Natura Dèi Teatri ‘non s’ha da fare’

Francesco Pititto (foto gentilmente fornita dall’ufficio stampa di Lenz Fondazione)

Intervista a Francesco Pititto, co-direttore di Lenz Fondazione

di Simona Maria Frigerio

Abbiamo preso a prestito la celebre frase manzoniana forse perché tra quel tempo di peste, untori e colonna infame e quello attuale vi sono analogie più sottili di quanto si pensi. Non tanto e non solo la paura del ‘morbo’ – ai nostri tempi sovradimensionata da una narrazione massmediatica ansiogena – quanto l’uso di pratiche, come la delazione, o termini impropri come ‘coprifuoco’, che adombrano tempi bui per l’umanità.

Un cuore di tenebra ha iniziato a battere in questa Europa che da troppi anni sgancia bombe ‘intelligenti’ su ‘danni collaterali’ per perseguire i propri fini geopolitici, che ha chiuso i cancelli del proprio paradiso artificiale a milioni di uomini e donne, che si è illusa di essere immortale laddove solamente la morte dà senso alla vita. E oggi è la paura a dominare questa landa desolata che si trincera invece di aprirsi, che ha rinnegato l’empatia, il senso ultimo dell’immanenza e l’accettazione della caducità umana, in favore di una falsa sicurezza che – tra attentati e virus – dovremmo renderci conto non esiste, e anzi, come scriveva Gide: “L’homme ne peut découvrir de nouveaux océans tant qu’il n’a pas le courage de perdre de vue la côte”*.

In questa temperie è facile tradire e snaturare, arrendersi e uniformarsi al servizio del ‘bene superiore’, qualsiasi esso sia – la rana bollita di Chomsky docet. E il teatro, sebbene da sempre scacchiera per il gioco dei potenti, resta uno dei rari linguaggi artistici e sociali che, più volte nella storia, ha trovato la forza di opporsi alla narrazione corrente – dai tempi de La pace di Aristofane passando per Il Tartufo di Molière fino a L’anima buona di Sezuan di Brecht. E tale corrosiva messa in discussione di dogmi e status quo, in questo momento, non poteva che essere messa a tacere. Soprattutto nella sua valenza fisica, laddove – come in Dracula di Bram Stoker, diretto da Francis Ford Coppola in tempo di caccia alle streghe, in tempo di Aids – è ancora il corpo, malato, infetto, diverso, nero, povero, islamico, migrante, rifugiato, sporco, ad assurgere a tempio della paura, a metafora della decadenza della società occidentale, eppure unica forma esperibile di conoscenza dell’altro da sé.

In questo clima d’incertezza, molti – in maniera umanamente comprensibile – si volgono verso forme esperienziali (streaming, zoom, eccetera) dove la distanza fisica equivale a sicurezza, ottenendo così il consenso del potere, sviluppando a volte linguaggi artistici nuovi per espressioni creative originali, ma inconsapevolmente rinnegando l’unicità stessa del teatro, ossia il corpo. Quello del performer e quello dello spettatore, uniti in un’esperienza spazio-temporale fisicamente irripetibile, un esserci nel mondo – in una visione intrinsecamente heideggariana.

Il teatro è come la peste, Artaud insegnava nella sua lucida visionarietà di corpo/mente malati, in quanto traspone sul piano visibile ed esperibile – nell’unico rituale laico sopravvissuto per millenni – la dimensione crudele della dicotomia corpo/spirito e, senza il primo, come attuare (ossia far passare dalla potenza all’atto) il secondo? È sempre Artaud a ricordarci che “la carne pensa” e, quando non è possibile sacrificare alla carne, l’attore fa altro – non teatro.

Tutte queste riflessioni sono nate dall’annuncio di Lenz Fondazione di rimandare il proprio Festival all’anno prossimo, laddove torni possibile – ma soprattutto necessaria – la presenza; e di questa scelta abbiamo chiesto spiegazioni a Francesco Pititto, co-direttore e co-fondatore, insieme a Maria Federica Maestri, della Compagnia con sede a Parma.


Le attività teatrali sono state le prime a essere sospese a marzo e le ultime a riaprire a giugno, quando ormai la Stagione teatrale era finita. Il copione si sta ripetendo. Ve lo aspettavate?
Francesco Pititto: «Sinceramente no, avevamo predisposto tutte le modalità per la sicurezza di attori, operatori, spettatori così come per laboratori e prove. Si potevano, anche sulle rilevazioni dell’AGIS – un solo contagiato su oltre 300 mila presenze – operare dei distinguo da teatro a teatro, da capienza a capienza. Lenz Teatro può ospitare fino a 99 spettatori a sera, azzardato accomunarlo alla Scala di Milano».

Perché la politica, italiana ma anche francese o tedesca, considera inessenziale la produzione di beni immateriali, quali la cultura, continuando al contrario a privilegiare e ritenere essenziale la produzione di quelli materiali, da banali oggetti usa e getta propri del sistema capitalistico, alle armi o alle bottiglie di plastica?
F.P.: «Farei dei distinguo da Paese e Paese, Francia e Germania investono molto di più dell’Italia in cultura e arte. Anche sul come considerare essenziale la cultura il discorso presenta diversi livelli, da quello storico di una nazione alla formazione culturale e civile dei propri cittadini, dalla scuola prima all’Università. Beato, però, quel Paese che introdurrà fin dalle elementari lo studio del teatro di ricerca e della musica contemporanea».

Voi, come chiunque operi in teatro, musei, sale da concerto e cinema, avete investito fondi, tempo ed energie per adeguare strutture e prassi alla massima sicurezza – così come negozi e aziende. Questa era la condizione per riaprire e avete ottemperato. Non vi sentite presi in giro dalla politica che, a questo punto, dimentica le promesse e vi impone una nuova chiusura?
F.P.: «Non si tratta di presa in giro, di nuovo è in campo se considerare l’arte e la cultura alla stregua di industria, sanità e altri settori ritenuti strategici: per noi ha sempre rappresentato una questione vitale di cittadinanza, inclusione, crescita e cura. Perciò una lotta continua, di lunghissima durata e dagli esiti incerti. Questo indipendentemente dalla contingenza, dall’emergenza».

I 5 miliardi promessi dal Governo per offrire ‘ristoro’ alle attività sospese, tra le quali quelle teatrali, sono una risposta adeguata?

F.P. «Dipende sempre da come verranno distribuiti, da quali criteri. È questione complessa: dipende da come vengono assegnati i contributi FUS attuali e da come verranno assegnati questi extra. Quali i criteri, quali le reali necessità? Quali i progetti di produzione, formazione e didattica oltre l’aspetto meramente di ‘spettacolo dal vivo’?».

Le attività di Lenz non sono solamente su un palco nella sua accezione più ampia. Voi tenete anche laboratori con scuole e persone sensibili. Non è forse ancora più grave dello spegnere i riflettori, impedire questi percorsi creativi che coinvolgono bambini ma anche diversamente abili e altre persone normalmente marginalizzate?
F.P.: «Appunto. Le porte sono chiuse, per ora, agli spettatori ma aperte alle idee e ai progetti. Dentro, però, continuiamo a creare, a fare prove e laboratori formativi, sempre in sicurezza per ognuno».

Molti hanno detto e scritto che questa pandemia avrebbe portato a un mondo nuovo, nato su diverse priorità, quali l’ecologismo. Aldilà di legare il Recovery Fund a progetti green, una mentalità diversa, rispettosa dell’altro da sé, non avrebbe dovuto preservare il valore della cultura proprio in questo difficile momento, in cui milioni di persone sono abbandonate alla paura, alla solitudine – e al conforto di liquori, cibo spazzatura e sigarette?
F.P.: «Torniamo alle questioni di cui sopra. Meglio tante risorse di poche, poi bisogna vedere come vengono impiegate e da chi, la priorità dei problemi è tutta politica. Con il nostro lavoro sviluppiamo un’idea di società e di nuovi mondi che delinea un percorso politico preciso. Questo è tutto quel che possiamo fare per evitare paura, solitudine, disperazione. Dovrebbe essere la funzione primaria del teatro contemporaneo».

Molte Compagnie hanno deciso di tenere comunque Festival e spettacoli proponendosi in streaming o altra modalità. Cosa pensate della corsa del teatro all’online? Se e come avete utilizzato tale modalità di proposta e fruizione in questo periodo?
F.P.: «La premessa necessaria è che questa emergenza prima o poi finirà e la relazione fisica tra corpi tornerà a essere elemento essenziale dell’unica forma artistica che non ne può prescindere. Perciò nella contingenza possono essere sviluppate al meglio altre forme di comunicazione artistica, rispettandone però le caratteristiche linguistiche. Se si utilizza il video, la traduzione filmica dell’opera teatrale deve necessariamente comprendere campi di visione differenti, tagli, primi piani, angolazioni. Una specie di transfert visivo dell’opera dal vivo».

Il Teatro, almeno per me, è immanenza e compresenza, è corpo e scambio. Di fronte a noi sembra che, però, molti prevedano un passaggio, nemmeno tanto graduale, dalla presenza fisica a quella digitale. Cosa pensa di queste teorie e di novità ormai in campo come la Piattaforma della Cultura?
F.P.: «Ogni forma artistica ha un linguaggio in continua evoluzione, ma credo che nessuna arte possa sostituirne un’altra sia nell’aspetto di creazione che nella fruizione. Questo sì sarebbe imbrogliare le carte. Poi che l’una possa contenere tutte, o in parte, le altre è un altro discorso, ad maiora».

Un augurio per il 2021?
F.P.: «Appunto, ad maiora!».

 
*“L’uomo non potrà scoprire nuovi oceani, finché non avrà il coraggio di perdere di vista la costa (t.d.g.)

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