempo né con i comuni né con le scuole. Per sopravvivere siamo costretti a partecipare ai bandi più disparati, obbligati spesso a offerte economiche al ribasso e non possiamo garantire ai nostri collaboratori un rapporto di lavoro coordinato e continuativo, ma saltuario – in quanto molto diversificato e mai duraturo. Per ogni bando a cui partecipiamo, non vi è nessun contributo o ammortizzatore sociale relativo al tempo di progettazione, compilazione e invio. Investiamo ore di lavoro gratuito per avere pochi spiccioli e lavorare spesso in condizioni di solitudine organizzativa che ci prosciugano le energie creative – le sole sulle quali si dovrebbe fondare il nostro lavoro. Al momento, per i mancati introiti dei progetti presentati, non esiste alcun ammortizzatore sociale. Come singoli lavoratori, i nostri collaboratori possono accedere al reddito di cittadinanza ma poiché alcuni, per necessità, al momento della chiusura erano ancora all’interno del nucleo della famiglia d’origine, nel calcolo del reddito di cittadinanza si è conteggiato anche il reddito dei genitori. Di conseguenza, il reddito a sostegno è ridicolo. Altri collaboratori occasionali, che lavorano anche con contratti di scrittura a tempo determinato presso realtà più grandi della nostra e che hanno maturato 30 giornate Enpals Inps di lavoro nel 2019, hanno richiesto il bonus di 600 Euro oltre un mese fa. Nessuno ha ancora ricevuto nulla. E sono passati due mesi. Non avendo una sede stabile, non paghiamo un affitto come Associazione ma pensiamo anche alle associazioni che, in questo momento, fanno i conti anche con detto problema. Come lavoratori singoli, del resto, ognuno di noi ha comunque affitti e bollette da pagare. Oltre al resto. 

In questo momento ci servirebbe: la liquidazione totale dei contratti di sevizio stipulati con i comuni e le scuole; una regolamentazione di legge anche per noi, associazioni culturali e Compagnie, che ci permetta di riprendere l’attività di produzione, ricerca e l’attività pubblica con distanziamento e in sicurezza. La possibilità, come associazioni, di accedere a finanziamenti regionali e nazionali per lo spettacolo dal vivo senza il vincolo del versamento delle 45 giornate Enpals Inps nel triennio precedente, ma con la sola presentazione di un bilancio relativo ai tre anni precedenti; e, come lavoratori singoli, di avere un reddito di quarantena non condizionato dal reddito del nucleo familiare e dalle proprietà (auto, abitazione, eccetera). In alternativa al reddito di quarantena, sarebbe necessario un sostegno immediato per il pagamento di bollette, tasse, bollo auto, assicurazione, interessi sui mutui, affitti. Per il futuro auspichiamo una riforma del sistema di aiuto al reddito per i lavori creativi sul modello francese, la nascita di un sindacato nazionale di settore sul modello inglese (Equity), e la riforma completa dello Spettacolo dal vivo e la cultura sul modello dei SESC brasiliani. 

Sì, è mancato un coordinamento. Infatti, siamo attivi nei tavoli per il reddito di quarantena, e in quelli di C.Re.S.Co. e di E come Eresia le rivoluzioni siamo noi? Oltre che nelle numerose reti dei lavoratori e lavoratrici dello spettacolo per il sostegno al reddito, così da proporre riforme in questo ambito e per la creazione di un sindacato nazionale di settore. Abbiamo anche richiesto tavoli di confronto con le Pubbliche Amministrazioni dei nostri territori per chiedere di essere – in quanto soggetti vincitori di bandi – parte attiva della progettazione artistica e organizzativa, in modo tale da avere voce sui criteri di attuazione dei progetti culturali per il territorio. Cosa che finora non è mai accaduta (al contrario, ci siamo trovati spesso a dover mettere in pratica idee di direttori artistici non istituzionali piovute dall’alto).

Per quanto riguarda il fatto che molti non pensino che questo sia davvero un lavoro, ammetto che non gli si possa dare torto – almeno in parte. Una vasta fetta di non professionisti e amatori hanno impoverito l’idea e la funzione dell’arte facendola diventare un hobby da accostare a un lavoro vero e hanno accettato di lavorare a costi ridicoli soprattutto nei comuni, costringendo i professionisti a svalutare al ribasso le loro prestazioni per mantenersi concorrenziali. Il mondo dello Spettacolo dal vivo e gli artisti professionisti hanno ceduto negli anni al ricatto dei Ministeri e delle Regioni, accettando di essere finanziati alla stregua di una merce o di un prodotto di consumo, misurati con algoritmi aziendali sulla base di standard produttivi e di resa insostenibili e ingiusti per un lavoro creativo, autentico, sociale, non commerciale e diffuso anche nei territori periferici e nei luoghi non convenzionali. Nessun algoritmo produttivo e di finanziamento paga il lavoro di ricerca e sviluppo immateriale dei potenziali umani, e non aiuta ricerche che non abbiano resa immediata in termini di vendita e di capacità di indebitamento. Finora non abbiamo avuto la forza di far nascere un sindacato nazionale di settore che garantisse il diritto dell’arte a essere finanziata anche nella sua parte di improduttività, e sostenuta con crediti a fondo perduto su progetti di ampio respiro. Al contrario, abbiamo accettato la nascita di grandi Centri teatrali regionali che attraggono la maggior parte dei finanziamenti, a scapito delle realtà territoriali più piccole, e senza aver ottenuto la garanzia che i piccoli fossero inclusi nelle reti di lavoro (e non di volontariato) degli stessi teatri nazionali, tric e centri di produzione. Non solo. Abbiamo accettato che teatri nazionali e Festival dettassero le regole degli scambi e della diffusione dello Spettacolo dal vivo, senza equità e sfruttando spesso anche le Compagnie, sottopagando i cachet, costringendo a fare anteprime esclusive, offrendo spazi di prova gratuiti invece di retribuire il lavoro. Abbiano accettato che spazi pubblici come i teatri fossero in parte privatizzati e assoggettati a direzioni artistiche che ne hanno impedito l’uso e la fruizione libera dei territori. 

E aggiungo che a causa di molti mercenari tra noi e commercianti del lavoro d’arte, inclusi direttori artistici, organizzatori, promoter, mercanti e banchieri di vario genere prestati alla politica, ci troviamo oggi con un’invasione di prodotti di intrattenimento e svago che non hanno fatto altro che contraffare il senso autentico e necessitante di questo mestiere: all’arte è stato tolto il tragico. Le è stata piano piano affidata solo la funzione di intrattenere, divertire, distrarre e coccolare. È arrivata a essere percepita come un vezzo frivolo, un vizio da annoiati mantenuti, un prodotto di consumo per chi ha voglia di non pensare ai problemi e al dolore. Perché già da troppo tempo aveva perso la sua funzione sociale di catalizzatore del dissenso, del pensiero non conforme, della denuncia e dell’alterità. Negli anni, prestando il fianco da un lato alla televisione, alla cultura dello spettacolo di massa (a volte anche spettacolo morboso del dolore), e dall’altro diffondendo e sostenendo l’accademismo sterile e superato, si è comprata il consenso a tre lire soprattutto della parte meno viva, meno matura e più inconsapevole della società e del pubblico – ma senza svolgere il suo compito primario: cioè rieducare alla forza e al coraggio anche attraverso il tragico e attraverso poesia e bellezza. Di questo siamo tutti responsabili nello stesso modo? Non lo so. Forse qualcuno è stato più responsabile di altri, in quanto le sue azioni sono state motivate dal fatto di voler conservare posizioni, status e potere truccando il gioco e impedendo al dissenso di incidere. E credo vada detto che nessuna delle scelte politiche degli ultimi vent’anni sullo Spettacolo dal vivo, l’arte, la sanità, il sistema sociale, le infrastrutture, il lavoro, la cultura, l’economia ha rispettato e difeso i valori della nostra Costituzione. E chi si è battuto per questo, chi ci ha provato, è stato ostracizzato, emarginato, ridicolizzato, bollato come vuoto e pesante intellettuale “rosicone” e reso invisibile e inutile. È tempo di ribaltare i tavoli e chiedere conto. E lo faremo. Visto che ci è impossibile percepire redditi e abbiamo, nostro malgrado, del tempo per mettere in fila le necessità. Invito a prendere visione dei lavori dei tavoli e delle campagne attive in questo senso di C.Re.S.Co., Emergenza continua professionisti dello spettacolo, Attori e attrici uniti, L’attore visibile, Facciamo la conta, Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Toscana Spettacoli, Reddito di quarantena. E allego un link esplicativo del modello brasiliano dei SESC a cura di Francesca Della Monica: https://www.facebook.com/groups/1123806511299775/permalink/1132481833765576/

Il Teatro del Lemming – Foto di Marina Carluccio (tagliata per ragioni di layout)

Il Teatro del Lemming – Il Teatro come Pharmakon
Dopo oltre due mesi di totale chiusura, lo Spettacolo dal vivo non ha ancora alcuna indicazione, nemmeno all’avvio della cosiddetta Fase 2, rispetto a tempi e modalità di una sua possibile riapertura. Questo clima di totale incertezza è oltretutto acuito dalla totale marginalità che la questione teatrale ha assunto all’interno del dibattito pubblico. Questo non solo è grave per le centinaia di migliaia di lavoratori che non conoscono quale orizzonte futuro si configuri, ma lo è anche per lo svilimento di un’arte la cui funzione, da servizio pubblico sembra ridursi, almeno nell’opinione di molti media, a puro svago o intrattenimento

In questi giorni si è più volte parlato di una Netflix della Cultura, di trasferire cioè il teatro su piattaforme digitali. Ma per noi pensare di realizzare teatro on line è semplicemente impossibile: lo possiamo chiamare video, televisione, cinema ma non teatro. È importante ribadire, come già altri colleghi hanno fatto, che il teatro è tale solo nel momento in cui prevede la presenza viva e concreta di attori e spettatori in uno spazio condiviso. È infatti costitutivo e proprio al teatro pretendere la condivisione di un evento da parte di una comunità che si incontra. A teatro si è presenti con il proprio corpo e con i propri sensi. Si è presenti con i propri fantasmi, alle fratture del nostro tempo e si è costretti a un faccia a faccia con l’evento.

Se davvero la convivenza con quest’epidemia dovrà continuare ancora a lungo, invitiamo ciascuno di noi a pensare al teatro come a un pharmakon. In quest’epoca terribile che impone la distanziazione sociale la pretesa del teatro di essere incontro ravvicinato e relazione, oltre che come veleno può essere pensata come cura: il farmaco di cui abbiamo bisogno per restare umani. Perché accanto alla salute dei corpi è altrettanto importante prendersi cura dello spirito, delle menti e delle anime.

Così, se a partire dalle prossime settimane sarà possibile la riapertura delle attività sportive e di cura della persona, e si pensa di prevedere accessi contingentati all’interno di bar, ristoranti, musei, chiese, pensiamo possa essere fatto altrettanto per lo Spettacolo dal vivo. Ricordando che il teatro è fatto sia di un lavoro a porte chiuse (prove, laboratori, residenze) che di serate aperte al pubblico e che in molti luoghi di questo Paese i teatri rappresentano dei presidi culturali e civili a cui non è in alcun modo possibile rinunciare.

Crediamo poi che spetti agli artisti, nel rispetto della garanzia alla salute dei lavoratori e degli spettatori, trovare modi per cui sia possibile, nonostante tutte le limitazioni, essere fedeli alla natura propria del teatro che è quella appunto di costruire comunità, per quanto provvisorie, in cui l’Altro, lo sconosciuto, appaia non più come un pericolo ma come lo straniero di cui prendersi cura.

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