Oscar all’ipocrisia

La celeberrima statuetta dell’Oscar. Foto di DWilliams da Pixabay

Dalle ultime statuette alle nuove regole, perché la Hollywood politically correct non convince

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

Nel periodo della pandemia siamo stati tutti costretti a restare a casa e le alternative televisive, se si volevano evitare gli approfondimenti giornalistici tesi ad angosciare il pubblico, andavano dall’ennesima replica di un Csi (original o spin-off) o di un Law & Order (idem come sopra) al quinto o sesto passaggio televisivo di un blockbuster.

Le pellicole statunitensi, in particolare, sembrano non esprimere oltre idee originali – essendo spesso rifacimenti di film del passato o stranieri – e si affidano in larga parte agli effetti speciali che, su piccolo schermo e senza Dolby Stereo, perdono il poco appeal che vantano nelle sale cinematografiche.

Forse per rivitalizzare un mercato sempre più asfittico, Hollywood ha scelto di giocarsi, dopo il #MeToo, la carta del politically correct e, infatti, dal 2024 per vincere un Oscar le produzioni dovranno inserire tra gli attori e i tecnici, nella trama e a livello promozionale, una percentuale minima di appartenenti ai diversi gruppi etnici o di genere – normalmente sottorappresentati.

Immaginiamo le produzioni future costrette a ingaggiare una transessuale per accendere la sigaretta del protagonista al posto della prostituta femmina, o il bambino latinoamericano chiedere l’elemosina invece di quello ariano, o ancora darsi da fare per trovare un elettricista afroamericano e un’addetta stampa Apache. Ma la stucchevole ipocrisia a stelle e strisce, in realtà, aleggia da anni sugli Academy Award. Pensiamo al 2015, quando Eddie Redmayne prese l’Oscar per la sua interpretazione di Stephen Hawking, non tanto lo scienziato quanto il malato di Sla. Mentre Julianne Moore – interprete straordinaria di Far from Heaven o A single man – se lo aggiudicò come affetta da Alzheimer in Still Alice. Miglior film, ovviamente, fu l’edificante Birdman. Nel 2016, Brie Larson era stata prigioniera in una Room per cinque anni per potersi conquistare la statuetta, e DiCaprio (che in passato aveva dato ben altre prove attorali, ad esempio in Revolutionary Road o Buon compleanno Mr. Grape) doveva addirittura resuscitare in Revenant. Quest’ultimo polpettone, in particolare, ha attirato la nostra attenzione nei mesi di clausura. Firmato da Alejandro González Iñárritu (che ci aveva già regalato ‘chicche’ altrettanto amate da Hollywood, quali il succitato Birdman e 21 grammi), vede DiCaprio spendersi in grugniti, urla, espressioni di dolore varie, e tutta quella sequela di machismi ed effetti speciali che, a livello personale, ci hanno fatto rimpiangere il Sylvester Stallone del primo Rambo – sia per i riferimenti alla guerra del Vietnam sia per la maggiore verosimiglianza.

Basti pensare alla scena in cui DiCaprio si getta col cavallo – rincorso dai nativi americani – in un precipizio (in stile Frantic), finisce su un pino altissimo che, invece di impalarlo come la protagonista di Revenge, ne attutisce la caduta e, sebbene già ferito da un precedente attacco di un grizzly, ne esce indenne – à la Bruce Willis o tipo un Arnold Schwarzenegger in versione Terminator. Simile alla Lisbeth Salander della trilogia Millennium, grondante di sangue, ferito praticamente a morte e mezzo sepolto vivo, resuscita anche dalla tomba e riesce a cavarsela e, a differenza dell’eroina di Uomini che odiano le donne, senza nemmeno ricorrere a un ospedale (che, invero, sarebbe stato elemento anacronistico). Poi, con la stessa abilità di Mark Wahlberg nel ruolo del pluridecorato Bob Lee Swagger (in Shooter) appronta un primo soccorso fai da te, addirittura cauterizzando il buco in gola con la polvere da sparo, che fa esplodere con un fuoco acceso come ai tempi dell’uomo di Neanderthal. E se non bastasse, tra sogni opachi della moglie defunta – in stile finale de Il gladiatore, anche per quanto concerne la fotografia – e un nativo/sciamano che lo salva dalla cancrena con una specie di fumigazione, una scena culto della cinematografia mondiale resterà quella in cui il nostro baldanzoso eroe triste si ficca due dita nelle piaghe, come fanno i bambini nel naso.

Finale ovviamente beatificante e film, nel complesso, tecnicamente pretenzioso, come piace a Iñárritu con un DiCaprio che affida a Dio il suo arcinemico (gli americani sono tutti buoni tranne l’arcinemico – che è un delinquente). Ovvero, invece di ucciderlo con le proprie mani, lo lascia ipocritamente al fiume e alle mani dei nativi che faranno scalpo della sua testa.

Ecco, in tempi addietro Revenant sarebbe stato giudicato l’ennesimo polpettone muscolare e truculento (la scena dell’attacco dell’orso è quasi insostenibile) con suddivisione manichea tra buoni (sebbene con mela marcia) e cattivi, ovvero politically correct (nativi buoni ma francesi cattivi). Nella Hollywood attuale è stato giudicato la miglior regia (nel 2016). In tempi di pandemia, l’ennesima pessima scelta nella programmazione di una tivù che, oltre alle ore in terapia intensiva tra intubati e bare, giusto per accelerare sul pedale dell’angoscia e conquistare qualche spettatore in più, ci ha regalato Contagion su Canale 5, Containment su Infinity, The Strain su Sky, The Rain e Kingdom su Netflix, The Walking Dead e Fear the Walking Dead su Now Tv e Amazon Prime Video. Per esorcizzare o attizzare le paure inconscie?

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