L’economia della decrescita

Spagna, la natura non ha bisogno di dida esplicative. Foto di Luciano Uggè

Dall’utopia di Latouche alla recessione

di Simona Maria Frigerio

The Limits to Growth è il titolo di un celebre studio commissionato nel lontano 1972 dal Club di Roma al Massachusetts Institute of Technology. Basandosi su parametri, quali popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse, il saggio conclusivo evidenziò un sillogismo che parrebbe scontato – se i diktat dell’economia classica e del liberismo dei think tank non volessero a ogni costo smentirlo. Ossia, che se il pianeta Terra ha spazi e risorse limitate e ogni essere vivente necessita di spazio e risorse per vivere, bisognerà o limitare la popolazione o essere consapevoli che, se la tecnologia non potrà ovviare alla scarsità delle materie prime e delle fonti energetiche, un aumento della produzione non potrà, alla fine, compensare l’aumento dei bisogni (soprattutto primari) e permettere la sopravvivenza del pianeta. Ne conseguono ulteriori paradossi come il pretendere, da parte del capitalismo liberista, un aumento infinito – della produzione, dei consumi soprattutto indotti, dell’eventuale benessere economico e dei beni usa e getta – a fronte di un (eco)sistema finito.

L’economia della decrescita
In Breve trattato sulla decrescita serena (nel 2008), l’economista francese che più di tutti ha sostenuto negli ultimi anni la necessità di sradicare la nostra convinzione ideologico-culturale che siano possibili (e anzi auspicabili) le magnifiche sorti e progressive ad infinitum e, quindi, un aumento costante della produzione e dei consumi, è Serge Latouche, il quale racchiude la propria teorizzazione socio-economica in una domanda in sé basica e che anche noi abbiamo già posto: “È possibile la crescita infinita in un pianeta finito?”.

Sempre Latouche, in L’invenzione dell’economia (2010), sostiene che l’essere umano non è di per sé egoista e utilitarista, bensì che sia l’homo oeconomicus, ossia una costruzione socio-culturale, a essersi evoluto come individuo che mira solamente ai propri interessi e all’affermazione di sé. Fa risalire tale figura paradigmatica alla Politica di Aristotele (dove si accusano i cittadini di portare alla degenerazione delle forme di Governo a causa dell’individualismo che spingerebbe ognuno ad agire per i propri interessi invece che per il bene comune), ripresa poi dagli economisti classici, quali John Stuart Mill, il quale – non a caso – per economia politica intende la disciplina che studia l’essere umano come individuo che desidera possedere ricchezza, e che è capace di giudicare l’efficacia dei vari mezzi a sua disposizione per raggiungere tale obiettivo (nel quinto tra i Saggi su alcune incerte questioni di economia politica del lontano 1844).

Nella recente intervista rilasciata a TheBlackCoffee.eu, Vittorio Agnoletto (http://www.theblackcoffee.eu/intervista-a-vittorio-agnoletto/) cita il filosofo Ivan Illich, il quale, in Tools for Conviviality già nel 1973 proponeva una società conviviale ove fosse limitata la produzione di oggetti ritenuti non necessari e acquistati solo sulla base di bisogni indotti.

Vietnam, i pescatori di Cat Ba. Foto di Simona Maria Frigerio

Decrescita non è sinonimo di pensiero negativo
Bisogna, però, distinguere tra decrescita e recessione. La seconda, per gli economisti liberisti, è conseguenza inevitabile della prima, insieme a un mondo chiuso dove pochi viaggiano e ancor meno godono del benessere economico. Al contrario, il pensiero di Latouche è positivo, nel senso di costruttivo: volendosi creare un modello di società alternativo basato su qualità umane come la socialità, la cooperazione e l’altruismo – per fare un paragone, qui ci troviamo di fronte alla medesima differenza che sussiste tra ateo, ossia chi professa positivamente l’ateismo, e non credente, chi nega l’esistenza di qualcosa che, per il primo, non va nemmeno considerata (come le teiere celesti di Bertrand Russell).

Fare a meno di oggetti inutili, prodotti e acquistati solamente per soddisfare bisogni velleitari e la cui produzione e smaltimento stanno portando il pianeta al collasso; optare per prodotti regionali o a km 0 (soprattutto alimentari o dell’artigianato locale); favorire le energie rinnovabili; limitare i consumi di acqua potabile (pensiamo allo spreco di usare l’acqua degli acquedotti per l’irrigazione dei giardini o per lo sciacquone, o alla mancanza di una buona manutenzione degli stessi, che hanno una dispersione media, in Italia, del 40%); tornare agli orti di quartiere; eccetera; sono tutti grandi o piccoli gesti (e decisioni politiche ma anche individuali) che favoriscono una diversa consapevolezza dei valori fondanti per la nostra esistenza e per il benessere delle comunità.

Il pensiero differente può comportare una felicità che non si misura con il PIL (il prodotto interno lordo) bensì con il BIL – il benessere interno lordo, parametro che potrebbe misurare la qualità della vita nel suo complesso, tenendo conto del tempo libero, della salute psico-fisica, dell’educazione permanente e della presenza di spazi culturali accessibili, ma anche del livello di inquinamento, dell’assistenza degli anziani (ormai demandata solo a badanti e case di cura, tanto care quanto tristi), eccetera. Possedere, quindi, meno oggetti ma riappropriarsi del tempo di vita sottraendolo a produzione e consumo.

Decrescita versus recessione
La decrescita ha però bisogno, oltre che della presa di coscienza della popolazione, che fa proprio un nuovo modello di vita, anche di risorse economiche degli Stati che devono essere dirottate verso i servizi alla persona. In pratica, invece di incentivare deforestazione e grandi opere (scelta del Governo Conte per rilanciare l’economia con la solita vecchia ricetta ormai scaduta), bisognerebbe pensare di investire in educazione, ricerca, attività artistico-culturali, un modello di turismo consapevole (al sud, anche e soprattutto invernale grazie ai long stayer), sviluppo di energie rinnovabili ma anche cura e valorizzazione del nostro patrimonio artistico e ambientale (il degrado idro-geologico e le frane non sono eventi imponderabili bensì frutto di scelte precise di incuria protratta nel tempo), e così via.

Se intorno a noi, in questo momento, molti invocano un cambio di rotta nelle politiche italiane ma anche europee (o mondiali tout-court) ciò che manca all’appello, al momento, a parte una visione ampia da parte della politica che vada oltre il contingente per farsi davvero costruttiva di un futuro migliore, è il denaro da investire in un nuovo modello di sviluppo. Altrimenti l’economia della decrescita è destinata a trasformarsi in recessione e in orde di europei e statunitensi che diventeranno semplici pedine in giochi economici ben noti. Non occorreranno più muri o messicani alla catena nelle maquiladoras, perché gli operai statunitensi o italiani costeranno perfino meno.

Thailandia, un Paese che vive di turismo. Foto di Simona Maria Frigerio

Turismo, ArcelorMittal e Whirlpool
In vista del 29 luglio, ossia la Notte per il Lavoro, il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, auspicava che il nostro Paese potesse trasformarsi “non solo (in) un polo logistico del Mediterraneo ma anche… culturale e turistico, capace di rilanciare così le aree interne a partire dal Mezzogiorno”. È interessante che lo stesso Landini, nel 2015 a La Repubblica dichiarasse, al contrario: “il turismo non basta. Non possiamo accettare che si perdano settori industriali importanti” al Sud. 

Purtroppo ormai pare tardi per cambiare rotta. L’ossessione operaista non ha permesso di ipotizzare, quando si sarebbe potuto, scelte diverse e, oggi, con lo spauracchio del coronavirus, il turismo, così come la cultura e la socialità, l’educazione, il teatro, lo sport e il tempo libero (ossia tutte quelle categorie che rientravano nei parametri del BIL e di un’economia della decrescita) sembrano essere state cancellate dalle priorità per una vita sana (e serena). Imporre, ad esempio, la quarantena, invece di un semplice tampone (o imporre quest’ultimo ma a costi eccessivi, come fa l’Islanda) quando si viaggi all’estero, o si rientri in patria, non è che l’ultimo tassello per obbligare – mantenendo una parvenza di democrazia – i cittadini a rimanere ognuno a casa propria (così che siano solamente le merci e non le persone a viaggiare, auspicio caro alle economie liberiste da almeno trent’anni). E se qualcuno gioirà per la fine del turismo di massa, non sarà così per i milioni di lavoratori del settore (dai mezzi di trasporto alle attività collaterali, come teatri o ristoranti, fino all’ospitalità e alla ristorazione) ma anche per tutti quelli che vedono nel viaggio un mezzo per ampliare le proprie conoscenze, venire a contatto con usi e costumi diversi, incontrare l’altro da sé – e per gli anziani occidentali che, in questi anni, nei Paesi del Sud del mondo hanno potuto permettersi una buona qualità di vita con pensioni che, a casa propria, sono poco più che di sussistenza.

Forse il futuro distopico che ci attende è una non-società di individui autoreferenziali al massimo, rinchiusi in casa a interagire solamente con un pc – sia per lavoro che per piacere – dediti ad acquistare l’ultimo gadget inutile per compensare un’esistenza priva di tutto ciò che veramente conta. Ossia l’esatto contrario della decrescita serena.

Due casi emblematici di questa deriva che si sarebbe dovuta fermare prima sono sulle pagine di molti online. All’ArcelorMittal di Taranto è stato dichiarato uno sciopero con presidio a oltranza a partire da lunedì 20 luglio contro quello che è considerato un fallimento indotto. Eppure, a Taranto, il miliardo che si dice lo Stato abbia speso negli ultimi undici anni per gli ammortizzatori sociali, non sarebbe stato più utile per riconvertire l’area, per favorire nuove occupazioni, per la famosa educazione permanente che, unitamente a leggi che obbligassero l’allora Ilva ad accollarsi tutte le spese di bonifica dell’area (e pensiamo anche al nuovo scandalo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/27/le-bonifiche-invisibili-di-taranto-spesi-60-milioni-in-studi-e-progetti-ma-per-la-citta-non-sono-serviti-abbiamo-bisogno-di-tempo/5877075/), avrebbero potuto dare un volto nuovo alla città pugliese e diminuire l’incidenza del cancro in età pediatrica? (Argomento già affrontato in: http://www.theblackcoffee.eu/il-nemico-pubblico-numero-1/).

E mentre il Governo annuncia una continuazione del blocco dei licenziamenti, ecco il secondo caso: lo stabilimento di Whirlpool, a Napoli, fa sapere che chiuderà il 31 ottobre prossimo. Perché dire di bloccare i licenziamenti in uno Stato capitalista significa meno di 0: se l’azienda non lavora, i dipendenti stanno a casa in cassa integrazione (se assunti) fintanto che ci sono i fondi della CIG; dopodiché, se un’azienda chiude, i lavoratori sono licenziati – blocco o non blocco. 

Purtroppo nei prossimi mesi saranno molte le attività che chiuderanno, non solamente in Italia. E sarà difficile che centinaia di migliaia, anzi milioni di lavoratori, possano tutti trovarsi un’altra occupazione, come avrebbe ventilato una viceministra (e teniamo a sottolineare il femminile, ci mancherebbe!). Se qualcuno pensa che stiamo esagerando, l’Istat afferma che: “nel secondo trimestre 2020, rispetto al primo, l’occupazione risulta in evidente calo (-2,0% pari a -459mila unità)”. Se non bastasse, il settore turistico che, secondo la Banca d’Italia, nel 2018, generava direttamente più del 5% del PIL nazionale (e fino al 13% considerando anche il PIL indiretto) e rappresentava oltre il 6% degli occupati, è in evidente difficoltà.

Convivenza e cure: non è negazionismo bensì realismo
Da alcuni mesi chi prova a sollevare dubbi sulla narrazione del Covid-19 è tacciato di negazionismo, riutilizzando in modo offensivo e maldestro un termine coniato contro gli ex, o i nuovi, nazi-fascisti che nega(va)no l’Olocausto (ma nei lager, è bene ricordarlo, morirono anche oppositori politici, diversamente abili, minorati psichici, gay e lesbiche, prigionieri di guerra e altri). In realtà, così facendo, si tende a quel pensiero unico che consegnò uomini e libri al rogo e ci si allontana da una sana visione scientifica del problema, dato che la medicina non è una scienza esatta e la ricerca procede per tentativi, errori, analisi, prove, teorie che reggono finché non vengono, a loro volta, superate da nuove scoperte.

Fino ai primi di aprile, il coronavirus – nonostante fosse ormai chiaro a tutti che era mortale nel 90% dei casi (e forse oltre) nelle persone ultraottantenni con una o più patologie, o giovani altrettanto malati – era altresì visto come patologia polmonare, incurabile se degenerava. Sul perché degenerasse pochi si interrogavano e se qualcuno diceva che la colpa fosse del Sistema Sanitario che non poteva subire un tale carico di lavoro, altri optavano per la mancanza di cure in fase precoce. Certo è che L’OMS non pare abbia molto contribuito a capire i meccanismi di funzionamento del virus, né a incentivare le autopsie che avrebbero chiarito l’arcano, né a consigliare in Occidente quegli antivirali che pareva funzionassero bene in Oriente.

Ad aprile, quando il professor Viecca (ma ci stavano arrivando anche gli statunitensi e in una sola settimana di tempo dallo scoppio dell’epidemia a New York) cominciò a parlare di trombosi e di eparina (farmaco generico), ovviamente andava a rispondere alla necessità di scoprire non solamente i meccanismi che causavano complicanze in alcuni pazienti, ma anche cure efficaci per contrastarle. The New England Journal of Medicine, finalmente, il 9 luglio, riporta i dati di alcuni studi fatti e conferma finora quanto sostenuto dal cardiologo dell’Ospedale Sacco di Milano, che nel frattempo ha visto approvare il suo protocollo terapeutico a base di antiaggreganti e antinfiammatori per curare la trombosi da Covid.  Perché non si sono fatte prima le autopsie che hanno permesso al professor Viecca di fare la sua scoperta? O non si è tenuto conto degli esami che, al medesimo cardiologo, hanno suggerito in breve tempo dove risiedesse il problema? L’OMS e i medici cinesi non avevano mai provveduto in tal senso? Eppure appare logico che, nel caso di un’epidemia di un virus sconosciuto, si cerchino i meccanismi di replicazione e si identifichino le complicanze in atto attraverso tali procedure. L’altra domanda che sorge spontanea è come facessero gli esperti italiani a sapere tutto sul virus (tanto da scrivere libri in materia) e, in realtà, a non saperne niente.

La barca tra i marosi. Disegno di Lella (Roma)

Il vaccino curerà l’economia?
Nel frattempo, quindi, mentre L’OMS (che sappiamo essere precipuamente finanziata dalla Bill and Melinda Gates Foundation: https://www.investireoggi.it/news/chi-e-davvero-bill-gates-e-come-funziona-loms-inchiesta-shock-sui-ritardi-nella-gestione-della-pandemia/) continua a battere il tasto sul vaccino, gli Stati stanno spendendo milioni di euro in almeno 17 ricerche diverse, per garantire il diritto di proprietà alla Casa farmaceutica che arriverà per prima, a spese di noi tutti (vedasi l’intervista al dottor Agnoletto succitata). Ma anche qui, come per tutto il resto, solamente un’economia della decrescita potrebbe mettere al primo posto la salute e il benessere (anche economico) dei cittadini e, al secondo, i guadagni di Big Pharma. Sia mai che oggi un vaccino possa essere disgiunto dal diritto di proprietà (gli Albert Bruce Sabin sono ormai un ricordo) o si tassino le speculazioni finanziarie. E sia mai che si accetti che a ottant’anni, cardiopatici e obesi, si possa morire o, magari, essere curati con un semplice farmaco generico.

E ora veniamo al vaccino. A parte i costi di questa miriade di ricerche, i vaccini antinfluenzali stagionali hanno un’efficacia che va dal 30 al 70%, a seconda di diversi fattori. In questi anni si sono moltiplicati i virus influenzali passati dagli animali agli uomini. Alcuni sono scomparsi, altri sono entrati stabilmente nella nostra esistenza. Ad esempio l’influenza suina, rilevata nel 2009 e ormai circolante da oltre dieci anni da uomo a uomo, fa parte del numero di virus col quale possiamo venire in contatto ogni inverno. L’Istituto Superiore della Sanità riporta anche altri dati: “Globalmente, ogni anno, il virus influenzale colpisce tra il 5 e il 15% della popolazione adulta (vale a dire da 350 milioni a un miliardo di persone)…Tra i 3 e i 5 milioni di casi di influenza riportati annualmente evolvono in complicanze che causano il decesso in circa il 10% dei casi (vale a dire da 250 a 500 mila persone), soprattutto tra i gruppi di popolazione a rischio (bambini sotto i 5 anni, anziani e persone affette da malattie croniche)”.

Nessuno vuole essere negazionista ma se in Israele la mortalità, sul numero dei positivi (almeno riconosciuti, gli asintomatici sono ancora un dato incerto in tutto il mondo e i sierologici languono nel dimenticatoio), è il 3,8%; a Singapore lo 0,05%; e in Russia al momento l’1,6%, sorgono nuovi dubbi. Loro hanno cure migliori degli italiani e, soprattutto, dei lombardi? Il virus è in qualche modo cambiato, si è indebolito – ma, a questo punto, su quale virus si sta sviluppando un vaccino? Può essere che gli asintomatici lombardi (dove la mortalità ha superato il 18%) fossero centinaia di migliaia? Ma nel caso, la mortalità sarebbe molto più bassa e, quindi, avvicinabile a un’altra influenza? Oppure si sono fatti troppi errori – dal ricovero nelle Case di Riposo dei pazienti Covid-19 al non aver effettuato subito le autopsie o, ancora, l’aver liquidato i pazienti anziani come incurabili (come da testimonianze su molti online)? 


Decrescita equivale anche ad accettazione dei limiti
Gli esiti di questa deriva socio-economica e sanitaria ci paiono ormai solamente due. Se continueremo su questa strada ci ritroveremo in mezzo a un pantano fatto di disoccupazione, recessione, fallimenti, povertà diffusa e paura. Niente più viaggi, scambi, cultura, socialità, e alla fine nemmeno le cene con gli amici o una corsa nei boschi.

Convivere con il Covid-19 (come si imparò a fare con l’Aids) e accettare che qualcuno muoia, molti siano curati, e la stragrande maggioranza sviluppi i sintomi dell’influenza o un semplice raffreddore, va di pari passo con il mantenere un metro di distanza e lavarsi le mani. Un’alternativa che ha bisogno di interventi in vari campi e la responsabilizzazione individuale ma non di un perenne stato d’emergenza e una raffica di Dpcm (che era stato promesso, prima del voto alle Camere, sarebbero scomparsi dall’agenda politica).

E intanto, ripensare l’economia proprio in funzione della società. E non viceversa. Negazionismo o pragmatismo? 

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