Mattia Mura premiato al JIFFA

Drew Nikonowicz-Notes from Anywhere, Shot Italia in Miniatura ©Drew Nikonowicz (tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione)

Due docu-film dal respiro internazionale a firma italiana

di Simona Maria Frigerio e Luciano Uggè

Terza edizione per il JIFFA (il Jharkhand International Film Festival), che si svolge annualmente in India, manifestazione che non solamente mira a far conoscere la cinematografia di altri Paesi e, all’interno dell’India, di cineasti off Bollywood, ma altresì società e culture differenti, favorendo l’amicizia e la cooperazione fra i popoli. Fatto questo ancora più importante nel Paese che fu di Gandhi e Nehru – che lo fondarono su ideali di laicità dello Stato e rispetto per ogni credo religioso – e che da alcuni mesi è diventato intrinsecamente razzista, dopo che il partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party (BJP), a dicembre 2019, ha varato una legge che modifica il diritto di cittadinanza, trasformando l’appartenenza a una religione la base per ottenerla e, quindi, discriminando di fatto la minoranza musulmana (e cristiana). 

Lo Stato di Jarkhard, nello specifico, è situato nella parte nord-orientale del subcontinente, per un ottavo ancora ricoperto di foreste vergini ma altresì ricco di risorse minerarie largamente sfruttate (qui si estraggono, tra l’altro, sostanze inquinanti come carbone e rame). Nella capitale Ranchi, la terza edizione del Festival si sarebbe dovuta tenere a maggio ma, a causa della pandemia, la premiazione è stata trasmessa online l’11 ottobre scorso e i film selezionati sono stati resi disponibili sull’App del JIFFA (scaricabile da Google App Store).

Tra i vincitori anche l’italiano Mattia Mura, di cui aveva scritto la collega Laura Sestini (http://www.theblackcoffee.eu/nuovi-talenti-crescono/) che, conoscendo personalmente il cineasta, ha lasciato alla redazione il compito di visionare i docu-film presentati in concorso per recensirli. Ma prima di raccontarvi qualcosa di più, relativamente a Drew Nikonowicz-Notes from Anywhere (che, unitamente a The Choice of Staying, ha ottenuto la Menzione della giuria per la miglior fotografia europea) e The Travelling Child (Premio della giuria x il miglior documentario sul turismo internazionale), occorre dare qualche informazione ulteriore su Mura il quale, a nostro parere, sembra essersi giovato del motto, ‘imparare facendo’, proprio di Fabrica. Quest’ultima, Fondazione nata dalla felice intuizione di Luciano Benetton e Oliviero Toscani nel ‘94, offre percorsi residenziali per under 25 provenienti da tutto il mondo e il risultato più evidente, anche in Drew Nikonowicz-Notes from Anywhere, è la capacità di meticciare linguaggi diversi, dalla fotografia alla videoarte e dalla musica alla documentaristica.

Ma passiamo ai due corti. The Travelling Child è un brevissimo che racconta la vita di una famiglia che ha deciso – un po’ per gioco e un po’ per scelta – di portare con sé, nei propri viaggi in giro per il mondo, il figlio fin dalla più tenera età. Una pratica, questa, molto comune all’estero (per esperienza diretta ci capita spesso di vedere neonati e bambini di due o tre anni in giro per l’Estremo Oriente con genitori del Nord Europa o statunitensi) ma meno praticata in Italia – dove molte coppie decidono di non spostarsi al di fuori dell’Italia (o al massimo dell’Europa) appena hanno il primo figlio. Il docu-film si pone di fronte a una scelta, senza preclusioni o pregiudizi, così come i genitori si raccontano con semplicità, non rivendicando bensì raccontando un’esperienza insieme personale ma condivisibile. Il bambino emerge come figura protagonista in quanto se ne mostrano tratti, come la naturalezza o la giocosità, senza forzature o riprese da concorso di bellezza. La mano del regista scompare nella leggerezza di una piccola storia – evitando pretese di morale o indicazioni di una qualche strada maestra.

In questi tempi bui, in cui viaggiare, conoscere, scambiarsi opinioni, apprendere nuovi usi e costumi, imparare ad adattarsi, dialogare con l’altro da sé sembrano attività inconcepibili – sia per il dilagare di guerre e oltranzismi religiosi o rigurgiti etnici, sia per la paura della pandemia e le restrizioni imposte dai vari Stati – ricordarsi che ‘un altro mondo è possibile’ può passare anche dal sorriso di un bambino che ha attraversato l’India quando non sapeva nemmeno camminare.

Il secondo docu-film, più corposo sia a livello di sceneggiatura sia di durata, Drew Nikonowicz-Notes from Anywhere, vede l’occhio del cineasta (simile al ‘cineocchio’ di Vertov) seguire e riprendere l’occhio nel mirino del giovane fotografo statunitense – ossia il Drew Nikonowicz del titolo. Ciò che si nota, innanzi tutto, è la sontuosità della fotografia di Mura (sicuramente meritato, quindi, il premio), che ha il respiro e la precisione di un Into the wild del regista culto Sean Penn. Identica capacità di coniugare musiche suggestive e di restituire un’immagine molto personale del protagonista, in alcuni momenti persino intima – senza scivolare nell’ovvietà o nell’autocompiacimento.

Detto questo, restano alcuni dubbi a livello narrativo. A nostro avviso il docu-film manca di una struttura drammaturgica, ossia di una sceneggiatura che miri, aldilà del racconto del singolo, ad allargare il discorso almeno ai livelli del panorama (che è il vero protagonista). Il confronto tra l’immagine e la narrazione è molto squilibrato: di fronte a una tale magnificenza, l’ammissione di non saper parlare in italiano appare davvero poca cosa. La struttura narrativa è importante sia in un docu-film sia in una fiction, altrimenti si rischia l’aneddotico; un rischio che non si corre se si girano solamente 2 o 3 minuti – come nel caso di The Travelling Child, che è costruito come un frammento. Anche un buon montaggio, ben ritmato tra riprese panoramiche e primi piani, non riesce a rendere la complessità di una sceneggiatura che risponda alle domande: “Perché sto riprendendo questo fotografo? Qual è il fine della narrazione?”.

Il secondo gap, a nostro avviso, è da ravvedersi nell’incapacità di trasmettere il lavoro di Nikonowicz – l’originalità del suo segno fotografico, il perché della scelta di una particolare macchina fotografica, la resa delle immagini che cambia quando si usi l’analogico e/o il bianco e nero, la difficoltà della professione quando non si utilizzi il digitale e, soprattutto, l’obiettivo del suo lavoro. Non può bastare l’accenno a quanto scritto dal fotografo Luigi Ghirri, ossia che sta “diventando sempre più difficile andare aldilà di ciò che è immediatamente visibile”, ovvero che la separazione tra vero e falso sarebbe di sempre più ardua comprensione. E quando tali letture e considerazioni avessero ispirato a Nikonowicz la domanda se sarebbe stato possibile, per lui, fotografare il luogo dove falso e vero diventano un’unica cosa, L’Italia in miniatura ci parrebbe solo una piccola, sebbene curiosa, risposta.

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