Love will tear us apart

Marina di Pisa, sole al tramonto. Foto di Simona Maria Frigerio

Luca Rossi, ragazzo

di Simona Maria Frigerio

Anni fa un amico mi chiese di tradurgli il titolo della canzone dei Joy Division: a me, fresca d’Inghilterra, sempre con indosso la maglietta di Ian Curtis e una venerazione per quel giovane, morto suicida a 23 anni.

Eppure non fu facile perché qualcosa è sempre lost in translation, perché la complessità di ogni termine si giustifica in un preciso contesto; perché la lingua si radica nella storia, negli usi e nelle credenze di un popolo. Tear us apart solitamente è tradotto ‘fare a pezzi’, ‘spezzare’. Eppure, in me, ha sempre suscitato l’immagine sinestesica del suono secco di un sacchetto di plastica strappato, che rimanda a una lacerazione inguaribile. Non un taglio netto e pulito, bensì un frastagliarsi di brandelli persi nel vento.

Riascoltando quel brano, oggi, quarant’anni dopo il suicidio del leader dei Joy Division, mi è venuta in mente un’altra storia, di un ragazzo che, come me, amava Love will tear us apart e mi è venuta voglia di raccontarla, anche se non è una favola della buonanotte e non c’è happy ending. Ma forse il tempo uggioso che già presagisce la fine dell’estate mi ha fatto desiderare la coltre della memoria che si distende a volte su di noi, circondandoci col tepore dei ricordi.

C’era una volta
Luca Rossi aveva vent’anni e viveva alla Bovisa, quel quartiere operaio immerso, in pieno 1986, nella Milano da bere di craxiana memoria. Intorno a lui gli yuppies e la frenesia della Borsa (erano ancora lontani i tempi del dito medio alzato, di Cattelan, in piazza Affari); i paninari in bomber e le prime teste rasate importate dall’algida Albione; le spallotte a imbottire giacche e camicie e Samantha Fox sulle copertine di The Sun a far scoprire le maggiorate targate GB ai puritani omofobici, che pregavano perché la ‘peste dei gay’ purificasse la terra. “In me non albergava alcun sentimento chiaro e definito. Provavo solo, a fasi alterne, una smodata avidità e un totale disgusto”, così si descriveva il broker psicopatico di Wall Street, Patrick Bateman, protagonista del romanzo simbolo di quegli anni, American Psycho di Bret Easton Ellis.

Eppure esisteva anche un’altra Milano. Quella dei Centri sociali occupati dove si facevano i processi ai gruppi che si svendevano alle major discografiche; dei sindacati inquilini che si battevano per mantenere l’equo canone; delle sezioni di Democrazia Proletaria disseminate nei quartieri popolari; della crisi dei sindacati istituzionali dopo la marcia del 40 mila a Torino; del Rolling Stone – in corso XXII Marzo – con il Brit Rock anni 70 e, qualche anno dopo, i concerti delle band francesi frutto della mezcla di etnie, generi e strumenti per la quale la Mano Negra (il gruppo di Manu Chao) conierà il termine Patchanka. In quest’altra Milano, Luca scriveva, nemmeno ventenne, una tesina il cui secondo capitolo era intitolato Alcuni aspetti che caratterizzarono l’esperienza educativa del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), e che concludeva con queste parole: “Il problema è costituito da come fornire al ragazzo gli strumenti che gli permettono di analizzare la realtà oggettiva e, di conseguenza, costruirsi un suo patrimonio di idee, confrontato e fondato sui dati reali, che sono uguali per tutti”. Ossia un’oggettività filtrata, e nel rispetto della sensibilità individuale e dell’onestà intellettuale. A nemmeno vent’anni possedeva già la maturità per porsi domande che, tuttora, non hanno trovato risposte. 

23 febbraio 1986: i fatti
Luca deve ritrovarsi con alcuni amici – uno di loro, che dovrebbe passare a prenderlo, chiama per dire che non può perché la madre non gli presta l’auto. Lui e Dario sono in ritardo: a vent’anni si è sempre in ritardo perché ci sono la politica e l’università, la musica e i compagni, l’obiezione di coscienza e il volontariato; ed esserci, in presenza, non è solamente necessario perché non esistono le ‘call’ e gli ‘smartphone’, ma in quanto la partecipazione è una scelta generazionale, un impegno verso se stessi e gli altri.

Dario e Luca scendono in strada e vedono passare il filobus. Corrono per prenderlo al volo, corrono perché a vent’anni si arriva sempre trafelati ma si vuole arrivare. Corrono perché si ha l’energia per farlo, perché si va incontro alla vita con l’entusiasmo di cambiare il mondo – con la certezza di poterlo fare. E… 

Un colpo di pistola, un proiettile che entra nella carne, sparato da un poliziotto, che lacera i tessuti, gli organi – tears us apart. Luca cade a terra ferito, Dario se lo tiene stretto fino all’arrivo dell’ambulanza. Luca morirà da lì a poche ore all’ospedale Niguarda. Non è l’amore che lacera e separa, è un colpo di arma da fuoco. Ricordarselo qualche volta – quando magari si blatera di autodifesa – che un solo proiettile può sbattere in faccia la morte a un ragazzo di vent’anni, che corre per prendere la 91… E non sono solo due teenager – tra il depresso e l’esaltato – nell’amena provincia statunitense, raccontata da South Park, a giocare a bowling con le teste dei compagni di scuola. Si può uccidere e, per di più, restare impuniti, come i poliziotti a stelle e strisce che fermano un afroamericano per un controllo e lo crivellano di colpi, o un top gun che gioca ad ammazzare 20 persone su una montagna innevata.

La ricostruzione dell’accaduto
Il poliziotto che uccide Luca Rossi ha un nome e un cognome stranamente innocui, da fiaba o da racconto medievale: si chiama Pellegrino Pollicino. Da tre mesi fa parte dei Digos – e dovrebbe, quindi, essere un professionista altamente qualificato in quanto incaricato di “attività investigativa e informativa finalizzata a contrastare l’eversione dell’ordine democratico e le attività terroristiche”. Ha 27 anni, è fuori servizio, esce di casa e si dirige in piazzale Lugano per comprare un gelato alla figlia.

Qui sorge il primo dubbio: non ci risultano gelaterie nei paraggi. È armato. Sono gli anni della Legge Reale che, in pratica, sancisce l’impunità per le forze dell’ordine che possono sparare non solamente quando costrette dalla necessità “di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’autorità”, bensì “per impedire delitti di strage, naufragio, disastro aviatorio, disastro ferroviario, omicidio volontario, rapina a mano armata, sequestro di persona”. Ma come si fa a prevedere con certezza se un fatto accadrà? Non siamo in una scena di Minority Report o in un racconto di Philip K. Dick. Forse…

Secondo il Libro Bianco sulla Legge Reale, pubblicato nel 1990 a cura al Centro d’iniziativa Luca Rossi, dal 1975 a metà del 1989 sarebbero state uccise 254 persone e 371 le ferite a causa dell’estensione del diritto all’uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine. Nel 90% dei casi le vittime non sarebbero state in possesso di un’arma da fuoco al momento dell’uccisione. Va notato, tra l’altro, che il Partito Comunista Italiano fu contrario all’abrogazione della legge quando, nel ‘78, fu indetto un referendum in tal senso su iniziativa dei Radicali.

La versione di Pollicino è di essere in piazzale Lugano quando è costretto a intervenire, da ‘buon samaritano’, per sedare una rissa fra automobilisti. Pur essendo un Digos, è sopraffatto e malmenato. Tentano persino di investirlo. A quel punto spara, un colpo in aria e uno alle gomme, per legittima difesa. La Questura avvalla prontamente.

Le testimonianze e la sentenza raccontano un’altra storia
Pollicino non avrebbe fatto da paciere tra due contendenti ma la rissa avrebbe coinvolto ben quattro persone, tra le quali il poliziotto. Al termine, gli uomini sarebbero fuggiti su una Cinquecento, che Pollicino avrebbe tentato di fermare buttandosi contro la portiera e, poi, sparando verso la vettura mentre la stessa si stava allontanando e, quindi, non cercava di investirlo. Inoltre, doveva essersi messo in posizione di tiro puntando ad altezza d’uomo, dato che il segno del proiettile sul palo – dove rimbalzerà prima di colpire mortalmente Luca Rossi – era a un metro e 78 cm da terra.

Pellegrino Pollicino è stato condannato in primo grado a 8 mesi per omicidio colposo accidentale, sentenza trasformata in una condanna definitiva a 2 anni per omicidio colposo aggravato.

Nessuno sa per quale ragione Pollicino sparò veramente o perché andò a comprare un gelato – armato. Ma la giustificazione della violenza che in quegli anni animava tutti i contendenti in campo, ivi compresi lo Stato e le sue forze dell’ordine, uccise un ragazzo che aveva eletto l’obiezione di coscienza e la non violenza a modello di vita.

Luca Rossi. Foto di Luciano Uggè (vietata la riproduzione)

Un frammento di Luca
Dinoccolato, fragile, perso nei propri pensieri raggomitolato su se stesso o sorridente a una manifestazione, con due limpidi occhi chiari e una massa di riccioli biondi sempre scapigliati. Lui è rimasto così. Cristallizzato in quell’attimo fuggente. Sospeso sulla lancetta di un orologio fermo per sempre.

Noi siamo invecchiati. Alcuni hanno cambiato casacca o fede politica, altri solo il colore dei capelli. Chi è ingrassato e chi ha avuto figli, magari chiamandoli Luca. Qualcuno ha lasciato Milano; molti hanno cambiato quartiere, lavoro, compagni di vita. Qualche ruga ha steso la sua tela sui nostri volti. Abbiamo conosciuto la disillusione che proviene dall’esperienza, vissuto le speranze seppellite a Genova, ci siamo svegliati migliaia di volte e siamo scesi dal letto col piede sbagliato. Ma ogni 23 febbraio qualcuno torna in piazzale Lugano e nel 2021 saranno 35 anni da quel giorno in cui Luca si trasformò nell’immagine di una fotografia.

Non è l’amore a lacerare la carne. Ma il ricordo può ricomporre i pezzi.

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