Naufragium

La locandina dello spettacolo

Te lo do io il ‘68

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

Premessa. Mentre molti teatri stentano a riaprire, in alcuni casi perché i bilanci non glielo permettono (come i teatri lirici se si conferma il limite dei 200 spettatori indipendentemente dalla capienza) e, in altri, perché si conta di incassare i finanziamenti del Fondo Unico dello Spettacolo senza nemmeno alzare il sipario, è doveroso plaudire al coraggio e alla lungimiranza del Metastasio (comprendente anche Fabbricone, Fabbrichino e Magnolfi) che, non solamente riapre, ma punta sulle produzioni, su nomi certamente non di botteghino ma teatrali e su un’accoglienza migliorata grazie all’opera di ammodernamento, che permette il mantenimento della distanza – non sociale, bensì interpersonale – a fronte di una maggiore comodità e una migliore visione.

Detto questo, passiamo a Naufragium che, come dichiarato dalla stessa Gallerano (eccellente interprete, come sempre) durante lo spettacolo è, essenzialmente, un monologo. Nel solco del teatro di narrazione, la performance si caratterizza per inserti registici utili ad animare il racconto e a giustificare la presenza in scena di autrice e regista. Ma proprio questa serie di siparietti è solamente a tratti un valore aggiunto – ad esempio, quando si ha il lancio dei limoni mentre Gallerano fa risalire a pratiche degli anni 60 usi e costumi attuali diametralmente opposti, oppure quando Daria Lippi snocciola la cronologia della deriva culturale francese. Più spesso si ha l’impressione, purtroppo, di divagazioni – permetteteci – per ‘allungare la minestra’.

Per quanto riguarda le scelte musicali, si nota soprattutto un buon uso del canto a cappella e si apprezza anche il modo in cui, a inizio spettacolo – tra messaggi radio, balletti da spiaggia e slogan da Carosello – ci si immerge naturalmente in un’altra epoca, in quegli anni 70 che tentarono di portare a un cambiamento sociale, economico e politico a livello globale. Buon uso delle luci e, sebbene Gallerano faccia la parte del leone (o della leonessa, se si vuole usare a tutti i costi il femminile), Sonia Antinori e Daria Lippi non mancano di qualità vocali e interpretative.

Ma qui, purtroppo, ci si ferma negli apprezzamenti e iniziano i dubbi sul testo. Il voler far risalire a coloro che combatterono per ideali comunisti e rivoluzionari l’attuale degrado qualunquista è esso stesso qualunquismo. Marine Le Pen (ma sarebbe stato più calzante parlare di Giorgia Meloni) non è l’esito degli ideali costituzionali francesi del Secondo Dopoguerra – non più di un Salvini che sarebbe superficiale far discendere dai quaderni gramsciani. Non convince questa linea diretta tra le istanze di allora e il vuoto di oggi. In mezzo ci sono state sconfitte cocenti, dalla marcia dei 40 mila a Torino nel 1980 alla Caduta del Muro di Berlino (il cui ultimo mattone, simbolicamente, è stato abbattuto proprio in questi giorni con lo sgombero della sede dello storico collettivo anarco-femminista Liebig 34). E nel contempo, quella generazione di smidollati nati negli anni 70 – che rimprovererebbero ai loro padri e madri di averli trascurati in nome dell’ideale politico (le generazioni precedenti nascevano e morivano come conigli e dovevano pensare a cose più serie quali la sopravvivenza) – e che lo spettacolo vorrebbe impersonata da Gallerano, si dimentica che generò il movimento no-global: dal Chiapas a Seattle passando per Genova, e che proprio a Genova sperimentò la prima notte cilena in Italia dalla fine della dittatura fascista. Il cliché delle lettere dal carcere, infine, chiude su una nota stucchevole.

Forse, però, l’errore risiede nell’impostazione attorale. Gallerano è brava, forse troppo a rendere il proprio personaggio credibile – il vuoto, la rabbia, la mancanza di ideali e l’amore ossessivo per un padre assente, o una famiglia ‘normale’ (il che, negli anni 70, spesso significava una famiglia borghese che nascondeva tradimenti e violenze, incomprensioni e aborti sotto il tappeto delle convenienze). Manca quella dimensione grottesca che dovrebbe smentire le stesse asserzioni che afferma (come era riuscito alla stessa interprete, sotto la direzione di Cristian Ceresoli, in La Merda).

Troppa carne al fuoco, purtroppo, rischia sempre di bruciare.


Lo spettacolo è andato in scena:
Teatro Fabbricone

via Ferdinando Targetti, 10/8 – Prato
domenica 11 ottobre, ore 16.30

Naufragium
di Sonia Antinori
regia Daria Lippi
con Silvia Gallerano
e con Sonia Antinori, Daria Lippi
assistente regia Juliette Salmon
scene e costumi Emanuela Dall’Aglio
disegno luci Francesco Dell’Elba
disegno sonoro Juliette Salmon
produzione Teatro Metastasio di Prato
con Faa (Fabrique Autonome des Acteurs), Malte (Musica Arte Letteratura Teatro Etc.), Otse (Officine Theatrikès Salento Ellada), Reset
(prima assoluta)

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