L’imbarazzo dell’infinito

Ex -Refrigerante 3 – Foto Mauro Fanfani – riproduzione riservata

Un progetto speciale di Officine Papage sulle suggestioni di Isaac Asimov e le macchine-uomo

di Laura Sestini

Durante i mesi di lockdown, tutti – o almeno coloro che avevano più dimestichezza con l’informatica e i device collegati a Internet – hanno dovuto adattarsi a rapporti a distanza con amici e parenti e talora sono stati alle prese con lo smartworking, vocabolo inglese ormai noto anche ai 90enni che mai hanno navigato in Rete, e che l’ordinamento italiano traduce come segue: lavoro agile, “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa“.

Ebbene sì, il lockdown ha segnato un punto di svolta nelle nostre conoscenze degli strumenti – macchine avanzate tecnologicamente – capaci di surfare il vasto, caotico, bizzoso mondo online: che ci piacesse o meno, non abbiamo potuto esimerci.

Il rapporto uomo-macchina è il nucleo tematico sul quale verte il progetto speciale Distanze Possibili di Officine Papage, diviso in tre spettacoli concatenati tra loro, anche se fruibili separatamente dagli spettatori – pensati attraverso la rilettura di testi di Isaac Asimov, lo scrittore e biochimico sovietico naturalizzato statunitense, che già decenni fa aveva affrontato il rapporto tra esseri umani e robot dall’effigie umana.

L’ambientazione è ricavata nella base di una ex torre di raffreddamento situata nella Valle del diavolo, cosi chiamata per le centinaia di fumarole e fanghi in ebollizione che si trovano ovunque, nelle colline geotermiche di Pomarance/Larderello – dal quale è ripreso anche il titolo del Festival, la cui direzione artistica è affidata a Marco Pasquinucci.

Una location fuori dall’usuale, giusto accanto ad altre torri di raffreddamento fumanti e in piena attività, per un ampio spazio circolare che accoglie lo spettatore, invitato a entrare in solitudine – accompagnato esclusivamente dal proprio telefono cellulare dotato di cuffiette con cui ascolterà, via Internet, la performance dell’attrice.

Una voce calda e rilassante – dopo qualche indicazione tecnologica iniziale per usare la piattaforma di comunicazione digitale – avverte di non essere un umano, bensì un robot che conosce tutto degli umani, poiché impara dalla osservazione dei loro comportamenti, compresi quelli dello spettatore di turno.

Ben presto quello che pensavamo uno spettacolo tradizionale, anche se fino a quel momento di classico non si era visto proprio nulla, a parte nell’immaginazione dello spettatore, si tramuta in un viaggio mentale dello stesso, divenuto egli stesso attore, figura unica nell’arena – architettura che può ricordare un’astronave, con le sue innumerevoli gambette di metallo.

La robot-donna, creata dalla drammaturgia di Mariagiulia Colace, induce il soggetto-spettatore-attore, che nello spazio circolare incontra solo le forme di archeologia industriale dell’ex Refrigerante 3 di Enel, associate – unico oggetto esterno – a una tartaruga di plastica a pancia in su – che, istintivamente, appena vista, ho subito voltato per rimetterla in posizione di poter proseguire il suo cammino (l’immaginazione, si sa, fa camminare anche le tartarughe di plastica!) – a scavare in se stesso, con domande talvolta di non immediata risposta, e altre più semplici quali: “Secondo te la cioccolata può essere associata alla felicità?”, oppure il colore o il pezzo musicale preferito. Piccolo inciso personale, per la musica, nonostante i molti brani che amo, ho risposto Time dei Pink Floyd.

A conclusione, tirandone le fila, lo spettacolo risulta essere una produzione-evoluzione nella mente dello spettatore, trasformato in attore entro lo spazio scenografico creato per chi lo osservi. Improvvisamente, dopo essere stata per diversi minuti sempre nella stessa direzione fisica e visiva, mi sono girata e, alle mie spalle, a distanza, ho rilevato la presenza dell’attrice-voce recitante, che non avevo minimamente immaginato essere compresente. Per un certo tempo lo spettatore è quindi lasciato solo con se stesso e la propria capacità creativo-immaginifica, e anche con l’opportunità di riflettere e scavare nella propria personalità all’incalzare delle domande robotiche.

Un viaggio mentale che, sorprendentemente, trova armonia nei tre elementi che la mente (la mia), il vissuto – pure mio – l’ambiente e la suggestione (chissà) hanno intrecciato imprescindibilmente insieme: l’astronave, il tempo, il viaggio mentale. Forse l’Io Superiore si è manifestato, rivelando la Perfezione dell’essere umano, macchina perfetta al dire della donna-robot, di cui essa non sa comprendere – seppur ben imitare – le lacrime e le risate.

Il finale – rigorosamente in solitudine – mi accompagna sulle avvolgenti note di Time dei Pink Floyd, con le quali la donna-robot ha voluto forse gratificare il suo ospite – che ben conciliano il viaggio ultrasensoriale. La nostra astronave ha intrapreso il suo viaggio verso mondi sconosciuti e misteriosi, alla scoperta di se stessi.

Share with: