Noi credevamo

Foto tratta da Genova Il Libro Bianco

19 anni dopo il G8 di Genova

di Simona Maria Frigerio

Non farò come i miei colleghi della stampa. Non fingerò di essere imparziale. Non lo sono. Mai stata. Cerco la verità ma, nelle cose umane, difficilmente la stessa è univoca, netta come un coltello ben affilato. La verità è bellezza (John Keats permettendo) perché la bellezza non è perfezione, bensì ricerca. E un giornalista deve, innanzi tutto, essere onesto col lettore. Quindi, adesso sapete da che parte sto. E se vorrete leggere, forse ci ritroverete anche qualche verità, o almeno la sincerità di chi dice da che parte della barricata si posiziona.


A distanza di quasi vent’anni, i temi e le problematiche no-global sono ancora qui. Più pressanti che mai. Se qualcuno si era illuso che Greta Thunberg arrivasse da qualche parte, ci ha pensato la pandemia a rintuzzarlo. Nemmeno un’innocente denuncia contro l’usa e getta e le bottiglie di plastica può sopravvivere ai diktat del capitalismo. E tra mascherine e guanti monouso, le isole oceaniche di spazzatura avranno di che foraggiarsi per anni.

Eppure era ovvio che una battaglia che si concentrava sulle merci invece che sui processi della produzione di massa e del consumismo, o sulle rendite della finanza speculativa e sull’utilizzo della globalizzazione per produrre dove costa di meno e vendere dove il prezzo è più alto, era destinata, prima, a essere irrorata da lacrime di coccodrillo e, poi, a essere cestinata tra le ‘varie ed eventuali’.

Ma 19 anni fa, proprio in questi giorni, l’analisi no-global era molto più vasta e approfondita, i milioni di persone coinvolte trasversali per ceto ed età, e i Paesi interessati si estendevano dal Sud al Nord del mondo. Era un’onda che sembrava montare alta e irruenta: nessuno avrebbe pensato che si sarebbe arenata nel giro di pochi giorni, anzi poche ore.

In quegli anni, forse non a caso, Seattle – teatro della prima grande manifestazione no-global – partorì il grunge. Non avendo immagini di quel momento storico, suppliremo rimandandovi al suo sound, e ai video che produssero gli artisti di quel fecondo periodo musicale. Iniziamo con Curt Cobain e i Nirvana, e il loro Territorial Pissings: https://youtu.be/x6XBlkvTmv8 (si consiglia l’ascolto leggendo).


Un po’ di storia del movimento no-global tra preveggenza e dati attuali
Il 30 novembre 1999, dieci anni dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della necessità, per il capitalismo, di presentarsi con un volto ‘umano’, ossia democratico – con cotillon quali jeans e arricchimento facile – 40 mila persone circa invadono le strade di Seattle in occasione del vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (il WTO).

Sebbene le varie anime che si raggruppano nel movimento esprimano basi ideologiche e sociali diverse, tutte hanno radici nella società civile e le richieste comuni possono riassumersi proprio nel ritorno alla centralità di politiche dal basso, nel rispetto delle culture e delle comunità locali. Il processo di globalizzazione – parte integrante delle politiche neoliberiste imposte dall’asse Thatcher/Reagan negli anni 80 – è visto (e le multe del WTO ai Paesi che gli si oppongono lo dimostreranno) come regime che deprime la libertà di autodeterminazione dei singoli e delle collettività locali (anche native), aumentando le disuguaglianze economiche (basti pensare allo sfruttamento delle lavoratrici nelle maquiladoras messicane – perché sono le merci a dover girare liberamente e non le persone – o all’attuale ritorno in schiavitù del popolo congolese per l’estrazione del coltan). Ma i processi di produzione neoliberisti impoveriscono o distruggono, altresì, ambiente ed ecosistema (dagli OGM alle coltivazioni intensive fino all’attuale surriscaldamento globale); e rendono sempre più insostenibile il divario tra il Nord e il Sud del mondo ma anche, all’interno degli stessi Paesi o associazioni di Stati (come l’Europa), tra zone più o meno ricche (dal Meridione d’Italia alle successive misure del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che porteranno al tracollo di vari Paesi, tra i quali l’Argentina o la Grecia – con il supporto della troika).

Da Seattle a Porto Alegre
Il primo Forum Sociale Mondiale si svolge dal 25 al 30 gennaio 2001 a Porto Alegre (in Brasile). Tra i presenti, l’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’aiuto ai cittadini (un tema, quello della tassazione delle transazioni speculative, che dovrebbe essere ripreso anche per far fronte alla crisi economica attuale e di cui ci siamo già occupati: http://www.theblackcoffee.eu/il-virus-e-la-cura-passano-da-wall-street/). Il Forum si svolge in Brasile grazie anche al sostegno del Partito dei Lavoratori (PT) che era al governo della città, dove si sperimentava un mix tra istituzioni della democrazia indiretta di stampo occidentale e la partecipazione diretta popolare in assemblee aperte. Al meeting internazionale prendono parte migliaia di rappresentanti da tutto il mondo – con una forte presenza anche dei movimenti cattolici (consiglio d’ascolto: Michael Franti, Stay Human, https://youtu.be/Zb03HQ0Ar-4).

Il 28 gennaio si elabora il Pronunciamiento de los movimientos sociales. Ne riportiamo alcuni stralci (rimandando il lettore al testo completo, https://chiapas.iiec.unam.mx/No11/ch11fsm.html). “Costruiamo una grande alleanza distinta dalla logica attuale che colloca il mercato e il denaro a unico parametro di valore. Davos (dove si tiene ogni anno il Forum Economico Mondiale, n.d.g.) rappresenta la concentrazione della ricchezza, la globalizzazione della povertà e la distruzione del nostro pianeta. Porto Alegre rappresenta la lotta e la speranza che un nuovo mondo è possibile” (t.d.g. dell’intero testo riportato).

Più oltre si legge: “La nostra lotta si basa sulla parità tra donne e uomini. Al contrario, la globalizzazione rafforza un sistema sessista, escludente e patriarcale, che incrementa la femminizzazione della povertà ed esacerba la violenza, le cui vittime principali sono le donne e i bambini”. Due importanti passaggi successivi si concentrano sui diritti dei nativi e dell’Africa (nel 2019, finalmente, persino l’area Subsahariana inizierà a protestare: https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-2019-2020/africa-sub-sahariana/). A seguire, è nuovamente l’ambiente a diventare il protagonista: “L’atmosfera, l’acqua, la terra e altresì gli esseri umani sono trasformati in merci. La vita e la salute devono essere riconosciute come diritti fondamentali”.

Ma le richieste non sono solo di principio (una delle accuse che, a suo tempo, fu mossa al movimento era la sua mancanza di concretezza) bensì pratiche, come “l’abolizione dei paradisi fiscali e l’introduzione di imposte sulle transazioni finanziarie”; il divieto “di qualsiasi forma di privatizzazione di risorse naturali e beni pubblici” (basti pensare alla svendita dei beni dello Stato greco per rispondere ai diktat della troika o, al contrario, in Italia, al referendum vinto sull’acqua bene comune; o ancora, ai brevetti sui semi agricoli e, si vorrebbe, sui geni umani per capire che a Porto Alegre non si faceva fantapolitica, https://www.focus.it/scienza/scienze/la-corte-suprema-usa-vieta-il-brevetto-dei-geni).

Tra gli altri soggetti della critica no-global, le organizzazioni multinazionali che regolano “la produzione mondiale con una disoccupazione massiccia (ossia, strutturale, n.d.g.), salari bassi e lavoro non qualificato”, negando altresì i diritti sindacali. E rivendicando, al contrario: “un sistema di commercio giusto che garantisca la piena occupazione, l’autosufficienza alimentare, trattati di scambio equi”, laddove il “‘libero commercio’ provoca l’accumulo veloce di ricchezza e potere nelle mani delle corporazioni transnazionali” (per fare un esempio sullo sfruttamento intensivo dell’agricoltura da parte di società straniere che provoca la non autosufficienza alimentare: http://www.theblackcoffee.eu/haiti-favola-e-inferno/).


Le prove generali di Genova si tengono a Napoli
Il 17 marzo 2001, al Governo c’è il centrosinistra del Premier Giuliano Amato con una maggioranza che va dall’Udeur ai Comunisti Italiani. Ma di quel ramo d’ulivo, simbolo di pace e del raggruppamento che sostiene il Primo Ministro, nel capoluogo partenopeo si vede poco.

A Napoli le proteste si rivolgono contro il Global Forum (di stampo economico), patrocinato dall’ONU e organizzato dall’Italia, con tema l’applicazione delle tecnologie digitali alla Pubblica Amministrazione (problematica tornata in voga recentemente insieme all’idea dello smart working per la metà degli impiegati pubblici, in un Paese dove la PA è tra i settori che meno funzionano in assoluto e dove il telelavoro è stato sinonimo di sfruttamento e parcellizzazione dei diritti). Il consiglio d’ascolto va da sé: 99 Posse, Amerika, https://youtu.be/32wqNxFY2UY.

Nello Trocchia, su Il Fatto Quotidiano, scrive 12 anni dopo quel coacervo di violenze di Stato che furono i prodromi di Genova: “La democrazia quel giorno morì di violenza, di manganelli, di una repressione che bisogna ricordare, come un dovere civile. ‘Il giorno orribile’ come i giudici lo hanno definito nel processo celebrato a carico di alcuni agenti accusati di violenza e, perfino, di sequestro di persona. In quello stesso giorno alcuni manifestanti furono condotti alla caserma Raniero: botte e umiliazioni. Il processo si è concluso con la prescrizione, ma quella storia che è civile e collettiva non si prescrive”.

https://www.misteriditalia.it/genova/napoli/05%20Il%20libro%20bianco%20sulle%20violenze%20di%20Napoli%20del17%20marzo%202001.pdf è un documento tuttora disponibile in rete. 82 pagine fitte di testimonianze sulle violenze contro i manifestanti a piazza Municipio (‘Gabbia Municipio’) ma, soprattutto, nella Caserma Raniero. Leggendolo, forse andrebbe ricordato quanto affermerà il Procuratore Capo di Roma, Giuseppe Pignatone, a proposito del caso Cucchi (deceduto in carcere anni dopo e per ragioni differenti): “Non è accettabile, dal punto di vista sociale e civile prima ancora che giuridico, che una persona muoia, non per cause naturali, mentre è affidata alla responsabilità degli organi dello Stato”. Così come, in uno Stato democratico, non è accettabile che una persona in stato di fermo o reclusa sia picchiata, brutalizzata o violentata da poliziotti, guardie o carabinieri – non siamo in un telefilm del genere Law and Order ove si minaccia il sospettato di metterlo in galera perché sia brutalizzato dai compagni di cella, o magari anche peggio se si fa riferimento a Unità vittime speciali, ove la minaccia è che il presunto pedofilo sia messo tra i detenuti comuni. Eppure la brutalità della fiction può irrompere nella vita reale, non in Cile al tempo di Pinochet o nell’Argentina post-golpe militare, bensì qui in Italia – a Napoli ma ancor di più a Genova.


Nella seconda parte il diario di Genova giorno per giorno, la Scuola Diaz e i fatti di Bolzaneto, le sentenze in Italia e in Europa, e la testimonianza, a distanza di 19 anni, di Vittorio Agnoletto (tra i leader italiani del movimento no-global). Per non dimenticare.

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