L’Italia in stracci

L’Italia in stracci – Foto di Simona Maria Frigerio

Disoccupazione, inoccupazione, crisi economica. Ecco cosa ci attende a settembre

Piccola digressione personale – giusto per dimostrare che, dietro ogni numero, esiste un individuo con una propria storia. Quando otto anni fa mi trasferii in un’amena cittadina del centro Italia, m’iscrissi all’allora Ufficio di collocamento perché ci tenevo a non essere considerata inattiva o casalinga quando sono disoccupata. L’impiegata, un po’ stizzita e molto annoiata, dopo aver esaminato il mio curriculum vitae mi chiese perché volessi iscrivermi dato che non mi avrebbero sicuramente mai chiamata (troppe lingue, troppe esperienze, troppi titoli di studio). Feci presente il mio perché e, dopo otto anni, posso confermare che l’impiegata aveva ragione e che l’allora ufficio di collocamento, oggi centro per l’impiego, non mi ha mai contattata per alcuna posizione vacante. 

In questo clima, dove Francesco Seghezzi, Presidente di Adapt (associazione senza fini di lucro, fondata da Marco Biagi nel 2000) afferma che ad: “aprile 2020 il numero degli occupati diminuisce di 274 mila unità, una variazione mensile mai vista negli ultimi decenni. Su base annua il calo è di 497 mila occupati…” e più oltre, tra i suoi tweet supportati da grafici, aggiunge: “e file degli inattivi crescono in un mese di 746 mila unità e di 1,46 milioni in un anno”, possiamo cominciare a preoccuparci. E siccome alcuni colleghi giornalisti, forse inesperti in economia o superficiali nel leggere i dati Istat, hanno affermato che diminuiscono i disoccupati, chiudiamo con qualche altra riga di analisi: “Il tasso di occupazione scende al 57,9% (penultimo posto in Europa), quello di disoccupazione scende al 6,3% (tra i più bassi degli ultimi decenni) ma è un’illusione ottica perché quello di inattività sale al 38,1%, ai livelli del 2011”. 

Teniamo altresì presente che i cassintegrati figurano come in attività. Ma quanti avranno ancora un posto di lavoro alla scadenza della cassa o del blocco dei licenziamenti? I dati di Confindustria, Confesercenti, Federalberghi e le altre associazioni di categoria sono abbastanza concordi e l’Istat ha fatto sapere che: “il 38,8% delle imprese italiane (pari al 28,8% dell’occupazione, ossia 3,6 milioni di addetti) ha denunciato l’esistenza di fattori economici e organizzativi che ne mettono a rischio la sopravvivenza nel corso dell’anno”. Ciò significherebbe la chiusura di un’azienda su tre, in base a un’indagine sulle imprese al di sopra dei tre dipendenti. Tale impatto, sebbene coinvolga principalmente le micro (40,6%) e le piccole imprese (33,5%), sarà comunque percepito anche nelle medie (22,4%) e in quelle grandi (18,8%). 

Per quanto riguarda il settore turistico e l’ospitalità, le prospettive sono perfino più funeste con oltre sei – tra hotel e ristoranti – su dieci che rischiano la chiusura entro un anno (per un totale di 800 mila addetti). In effetti, Federalberghi – su un campione di 2.000 strutture – ha registrato un calo di presenze alberghiere a giugno dell’80,6%. Con un -93,2% dall’estero e il mercato interno a un – 67,2%. Sebbene sulle spiagge ci sia innegabilmente gente e nessun plexiglass, è evidente che si sta parlando di abitanti delle località balneari o limitrofe e che questi non incidono positivamente sui numeri delle prenotazioni alberghiere o degli affitti stagionali. 

Se non bastasse, in un clima di ostentazione dell’emergenza che si vuole prorogare per altri tre o cinque mesi (e si dubita fino a quando), sempre secondo l’Istat, il 61,5% delle aziende che si occupano di sport, cultura e intrattenimento sono sulla stessa china dell’hospitality (coinvolgendo nell’eventuale crollo altri 700 mila lavoratori e lavoratrici). 

Versilia, un’estate italiana – Foto di Simona Maria Frigerio

Gli uffici per l’impiego ci salveranno? 
Secondo l’Assessment Report on PES Capacity del 2016, “In Germania, Austria e Svezia, l’uso degli SPI [Public Employment Services/Servizi Pubblici per l’Impiego] nella ricerca di lavoro è nettamente superiore alla media UE, sebbene vi sia una percentuale relativamente bassa di disoccupati fra coloro che sono in cerca di lavoro. Per contro, il ricorso agli SPI è nettamente inferiore alla media in Bulgaria, Spagna e Italia, nonostante la percentuale di disoccupati fra coloro che cercano lavoro sia elevata”. In altre parole, in alcuni Stati europei non solamente si cerca lavoro per migliorare la propria posizione o per affrontare nuove sfide mentre in Italia perché si è disoccupati; ma il ricorso ai Centri per l’impiego è superiore nei primi e, ovviamente, anche i risultati raggiunti. In effetti, possiamo ancora leggere: “Sulla scorta degli ultimi dati disponibili è emerso che nel 2012 gli SPI hanno contribuito in una certa misura al collocamento del 9,4% delle recenti assunzioni. Tale cifra supera il 15% in Croazia, Lussemburgo, Ungheria e Finlandia, ma è inferiore al 3% in Spagna, Italia e Cipro”. 

Secondo Eurostat 2009, elaborazione Italia Lavoro 2011, due serie di dati – se confrontati fra loro – lasciano basiti, ossia quelli di UK e Italia. La spesa per le politiche attive a livello di incentivo/inserimento/reinserimento lavorativo rispetto al destinatario, in UK va per il 28% ai disoccupati, per il 13% alle imprese (come in Germania) e per il 59% ai servizi per l’impiego. Al contrario, in Italia, il 21% va ai disoccupati, ben il 72% alle imprese (che, nonostante sgravi fiscali, jobs act allora nemmeno attivato, Legge Biagi, la moltiplicazione di forme contrattuali a tempo determinato, flessibilizzazione in entrata e in uscita e quant’altro, continuano ad assumere controvoglia) e il 7% agli uffici per l’impiego. Il risultato è che, nonostante tutti gli incentivi per le aziende votati dai vari governi italiani per aumentare l’occupazione, nel decennio tra il 2004 e il 2014, il tasso di occupazione inglese superava comunque di almeno cinque punti quello italiano.

Ma si sa che nel nostro Belpaese vige l’arte di arrangiarsi e così, non stupirà, che nel 2018 gli italiani affermassero di aver trovato lavoro (84,1%) grazie a contatti personali, quali amici, parenti e associazioni di categoria; mentre il 66,7% aveva avuto conoscenza diretta del futuro datore di lavoro. 

Un ultimo dato, riportato da Riccardo Saporiti nel gennaio 2019 su https://www-wired-it, chiude il cerchio. Nonostante siano “il motore della nuova misura del governo… secondo l’Istat, solo lo 0,7% di chi si rivolge ai Centri per l’impiego riceve un’offerta di lavoro”.

Sebbene questi ultimi siano diventati il fulcro della distribuzione del reddito di cittadinanza, come scrive https://it.businessinsider.com/: “L’introduzione del reddito di cittadinanza, con il rafforzamento dei Centri per l’impiego e la creazione della figura del Navigator, pur contribuendo a combattere la povertà assoluta, ha avuto risultati poco incoraggianti sul fronte dell’avviamento al lavoro dei suoi beneficiari: i dati dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal) dicono che da quando è partito il programma nel marzo/aprile 2019 fino al 10 febbraio 2020, i percettori del reddito che hanno firmato un contratto lavorativo sono circa 40 mila persone a fronte di 915.600 nuclei familiari raggiunti e 2.370.938 persone coinvolte”.

Ma cos’è il Navigator, questa nuova figura che dovrebbe traghettare il disoccupato verso la piena occupazione? È Maurizio Del Conte, professore di Diritto del Lavoro all’Università Bocconi, a spiegarlo nello stesso articolo: “Invece di concentrarsi sullo sviluppo dei Centri per l’impiego, sono state create queste nuove figure precarie, i Navigator, spesso privi di competenze ed esperienze specifiche, che a legislazione vigente neppure possono lavorare alle dipendenze dei Cpi”. E più oltre aggiunge: “Quello stanziamento prezioso di 270 milioni di Euro in due anni destinato ai Navigator poteva essere usato insieme alle altre risorse per rafforzare le strutture territoriali, dagli spazi al personale fino alla dotazione tecnologica: ci sono computer che non sono ancora in grado di far girare gli applicativi necessari agli operatori per svolgere bene il proprio lavoro”. E viene da pensare che su quegli stessi sistemi informatici la Pubblica Amministrazione dovrebbe lavorare più efficacemente da remoto (ossia da casa propria), mentre una figura del precariato dovrebbe procurare un lavoro a tempo indeterminato ad altri.

E questa era la situazione pre crisi post-coronavirus. 

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