Lo stato dell’arte, conclusioni

Bangkok, Kamol Tassananchalee & Friends – Foto di Simona M. Frigerio

C’è chi sale e c’è chi scende

di Simona Maria Frigerio

Le donne per secoli sono state relegate in cucina o a partorire figli o, negli ambienti più abbienti, a coltivare salotti o a fare da muse, volenti o nolenti, a poeti, pittori e statisti. Non è, quindi, dubitabile che anche in campo artistico – come matematico, politico, letterario o negli affari – ci siano pochi nomi di spicco al femminile fino al Ventesimo secolo, con qualche felice eccezione. Le donne sono rimaste nell’ambito della procreazione, come si usava dire un tempo, mentre all’uomo era riservata la creazione.

Quello che più stupisce noi, però, non è tanto l’ennesima considerazione di fatti noti, e nemmeno l’ostracismo che il mondo della critica e della storiografia (appannaggio maschile) ha dimostrato a lungo nei confronti delle poche donne che accedevano all’universo creativo, quanto lo stupore suscitato per un obiettivo economico. Ossia che un’artista, nel caso specifico Jenny Saville, sia passata in soli cinque anni da quotazioni di qualche centinaio di migliaio di dollari a opera, a milioni, e per il fatto che nel 2018 sia stata dichiarata la più cara artista vivente con i 10 milioni 800 mila dollari battuti da Sotheby’s.

In realtà Jenny Saville è scandalosamente scomoda nel quadro fin qui delineato – in questa piccola inchiesta sull’universo arte – per ben altro, ossia per aver scelto, come mezzo espressivo, la pittura. E per rispecchiare, attraverso la sua creatività, una veemente critica contro i disvalori dell’attuale società plastificata, quella stessa che sta perdendo l’illusione – proprio in questi giorni – di poter essere bellissima e giovanissima sempre, o di potersi vaccinare contro la morte. Saville contesta l’idea stessa di canone estetico e, indirettamente, il pensiero unico imperante, perseguendo una propria linea poetica, coerente con quei corpi scabrosamente espressivi – simili, nella loro essenzialità di carne e sangue, al Bue macellato di rembrandtiana memoria, o al celebre Torso protagonista di un trittico di Francis Bacon.

Un caso che fa riflettere non per le quotazioni che hanno raggiunto i suoi lavori ma perché la pittura dipinta riesce a conservare in sé sia il gesto antropologicamente significativo e profondamente umano del disegnare, schizzare, colorare, esprimersi attraverso le immagini, proprio dell’essere umano in quanto tale fin dall’infanzia così come dalla preistoria; ma, nel contempo, è in grado di inserirsi in quella visione dell’arte quale specchio deformante della realtà, che ci permette di vederne le distorsioni e di sfatarne i miti con la crudezza di una tratto, la pastosità materica, l’uso del colore, la padronanza di una tecnica – in breve, grazie a una capacità espressiva che nasce e si nutre di una profonda visione etico-estetica e di mestiere. Un andare avanti recuperando un passato universale.

L’orizzonte artistico si apre all’Africa
Nuovi mercati ma altresì nuoveau riche e tanti artisti che si affacciano in un settore e in un mercato che, per decenni, ha negato a un intero continente abilità o pregi artistici, da una parte; e dall’altra, ne ha saccheggiato la cultura e la tradizione senza nemmeno riconoscerne il valore. A riprova basti citare l’influenza delle maschere e dell’arte africana sul Picasso del periodo 1907/1909, inaugurato da Les damoiselles d’Avignon; e gioire nel ritrovare quelle stesse maschere finalmente reinterpretate da un artista camerunense, ossia il talentuoso Pascale Marthine Tayou (anche se lo stesso vive stabilmente in Belgio).

Secondo il Mercato dell’Arte e dei Beni da Collezione (Report 2019, Deloitte) proprio l’arte contemporanea africana sembrerebbe essere il nuovo mercato – sano, non ancora gonfiato da bolle speculative, in crescita. Dall’analisi emergerebbe che, da un lato, avrebbe influito positivamente su questo trend la ricerca di novità che contraddistingue le acquisizioni in campo artistico; e dall’altro, il “collezionismo africano sempre più attivo” a livello globale. Le opere degli artisti africani contemporanei, sempre secondo lo stesso Report, avrebbero registrato una crescita di valore dal 200 al 400%. E sebbene le stime dei talenti emergenti pare si assestino tra le 8 mila e le 30 mila sterline, nello stesso documento si precisa che “le case d’asta africane, seppur ‘giovani’, stanno registrando performance positive: secondo l’ultima edizione dell’African Art Market Report, nel 2016 il continente africano ha costituito il 46,1% del mercato… Molte gallerie africane, inoltre, hanno iniziato… a partecipare a fiere internazionali”.

D’altro canto bisognerebbe tenere conto di un fattore che, lo stesso Report, sminuisce in quanto fuori contesto, ossia il boom del mercato e delle quotazioni degli artisti in Cina, poi dimostratosi una tra le tante bolle speculative. La spiegazione che darebbe il Report sulla maggiore stabilità del mercato africano poggerebbe sul fatto che “l’arte africana contemporanea può contare sul mercato interno di un continente il cui ‘riscatto’ passa anche dalla sua affermazione nel mondo della cultura e, quindi, dell’arte”. Affermazione, questa, che suscita dubbi, nel senso che smentisce le sue stesse premesse. In effetti molti artisti, così come politici e intellettuali africani, da sempre rivendicano una propria autonomia e cultura poco note e tanto meno considerate in Occidente, ma non per questo meno vivaci o creative. Riconoscendo valore, oggi, al contemporaneo africano sembriamo porci, ancora una volta, nella posizione sopraelevata di poter giudicare, valutare e approvare; e, nel contempo, consideriamo come basilare – per convalidare valore alle arti extra-occidentali – il loro riconoscimento economico da parte dei nostri mercati. Sebbene il Report giudichi questo dato come rispondente a una positiva logica di ‘affrancamento’, o a una promozione all’interno di una comunità di valori condivisi, a noi pare che, in realtà, questa sia semplicemente l’ennesima pacca sulle spalle dell’Africa di un Occidente propriocentrico (in parole povere, concentrato sul proprio ombelico).


Da Nang, il lungofiume disseminato di sculture locali – Foto di Simona Maria Frigerio

Mercati che salgono e altri che stagnano
Chiudiamo questa breve analisi di un universo in continua espansione (come quello astronomico), con alcuni dati sui trend di vendita degli ultimi anni a livello globale che, per quanto paia strano dopo tutto ciò che abbiamo fin qui scritto, non premiano quelle tendenze che parrebbero più alla moda, ossia le installazioni, l’arte concettuale o la performance art – bensì la ben più tradizionale pittura.

Se alcuni operatori e critici giudicano questa scelta figlia di una scarsa conoscenza dell’arte contemporanea, ossia di un’educazione alla visione ancora limitata e limitante; mentre altri la imputano a una volontà di possedere opere più adatte all’arredamento della propria abitazione o della sede centrale di un istituto di credito o di un’azienda; o ancora al voler investire nell’oggetto quadro in quanto, soprattutto se di artista ormai riconosciuto, più facile sia da conservare sia da rivendere; si potrebbe aggiungere che forse non si considera un altro fattore. Ossia quello emozionale. Come Bauhaus propugnava, ognuno di noi ha necessità di bellezza – che potrebbe anche significare di spiritualmente o esteticamente o, ancora, intellettualmente appagante. E forse questa è la ragione per cui, legati dal cordone ombelicale al grembo del nostro immaginario comune, gli esseri umani rispondono più facilmente di fronte a ciò che riconoscono perché appartiene loro, invece che alle elucubrazioni a tavolino di galleristi, mercanti e artisti che cercano di surfare sull’onda delle mode.

Secondo il Report ArtFinance 2019 (relativo al 2018), di Deloitte, già ampiamente citato, tre sarebbero, in ogni caso, le problematiche da risolvere nel mercato dell’arte, ossia la “scarsa trasparenza, la mancanza di standard per la determinazione dei prezzi e le legislazioni non armonizzate a livello internazionale”.

Per quanto riguarda la determinazione dei prezzi, Il Mercato dell’Arte Contemporanea 2018 di Artprice.com segnala che: “Tra gli artisti più quotati si annoverano Basquiat, Christopher Wool, Mark Bradford o Richard Prince. In particolare Basquiat, a cui si devono 20 delle 100 migliori aggiudicazioni dell’anno e che resta il primo pilastro economico del Mercato Contemporaneo”. Nella relazione si legge altresì che: “i 500 artisti più venduti generano l’89% del profitto mondiale, sui 20.335 contemporanei di cui almeno un’opera è stata aggiudicata tra luglio 2017 e giugno 2018. Il trio di testa – composto da Basquiat, Doig e Stingel – concentra, da solo, il 22% delle entrate mondiali”. E riguardo all’aumento di valore obiettivamente spropositato di una stessa opera, specifica: “ll miglior colpo di martello dell’anno è stato battuto, com’era prevedibile, per un’opera di Jean-Michel Basquiat, venduta a più di 45 milioni di dollari (Flexible, Phillips New York, 17 maggio 2018). Un anno prima, un’altra opera dell’artista superava per la prima volta la soglia dei 100 milioni di dollari, rivoluzionando il Mercato dell’Arte Contemporanea. Quest’opera senza titolo del 1982, acquistata per 20.900 dollari nel 1984, veniva rivenduta per 5.300 volte questo importo 33 anni più tardi (vale a dire per 110,5 milioni di dollari)”.

Altro esempio di questa ascesa che, ovviamente, non beneficia direttamente l’artista bensì gli operatori di mercato (Case d’Asta, dealer, collezionisti pubblici e privati, ma anche qualche Art Investment Fund sebbene questi ultimi, dopo alcuni successi, si siano rivelati investimenti con una rendita esigua intorno al 5%, a fronte degli alti costi di gestione), è quella dell’opera The Architect’s Home in the Ravine di Peter Doig che, in cinque successive aste, tra il 2002 e il 2018, è passata da quasi 475 mila dollari a oltre 19 milioni 950 mila dollari. Nel caso specifico si evidenzia come l’aumento sia stato forse volontariamente innescato da un’accelerazione nelle vendite – dato che le ultime tre si sono verificate nel 2013, 2016 e 2018.

Ma non è tutto oro ciò che luccica e, a dimostrazione di quanto sia volatile il mercato, basti citare Damien Hirst che, dopo avere impazzato forse anche grazie a una sapiente campagna mediatica, con i suoi animali sotto vetro o le ali di farfalla staccate dai corpi degli insetti per essere appiccicate sulla bicicletta da corsa di Lance Armstrong (era il 2009), nel 2018 registra solo due aste milionarie in 12 mesi, contro le 65 del 2008.

Per quanto riguarda i generi pittorici, gli operatori di settore nel 2018 ribadiscono che si acquistano principalmente opere dal Dopoguerra a oggi (anche se il Post War Painting Index ha registrato una variazione negativa rispetto all’anno precedente) e, sempre nel 2018, si è conseguito il nuovo record per un’opera battuta all’asta di un artista vivente, con Portrait of an Artist (Pool with two figures), di David Hockney, acquistata a 90 milioni 300 mila di dollari (da Christie’s).

Altro dato da annotare è l’affossamento definitivo delle arti figurative made in Italy con l’addio alle Italian Sales, le due aste dedicate ad artisti italiani, proposte per quasi vent’anni da Christie’s e Sotheby’s, a Londra, nel mese di ottobre.

E infine se, nel 2018, il settore dei dealer (mercanti, gallerie e piattaforme online) ha registrato un dato positivo, con un fatturato pari al 54% del mercato globale dell’arte, le realtà con un fatturato inferiore ai 250.000 dollari hanno fatto registrare un calo del 18%. A conferma della crisi del settore medio/basso, il fatto che i lavori sopra il milione, sebbene rappresentino il 3% delle transazioni, valgano per il 40% del valore del mercato.

Anche i fatturati delle Case d’Asta sarebbero ancora in positivo sempre grazie alla fascia alta del mercato, mentre quelle mediana e bassa sono calate, in media, del 6,2%. E una situazione analoga la si ha anche analizzando i volumi, con il numero delle opere sopra il milione che nel 2018 è cresciuto, in media, del 22%, mentre per le altre fasce di prezzo si sono registrati cali tra il 7 e l’8%.

Conclusioni?
Impossibile tirare le somme in maniera univoca anche perché qui abbiamo aperto solo poche finestre su un mondo in un certo senso primordiale, dove le forze in campo sono molteplici e non è detto che siano gli artisti quelli che ne determinano i movimenti reali. Se un gallerista/collezionista può ancora avere la forza di lanciare sul mercato un giovane nel quale crede (è successo a Jenny Saville con Charles Saatchi), molte volte accade il contrario e l’artista è messo sotto pressione per sfornare opere che non seguono un percorso interiore o esprimono un’esigenza creativa ma, come accade in teatro, sono prodotte per il mercato che, tanto velocemente fagocita quanto dimentica.

Se da un lato la mancanza di un’educazione alle arti figurative ma anche performative, come alla musica, continua a essere una delle pecche della nostra scuola pubblica di ogni ordine e grado. E del resto quale insegnante infarcito soprattutto di nozioni letterarie e teoriche potrebbe mettersi nei panni di chi esercita la pittura o la scultura, suona canta o recita a livello professionale? D’altro canto è vero che non tutte le strade che si intraprendono giungono a destinazione e, alcune, possono accompagnarci solo per brevi percorsi. In altre parole, le arti che raggiungono le persone sono sempre espressione di qualcosa insieme profondamente contemporaneo eppure universale, specchi deformanti o scheggiati del qui e ora multiforme e immanente ma tendenti all’eterno – perché l’aspirazione a ricomprendere e compartecipare è profondamente umana e non si può attuare laddove manchi uno scambio, laddove ci si abbandoni solamente a elucubrazioni intellettualoidi di matrice poetico/estetica. In qualche misura senza la carne e il sangue, senza il mestiere, senza le ore sfibranti a pensare e a provare, a fare disfare e rifare (come dice Ermanna Montanari), difficilmente si può fare arte. A tavolino si generano mode e ossessioni.

L’unica conclusione possibile è quindi un augurio, che appena le porte delle nostre case potranno aprirsi, si riaprano anche musei, gallerie, e magari anche quegli studi d’artista troppo spesso esclusi alla nostra vista ma soprattutto alla nostra comprensione.

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