Noi credevamo, seconda parte

Lucca 2017, i metodi non cambiano ma c’è chi non si arrende. Foto di Luciano Uggè

19 anni dopo il G8 di Genova

di Simona Maria Frigerio

Genova 2001: il diario giorno per giorno
(i ricordi di Simona M. Frigerio e Luciano Uggè)
La forza internazionale di quel movimento, l’afflato rivoluzionario che si respirava in quelle giornate forse nascevano anche dalla consapevolezza che le radici di quei sogni sprofondavano davvero nella terra, comune, che calpestavamo con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) che, tra le montagne sudorientali del Messico, aveva indetto il primo Encuentro Intercontinental por la Humanidad y Contra el Neoliberismo dal 27 luglio al 3 agosto 1996. In Chiapas giunsero oltre 3 mila persone da una quarantina di Paesi. Era la prima volta che la società civile, dopo l’ubriacatura della Caduta del Muro di Berlino, si risvegliava dalla sbornia ideologica in un Occidente che non aveva più ragioni per fingere di occuparsi degli ultimi – ma nemmeno dell’ambiente o di un’etica del lavoro e sociale che si facesse carico di una parvenza di redistribuzione delle ricchezze. Alle imprese (ormai multinazionali sradicate da qualsivoglia obbligo verso le comunità) occorreva addossare i rischi ai lavoratori per fagocitare capitali sempre più ingenti da gonfiare nelle Borse.

Ad accompagnarci, in sottofondo, Manu Chao (consiglio di ascolto ma anche di visione, con il video realizzato in quei giorni a Genova: https://youtu.be/wydUabEFdic) e Radio Popolare che, in tempi in cui il cellulare non esisteva o serviva solamente per telefonare – e mentre la maggioranza dei mass media aveva già capito tutto e preso posizione (la medesima macchina del fango, la disinformazione e la propaganda di Stato, oltre all’omologazione del pensiero, viste nuovamente all’opera nei giorni della pandemia) – era veicolo di contatto tra chi era rimasto a casa e chi era a Genova ma, soprattutto, nelle giornate di venerdì 20 e sabato 21 luglio, tra i vari blocchi dei manifestanti in corteo.


Da sabato 14 a giovedì 19 luglio
Qual è il clima? Dall’11 giugno le redini del Governo sono passate da Giuliano Amato a Silvio Berlusconi, che guida una maggioranza che va da Forza Italia ai Repubblicani passando per Alleanza Nazionale. Dopo i fatti, il Premier dichiarerà a Palazzo Madama, per giustificare le violenze, che: “l’organizzazione del summit era stata preparata dal centro-sinistra”. Su Genova Il Libro Bianco troviamo alcune informazioni importanti per comprendere la situazione nella quale si trovano organizzatori e manifestanti: “Chiusura improvvisa della Stazione Brignole, taglio dei fondi pubblici previsti per l’organizzazione del contro-vertice e per l’ospitalità, promesse di ridimensionamento della zona gialla non mantenute, toni esagitati di giornali e televisioni sulle bellicose intenzioni degli ‘anti-globalizzatori’”. Non importa, si va avanti.

Dal 16 al 18 luglio, mentre si svolge il Public Forum sui temi dei quali ho già scritto, altri fatti occupano le pagine dei giornali e i commenti dell’opinione pubblica.

Nelle scuole Diaz e Pertini, il Genova Social Forum (GSF) organizza i locali per ospitare i medici, gli avvocati e i giornalisti. Il 15 luglio si tiene la prima conferenza stampa. Nel frattempo il potere si blinda: cinque metri in altezza, le griglie di ferro rinchiuderanno – praticamente ma anche simbolicamente – il centro di Genova nella cosiddetta zona rossa. Teniamo presente che simili scene si ripeteranno anche in tempi più recenti. Come a Lucca, dove le Mura, nel 2017, hanno blindato la cittadinanza al loro interno o al loro esterno per tre intere giornate, e le antiche difese sono state utilizzate come paratia tra i manifestanti e i Ministri degli Esteri riuniti per un summit del G7 – ossia tra rappresentati e rappresentanti del sistema cosiddetto democratico.

Ma torniamo a Genova. Sono le 10.30 del mattino del 16 luglio. Mentre si svolge l’incontro tra una delegazione del GSF e un gruppo di parlamentari, scoppia la prima bomba nella Stazione dei Carabinieri di San Fruttuoso. Il giorno successivo, una seconda bomba è scoperta nei pressi dello Stadio Carlini, dove dormono molti appartenenti ai Centri sociali. La reazione delle forze dell’ordine è scontata: alle 6.30 del 18 luglio la sveglia risuona del fracasso provocato da otto blindati che irrompono nello Stadio insieme agli artificieri, ufficialmente per un controllo di sicurezza, ma nella pratica per una perquisizione generale affidata ai poliziotti.

Giovedì 19 luglio è il primo giorno di manifestazione. Il tema che dovrebbe catalizzare l’attenzione del pubblico e dei media sono i diritti dei migranti: “la migrazione estrema dei capitali contro l’immobilità delle persone” – come si legge nel Libro Bianco, dove si ricorda altresì che: “Il 20% della popolazione mondiale – quella dei Paesi a capitalismo avanzato – consuma l’83% delle risorse planetarie” (e non si creda che le cose siano migliorate in questi anni se, non più tardi del 18 luglio 2020, il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, denuncia, in occasione dell’anniversario della nascita di Nelson Mandela, che “alle 26 persone più ricche del mondo appartiene lo stesso patrimonio che alla metà della popolazione mondiale” – ossia a quasi 3 miliardi e 900 milioni di individui).

30, forse 50 mila coppie di mani dipinte di bianco, da una parte; i poliziotti con elmetti, scudi e sparalacrimogeni, dall’altra. La zona rossa è blindata. La no trespassing zone che il potere erge a propria difesa lascia sempre attoniti. Ma la sfilata prosegue tra balli e musica e tante mutande (forse pochi lo ricorderanno, ma quella fu anche la manifestazione che ironizzò sull’uscita del Premier che i panni stesi al sole, dai genovesi, rovinassero l’immagine della città). Di quella gioia un po’ euforica e stremata dalla lunga marcia, di quel felice incontro tra persone di diversa provenienza etnica, culturale e sociale, delle richieste di diritti resterà poco negli annali della stampa. Il 19 luglio il Corsera titola: “Bombe a catena, paura in tutta Italia”, La Repubblica: “G8, una catena di attentati” e L’Avvenire: “Genova i giorni dell’ansia”.


Venerdì 20 luglio
Premessa. Tentare di invadere una no trespassing zone non è, come spesso pensano le persone a casa, qualcosa che s’improvvisa. Molte manifestazioni, negli anni, hanno visto accordi – più o meno taciti – tra organizzatori e forze dell’ordine per fare in modo che, da una parte, si possano attuare gesti di disubbidienza civile (che non modificano le reali forze in campo ma, simbolicamente, dimostrano la volontà di alcuni di sovvertire un ordine costituito) e, dall’altra, che tali azioni siano accettate senza trasformarsi in occasioni per esercitare reazioni di una violenza ingiustificata. Questo perché, in uno Stato cosiddetto democratico, è necessario garantire – almeno in apparenza – anche il dissenso e le sue forme espressive. I questori che, negli anni, hanno tenuto meglio la piazza hanno cercato di far svolgere le manifestazioni e anche alcuni atti di insubordinazione in sicurezza, sapendo che l’incolumità sia dei manifestanti sia delle forze dell’ordine è sinonimo di civiltà.

Il 20 luglio è la giornata in cui si tenterà, quindi, di assediare gli assedianti: “Oggi si vuole spiegare a un pugno di uomini che, nonostante adesso il patio del loro palazzo sia un’oasi di tranquillità, dai margini del deserto in cui sono nascosti la protesta avanza, cresce da ogni direzione con facce di mille colori” (sempre dal Libro Bianco). Le azioni, che s’intendono non violente, sono molteplici come i gruppi partecipanti. Ne ricorderemo solo due.

Al varco del Portello arrivano circa 200 persone, provenienti da varie regioni italiane, che si sono preparate per un’azione dimostrativa basata su sit-in, canti e musiche, ripetizione di slogan, ma anche lunghi silenzi – il tutto si conclude verso le 18 con i manifestanti che appendono alla rete striscioni, mutande e magliette colorate.

Diverse realtà, contemporaneamente, si muovono producendo gesti simbolici più creativi e forse più destabilizzanti, come Un ponte per…, che vende datteri illegali, ossia importati – nonostante gli embarghi – dall’Iraq. Vendere, comperare o mangiare un solo dattero è ricordare al mondo intero che dietro la parola embargo si cela la volontà dell’Occidente di determinare il regime di uno Stato sovrano. Quasi 2 milioni di morti testimoniano cosa accade se si impedisce il commercio di medicinali, apparecchiature, beni alimentari. Asfissiare una popolazione per insufflare aria di libertà?

Tra le decine di migliaia di manifestanti pacifici ci sono anche i black-bloc, dalle stime un migliaio di persone nelle tre giornate, ai quali dedichiamo le parole di Giuliano Giuliani (tratte sempre dal Libro Bianco): “Il 20 mattina compaiono i ‘cosiddetti’ black-bloc… Entrano in azione alle 9.30…, un gruppo si approvvigiona di sassi, pezzi d’asfalto, sbarre della segnaletica in piazza Paolo da Novi… Tutt’intorno interi reparti di forze dell’ordine che avrebbero potuto circondarli e impacchettarli come si conviene. E invece niente. Si lasciano agire indisturbati” (come vedremo noi stessi il 21 luglio). Al contrario, i black-bloc utilizzano i manifestanti pacifici, come testimoniato, per farsene scudo, mischiandosi tra la folla, in quella piazza tematica sul lavoro, che avrebbe dovuto accogliere i Cobas e il Network per i Diritti Globali – ossia i rappresentanti di circa 150 Centri Sociali. Quando le forze dell’ordine attaccano è contro i manifestanti pacifici che si scagliano.

A las cinco de la tarde, cantava García Lorca, a quell’ora il corteo dei disobbedienti è caricato da un drappello di carabinieri scortati da due Defender. I manifestanti, temendo di essere accerchiati, si difendono lanciando sassi così da far arretrare le forze dell’ordine verso piazza Alimonda. Ciò che seguirà, il blocco di un Defender, la presenza di gruppi di poliziotti e carabinieri che sarebbero potuti intervenire e invece lasciano che i fatti si compiano, i cameraman e i fotografi a sinistra del mezzo che continuano a fotografare come se la situazione fosse sotto controllo, è inspiegabile. Sulla morte di Carlo Giuliani, ragazzo, lasciamo la parola al padre.


La lettera di Giuliano Giuliani a L’Unità
“1) La camionetta non è affatto isolata. A pochi metri c’è un plotone di carabinieri. Qualche decina di metri più indietro c’è uno schieramento di poliziotti. Nessuno interviene. Solo dopo, quando Carlo è stato straziato dalla camionetta che gli passa sopra due volte.
2) Intorno alla camionetta sono quasi più numerosi i fotografi dei manifestanti, e alcuni di questi se ne disinteressano.
3) Nella scena della tragedia Carlo arriva per ultimo.
4) Raccoglie da terra l’estintore che gli è arrivato tra i piedi.
5) Quando solleva l’estintore e parte il colpo che lo uccide (il primo colpo sparato, e non in aria quindi, ma contro la persona) Carlo si trova quasi a 4 metri dalla camionetta. È il momento in cui viene scattata la fotografia da Marco D’Auria per RaiNet, foto presente su Internet (all’indirizzo http://www.7×7.rai.it/online/images/bersagli/foto2.jpgattualmente non più reperibile, n.d.g.) e che è il documento più ignorato in assoluto.
6) Carlo ha visto la pistola impugnata da tempo (che provoca già l’allontanamento dei manifestanti) e vuole disarmare il Carabiniere.
I primi cinque punti sono assolutamente certi e incontrovertibili. Il sesto è la mia verità, che non pretendo sia di altri”.

No comment.


Sabato 21 luglio
L’atmosfera è tesa: il morto è arrivato, com’era stato predetto – o cercato. Chi parte, come noi, da Milano sa che è imperativo esserci. Non servirà a nulla – ma la volontà è quella di dimostrare che non ci fermeremo, che non abbiamo paura.

Arriviamo in piazza Sturla dopo aver viaggiato in pullman con compagni (quando questo era ancora un termine con un valore preciso) della Fiom e di Rifondazione Comunista. Come sempre ci si sente un po’ rotti, e in questa occasione anche un po’ inviperiti con l’autista che ha sfrecciato tra le gallerie dell’autostrada come se avesse in mano una spider invece di un pullman con decine di persone a bordo. Se avevamo una mezza idea di dormire alla Diaz e trascorrere la domenica al mare, dopo l’esperienza Le Mans, la decisione ci pare saggia oltre che piacevole. Nessun campanello d’allarme o barlume di preveggenza. Siamo solo felici di essere arrivati a Genova sani e salvi e di poterci sgranchire le gambe.

Piazza Sturla, luogo del raduno, è traboccante di gente. Pensavano di averci spaventati e che saremmo rimasti a casa e, invece, al posto dei 100 mila previsti siamo in 300 mila. La testa del corteo è già partita: non la raggiungeremo mai, ma in quel momento ci contiamo. Siamo circondati da migliaia di persone festanti – se l’unione fa la forza, in questo momento ci sentiamo invincibili, gocce di un mare che dai sem terra brasiliani e dal movimento zapatista messicano sta dilagando dal Sud al Nord del pianeta. Crediamo di star facendo la storia perché un altro mondo è ancora possibile (“Restiamo umani”, mi ricorderà anni dopo Vittorio Arrigoni prima di essere assassinato).

Fa caldo. L’aria è ferma e afosa. Strano, per Genova, dove il vento è una costante. Il corteo fatica a muoversi e quando procede, dalle terrazze, i genovesi ci innaffiano con le pompe, o ci lanciano bottigliette d’acqua. L’unico mezzo per comunicare è la radio, per noi milanesi le voci della manifestazione arrivano dalle onde di Radio Popolare. I pochi cellulari a volte non prendono, e servono solo per mandare qualche sms. Parrà strano, oggi, ma se allora ci si perdeva era difficile ritrovarsi o darsi un puntello.

Il nostro spezzone ha il suo servizio d’ordine composto da compagni e lavoratori (uomini e donne) che sanno serrare le fila e resistere. Sebbene si sia qui pacificamente, i fatti di ieri incombono: serpeggia l’impressione che il potere volesse il morto, che il clima di stato d’assedio sia stato costruito ad arte e che le forze dell’ordine (il Ministro degli Interni è Claudio Scajola e a capo della polizia c’è Gianni De Gennaro) attendano solo la scusa buona per attaccarci. Eppure siamo 300 mila: una fiumana di persone di età e provenienza diversa, dalle Donne in Nero alla Rete di Lilliput, disabili anziani e bambini. Nessuno può credere davvero che poliziotti, carabinieri e finanzieri – quelli che dovrebbero difendere i cittadini dalla violenza – possano trasformarsi loro stessi in armi.

Su Corso Italia la situazione si fa concitata. Da una parte il mare, presidiato; dall’altra, le poche vie d’uscita bloccate dai blindati (avevamo già visto situazioni simili, come alla manifestazione per il Leoncavallo, a Milano, qualche anno prima). Sembra vogliano tagliarci ogni via di fuga ma, in quel momento, non capiamo ancora il perché: non sta accadendo niente, sfiliamo pacificamente. Eppure gli elicotteri incombono quasi volessero precluderci persino il cielo. L’atmosfera diventa sempre più pesante, le silhouette sul mare rimandano ai pestaggi di cui abbiamo avuto notizia, poi arrivano le prime cronache delle cariche: le forze dell’ordine hanno lasciato agire indisturbati gruppi di black-bloc per poi attaccare il corteo, dividendolo in più tronconi. I mosconi neri hanno allungato le loro ombre, lanciando lacrimogeni sulla folla.

Manganelli, sangue, persone sedute a terra con le mani alzate caricate e travolte, pestaggi (i tonfa, acquistati dal precedente governo di centro-sinistra, possono perfino uccidere): il corno da caccia è suonato e la battuta contro i manifestanti è iniziata. I caroselli, gli sfottò e le minacce, i saluti romani, la violenza gratuita, le congratulazioni a chi ha sparato, sono nell’aria, eppure non ci rendiamo conto della deriva. La fine dell’innocenza è solo dietro l’angolo.

Stallo. Le contrattazioni con le forze dell’ordine riprendono. Alcuni si siedono a terra, dimentichi di ciò che è già accaduto. Ci si mette d’accordo: pare che chi tiene la piazza ci dia il permesso di proseguire. Eppure, appena si tenta di fare qualche passo verso il tunnel, parte una nuova carica. Il servizio d’ordine tiene. Qualche disperso corre verso di noi ed è protetto dalla massa. Si vede il fumo uscire dal tunnel. I dirigenti di Rifondazione e alcuni sindacalisti della Fiom decidono che bisogna tornare indietro: bisogna proteggere un terzo del corteo, assicurarsi che arrivi ai pullman, non ci si può fidare di chi fa le trattative perché pare che chi è in piazza conti meno di chi è in cabina di regia.

Il ritorno ai pullman è una lenta marcia in cui si mastica sconfitta e tensione. Bisogna tornare interi a casa per raccontare cosa è successo: ci hanno attaccati volontariamente. Passa un black-bloc, qualcuno nel corteo gli toglie il cappuccio, gli chiede cosa abbia in testa, se non si renda conto che ci stanno massacrando perché lui e altri quattro pirla hanno sfasciato vetrine e incendiato auto e cassonetti. Lui ride, è italiano, poco più di un ragazzino. Via via altri manifestanti scappati si uniscono al corteo: insieme si è più al sicuro. Forse. Altri due black-bloc lanciano sampietrini contro una caserma. Nessuna reazione delle forze dell’ordine. Forse uno di loro scivola sul retro ed entra. Lo vediamo di sfuggita. Abbiamo frainteso? Poi i poliziotti escono e ci sfidano con lo sguardo. Non indietreggiamo: sappiamo che non è possibile tornare da dove siamo venuti. Le notizie alla radio sono allarmanti. Sfiliamo in silenzio. C’è troppa tensione: ma perché?

Ci vogliono ore prima di arrivare ai pullman. L’idea di fermarsi per la notte è sfumata. Si è felici di tornare a casa tutti interi: lo spezzone ha retto. Tutti incolumi. Ma stanchi. Sfiniti dentro. Forse è quello volevano e l’hanno ottenuto. Non siamo arrivati da nessuna parte: simbolicamente è come non essere nemmeno scesi in piazza. Mentre partiamo ci sentiamo insieme vincitori e sconfitti. Ma quello che sta per accadere alla Diaz lo scopriremo solo a Milano, tra qualche ora, nella diretta di Radio Popolare, dalle immagini della TV.


Nella Caserma Diaz: una lezione non basta
Occorre arrivare al 2017 e alla condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per abortire la legge n. 110 che sancisce finalmente l’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento italiano (usiamo abortire invece di partorire perché, come puntualizza Amnesty International: “I principali punti critici specifici sono il riferimento a un ‘verificabile trauma psichico’” – sottintendendo forse che uno possa essere torturato e goderne – “e i passaggi da cui emerge una possibile limitazione della fattispecie a comportamenti ripetuti più volte” – della serie: se ti stacco le unghie a una a una con una tenaglia, ma una sola volta, non è tortura).

Quando arriviamo a casa il 21 luglio 2001, sono passate le 23.00. Decidiamo di cucinarci un piatto di pasta e, mentre mettiamo in tavola, accendiamo come d’abitudine Radio Popolare – quasi un riflesso incondizionato. È da poco trascorsa la mezzanotte. Ci si chiude lo stomaco.

La diretta che seguirà, e che poi sarà testimoniata dalle immagini di Rai 3, ci paralizza: siamo piombati nell’Estadio Chile dove Víctor Jara fu assassinato il 16 settembre 1973? Siamo in una distopia autorale di Terry Gilliam? Siamo ovunque, ma non in Italia. Questa sensazione di scollamento dalla realtà che ci circonda tornerà ancora più prepotente dopo i fatti di Bolzaneto – insieme alla rabbia e al senso d’impotenza.

Intorno alle 23.00, 93 persone accampate per la notte nella scuola Diaz – come pensavamo di fare noi – sono svegliate dall’irruzione violenta della polizia: Vincenzo Canterini è al comando del primo reparto mobile di Roma (con loro anche agenti della Digos). La perquisizione – ex articolo 41 T.U.L.P.S. – dopo la presunta aggressione a una pattuglia, sarebbe motivata dalla presenza, all’interno del quartier generale del Genoa Social Forum, di black-bloc e armi. Un modo per scavalcare la magistratura e agire liberamente.

Si cercano indumenti neri come se una maglietta dei Joy Division provi alcunché. Si requisiscono pericolosi coltellini svizzeri, macchine fotografiche (quelle sì, pericolose), assorbenti interni e un piccone – che si scoprirà essere stato trovato nel cantiere presente nell’edificio. I mass media ricameranno intorno alle bottiglie Molotov (verbale di perquisizione sottoscritto da 13 alti funzionari della polizia di Stato, smentito successivamente dal Vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione che, ai PM Enrico Zucca e Francesco Pinto, dichiarerà di aver rinvenuto lui stesso quelle bottiglie in un cespuglio, sul lungomare di Corso Italia, nel pomeriggio del giorno precedente), mentre la realtà è un’altra: la ragazza stesa a terra in una pozza di sangue.

I pestaggi e le violenze sono comprovati dai numeri: 61 feriti, tra i quali tre in prognosi riservata e uno in coma. Per 19 vittime della Diaz la notte non è ancora finita: portati alla caserma Nino Bixio di Bolzaneto, saranno contrassegnati come capi di bestiame con una X in faccia, per poi essere torturati.


Bolzaneto: la notte delle matite spezzate
Tanti anni fa vedemmo il film di Héctor Olivera: e mentre le immagini scorrevano ricordo che pensavamo che fosse troppo distante dalla realtà che ci circondava… Ragazzi desaparecidos per giorni. Obbligati a restare in piedi o in ginocchio anche dieci ore consecutive, teste sbattute contro i muri, minacce di stupro con il manganello, insulti e pestaggi gratuiti, qualcuno che ti piscia addosso mentre altri ti picchiano se non canti – e le donne dei Gom che ti guardano mentre sputi sangue. Non è la trama del film argentino. È Bolzaneto.

Ma chi sono i Gom che trasformano la struttura carceraria in una Guantanamo? Da Genova Il Libro Bianco riportiamo stralci dell’articolo di Marco Preve per La Repubblica, che aveva intervistato un poliziotto del reparto mobile di Bolzaneto: “«Ho ancora nel naso l’odore di quelle ore, quello delle feci degli arrestati ai quali non veniva permesso di andare in bagno. Ma quella notte è cominciata una settimana prima. Quando qui da noi a Bolzaneto sono arrivati un centinaio di agenti del Gruppo Operativo Mobile della Polizia penitenziaria». La trasformazione di Bolzaneto in un ‘lager’ comincia lunedì (16 luglio, n.d.g.) con l’arrivo dei Gom, reparto speciale istituito nel 1997 con a capo un ex generale del Sisde, e già protagonista di un durissimo intervento di repressione nel carcere di Opera”.

Ci vorranno i cortei in tutta Italia, ma soprattutto l’intervento degli altri Stati (ai quali si sono rivolti i tanti genitori dei ragazzi desaparecidos) perché la situazione si sblocchi e si aprano le porte della nostra personalissima Guantanamo.


Prima di seppellire questi ricordi, risvegliati dalla lettura del Libro Bianco – che conservavamo nella libreria da anni e che non riuscivamo nemmeno a sfogliare – un paio di considerazioni. Massimo Alberti vi racconta la propria esperienza nella scuola Pertini, dove trasmetteva per Radio Gap, la notte del 21 luglio: “Per la prima volta mi è sembrato di respirare l’aria di un regime, di una dittatura, dove devi temere per te stesso solo perché la pensi in modo diverso. Praticamente da Genova sono fuggito… Genova è alle spalle, e finalmente sono libero. Almeno credo”. Ecco, per anni, molti tra noi – che sono stati a Genova – si sono sentiti così: sopravvissuti a un incubo. Alla sensazione di irrealtà si è, però, aggiunto quasi un senso di vergogna: la consapevolezza che il giudizio dell’altro verso di noi sarebbe stato negativo – viziato, falsato, distorto dai media ufficiali che si svendono per un obolo di Stato, dall’intero panorama politico, dalle sentenze della magistratura, dall’indifferenza di un coacervo di intellettuali che hanno perso la bussola prima ancora della dignità di fregiarsi con quel titolo, dalle forze dell’ordine che si sono trincerate nell’omertà di corpo (e forse qui ci starebbe bene L’Avvelenata di Francesco Guccini: https://www.youtube.com/watch?v=zXwZrlGxaXc).

Eppure, 19 anni dopo…  


Le sentenze in Italia e in Europa
Vi è una realtà storica che va aldilà di quella giudiziaria. E poi c’è quella di una semplice canzone, La legge giusta dei Modena City Ramblers: https://youtu.be/z45x-JwgYMw (consiglio d’ascolto).

Per le violenze alla Diaz ricordiamo, tra le molte sentenze, che il 5 luglio 2012 la Cassazione convalida la condanna a quattro anni per Francesco Gratteri e Giovanni Luperi; a tre anni e otto mesi per Gilberto Caldarozzi; mentre riduce a tre anni e sei mesi quella per Vincenzo Canterini. Prescrive i reati di lesioni gravi contestati a nove agenti. Tenendo conto che non esisteva il reato di tortura nel nostro ordinamento e che i condannati hanno avuto lo sconto di pena grazie all’indulto, come afferma Amnesty International, le sentenze “non riflettono la gravità dei crimini accertati, e… coinvolgono un numero molto piccolo di coloro che parteciparono alle violenze e alle attività criminali volte a nascondere i reati compiuti”. Teniamo altresì conto che, nel frattempo, i succitati funzionari avevano continuato a ricoprire posizioni di rilievo nelle forze dell’ordine.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in base al ricorso presentato da Arnaldo Cestaro (un braccio, una gamba e dieci costole rotte), il 7 aprile 2015, ha condannato l’Italia a risarcire allo stesso 45.000 Euro. In seguito, il nostro Paese è stato condannato ad analoghi risarcimenti per altre 29 persone presenti nella Diaz. La Corte dei Conti, nel 2019, ha condannato 24 appartenenti al corpo della Polizia di Stato a rifondere in solido i Ministeri degli Interni e della Giustizia dei succitati risarcimenti e delle spese legali per un ammontare di 2 milioni 800 mila Euro.

L’Italia è stata altresì condannata dalla Corte Europea, con conseguente risarcimento, per 48 dimostranti torturati nella caserma di Bolzaneto (mentre altri 11 avevano transato stragiudizialmente). Interessanti le motivazioni della sentenza, che “imputano allo Stato italiano una responsabilità per le violenze delle forze dell’ordine e per non aver condotto indagini efficaci”. Si evidenzia altresì nella stessa che: “nessuno dei responsabili delle atrocità ha fatto un solo giorno di carcere”.
 
Due pesi, due misure. Una decina di manifestanti hanno, al contrario, subito condanne per quasi un secolo complessivo. Il reato imputato era devastazione e saccheggio (articolo 419 del Codice Penale, introdotto durante il Regime Fascista). Il che fa sorgere una semplice considerazione: in uno Stato capitalista è più grave sfasciare un’automobile che pestare a sangue un essere umano. Non a caso a suo tempo fu promossa una campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla disparità di trattamento, denominata 10×100, alla quale aderirono Moni Ovadia, Margherita Hack, Dario Fo e Franca Rame, Don Gallo e altri.

La famiglia Giuliani non ha mai avuto giustizia, dato che le è stato negato un processo che avrebbe, forse, potuto far chiarezza su quanto accaduto in piazza Alimonda.

 
La testimonianza di Vittorio Agnoletto, oggi
(raccolta da Laura Sestini)
«Lo penso adesso e l’ho pensato all’epoca dei fatti: ciò che è avvenuto non è stato un caso, o la decisione di qualche rappresentante delle forze dell’ordine che era presente sul campo. Alle spalle c’è stata sicuramente una decisione politica – non solo a livello nazionale – che aveva valutato che quel movimento andava fermato. Per la prima volta nella storia umana c’era un movimento veramente globale – e infatti il Forum Sociale Mondiale, che partì da Porto Alegre, attraversò il pianeta (da Tunisi a Mumbai, da Dacca a Montréal): un movimento non di pura contestazione bensì fortemente propositivo. L’immagine del movimento, per me, è quella delle due università di Porto Alegre, messe a disposizione dagli Enti locali e dai Rettori, dove il Forum Mondiale divenne uno spazio in cui migliaia di giovani prendevano appunti, facevano domande e si confrontavano con i rappresentanti dei movimenti di tutto il mondo che ivi si erano dati appuntamento. Nessuno se lo ricorda ma uno dei momenti clou fu il dibattito in diretta tra il nostro Consiglio Internazionale, riunito a Porto Alegre, e i potenti a Davos – dove si svolgeva, nello stesso periodo, il World Economic Forum. Il confronto fu molto duro ma con prospettive, ipotesi, programmi e progetti molto concreti. Ecco perché il movimento faceva paura. Se passiamo da una dimensione globale a una nazionale, ricordo che nella primavera del 2001 non c’era numero di Famiglia Cristiana che non affrontasse uno tra i temi che noi ponevamo e che, a fronte di sondaggi fra i lettori della rivista, si rilevava che una grande  percentuale degli stessi condivideva le nostre posizioni. Non è un caso che il movimento regga fino al 2003 e che la manifestazione del 15 febbraio (contro la guerra in Iraq scesero in piazza, secondo gli organizzatori, 3 milioni di italiani, n.d.g.) si svolga in un’Italia dove non c’è un solo paese in cui i cittadini non espongano le bandiere della pace. Un movimento che riusciva a riunire centri sociali e parrocchie. Questo, in Italia. A livello mondiale avevamo specialisti del web e pescatori filippini riuniti insieme per parlare delle problematiche legate all’estrazione del coltan. Questo faceva paura. Per questo si decise di stroncare il movimento. Ma Genova non è il primo episodio. Abbiamo la repressione fortissima a Praga (settembre 2000, n.d.g.); nel marzo 2001 gli eventi di Napoli e, ricordiamo, al governo c’era il centro-sinistra. Infine abbiamo Genova, dove la forza della repressione aumenta a causa di una concatenazione di fatti. Innanzi tutto arriva dopo che, per la prima volta, il partito ex-fascista era giunto a posizioni importanti (Gianfranco Fini è vice-presidente del Consiglio, n.d.g.) e, quindi, vi è un revanscismo, la voglia di una parte di prendersi tutte le rivincite possibili. Gli interlocutori internazionali trovano, quindi, una disponibilità politica – e non solo – italiana molto forte. D’altro canto, dove il movimento non subisce una tale repressione, vince e produce cambiamenti. Pensiamo ai governi progressisti in America Latina guidati da personaggi che ho conosciuto proprio durante i Social Forum, quali Lula, Morales o Correa (rispettivamente, ex Presidente della Repubblica Federale del Brasile; Presidente della Bolivia, destituito con un colpo di Stato nel 2019 con l’appoggio dell’Ue e degli Usa; Presidente dell’Ecuador dal 2007 al 2017, n.d.g.). Il movimento in America Latina incontra una maggiore flessibilità e disponibilità dei partiti della sinistra – con tutti i loro limiti e anche con gli elementi di corruzione presenti. In ogni modo, l’incontro innesca una serie di cambiamenti che producono prassi e governi diversi per almeno una decade. Al contrario, in Europa (e non solo in Italia), abbiamo una sinistra che diventa più realista del re e i suoi rappresentanti si trasformano nei primi difensori del sistema. Questo coincide con il fatto che il Presidente, per ben due volte, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), l’organismo che determina le scelte più gravi per il pianeta e i suoi abitanti, non è un reazionario, bensì Pascal Lamy, un ex parlamentare socialista francese. In Italia, inoltre, il movimento dopo Genova non solamente subisce la repressione – con le torture e le violenze ben note – ma anche l’isolamento rispetto al 95% della politica italiana. E se questo si replica in quasi tutta Europa, diverso è l’atteggiamento in Francia dove a fianco del movimento vi è il gruppo di Le monde diplomatique, ossia un gruppo significativo di intellettuali che fa da sponda al movimento rispetto ai dirigenti della classe politica socialista. In Italia, al contrario, c’è stato il silenzio e la lontananza dell’élite culturale e scientifica. Eppure i progetti e i programmi che noi proponevamo avevano solide basi. Purtroppo questi mondi sono segnati da enormi opportunismi. Adesso che ormai è passato tutto, che i processi sono conclusi, si trovano anche penne che ne scrivono, ma io ricordo molto bene chi, al tempo, mi espresse solidarietà. Tra i pochi Andrea Camilleri, che fece la prefazione al libro che scrissi (L’eclisse della democrazia. Le verità nascoste sul G8 2001 a Genova, Vittorio Agnoletto, Lorenzo Guadagnucci, edizioni Feltrinelli, 2011, n.d.g.) e che, nell’immediato, fece pronunciare alcune frasi significative al suo personaggio, il Commissario Montalbano, che furono importanti per incidere sull’immaginario collettivo. Stiamo però parlando di un numero limitato di intellettuali. Sì, quella repressione fu determinata da chiare scelte politiche».


Conclusioni o incipit?

Siamo qui, in un Paese che sembra essersi arreso a un nuovo tentativo di ingegneria sociale, a uno stato d’emergenza perenne, che si è visto privato di libertà e diritti civili in nome di una sicurezza che si è rivelata falsa – come i dati dei decessi hanno ormai palesato (e a questo punto viene spontaneo riascoltarla, La libertà, di Giorgio Gaber, https://youtu.be/j3vowbyQBiQ).

Il summit internazionale sul clima è stato rimandato. Le economie reali si stanno scontrando con gli interessi della grande finanza. I vaccini sul Covid-19 sono testati sulle popolazioni africane, dopo che il Direttore dell’OMS aveva categoricamente escluso tale possibilità perché troppo pericolosa (ma i finanziamenti della Bill and Melinda Gates Foundation sembrano sempre di più l’ago della bilancia nelle scelte sulla salute a livello internazionale). La politica, non solamente italiana, appare incapace di vedere oltre la contingenza – e molti, troppi connazionali guardano solamente alle vacanze. Eppure i problemi, gli stessi e ancora più urgenti, sono sempre sul tavolo.

Mentre scrivo, Worldometer registra – dal 1° gennaio – un incremento della desertificazione di oltre 6 milioni di ettari, emissioni tossiche per 5 milioni e mezzo di tonnellate circa, oltre 800 milioni di persone denutrite a fronte di 760 milioni di obesi. 6 milioni di individui sono morti per fame (circa uno ogni 2/3 secondi). Le persone che non hanno accesso a fonti sicure di acqua potabile continuano a essere circa 800 milioni, i morti per la comune influenza 270 mila, quelli di HIV/Aids oltre 930 mila e per la malaria 544 mila (negli ultimi due casi, si nota una recrudescenza rispetto ai dati degli scorsi anni decisamente rilevante).

Tra un anno ne saranno passati venti, dai fatti di Genova. Ricominciare là dove tutto finì?

(La prima parte su http://www.theblackcoffee.eu/noi-credevamo/)

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