L’arte del buon Governo

La Città Proibita, un tempo simbolo dell’arroganza del potere assoluto, oggi meta turistica. Foto di Luciano Uggè

Desecretati cinque verbali del Comitato Tecnico Scientifico

di Simona Maria Frigerio

Sono solo cinque i verbali di quelle sedute tenutesi tra autorevoli esponenti del mondo medico-scientifico che avrebbero indirizzato le scelte del Governo Conte dalla dichiarazione dello stato d’emergenza, a causa della pandemia da Covid-19, in avanti.

Va notato, però, che ne mancano molti all’appello se l’ultimo pubblicato su https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-verbali-del-comitato-tecnico-scientifico/, datato 9 aprile, è il numerato 49, e il primo, del 28 febbraio, è il 12. Non vi sono, tra le altre, le indicazioni concernenti l’eventuale istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro (che emergerebbero “dal verbale numero 16 datato 3 marzo 2020”, secondo quando riportato da https://www.fanpage.it/attualita/alzano-e-nembro-il-verbale-del-comitato-scientifico-del-3-marzo-serve-la-zona-rossa/).

Ma perché è così importante sapere cosa consigliò il Comitato? Perché, secondo il Premier Conte, la nostra limitazione delle libertà civili era (ed è: quando ci obbligano a restare in quarantena, invece di farci un tampone e, se negativi, lasciarci liberi di muoverci, non ci condannano agli arresti domiciliari senza processo?) dovuta alle sollecitazioni di questo stesso Comitato che avrebbe detenuto, in quel momento, l’intero scibile umano utile a contenere l’epidemia e a far quadrare, nel contempo, i bilanci. Il Premier Conte ha, infatti, attribuito per mesi le responsabilità di precise scelte politiche a quel Comitato; lo stesso Premier che, solo pochi giorni fa, ha incassato l’estensione dello Stato d’Emergenza per ulteriori due mesi e mezzo (e qui vorremmo leggere il verbale che giustifichi tale richiesta), con conseguente possibilità di legiferare via Dpcm e prolungamento, ad esempio, dello smart working per la Pubblica Amministrazione – con conseguenti continui ritardi e disservizi ormai ampiamente testimoniati dagli italiani.

Breve inciso sulla PA. Da fonti certe raccontiamo alcune storie al limite del teatro dell’assurdo. Come spostare la residenza? Come disdire la tassa rifiuti se si cambia abitazione? In entrambi i casi la risposta è stata: da sé, per via telematica. Ossia, il cittadino che paga le tasse per finanziare la Pubblica Amministrazione (tallone d’Achille italiano per i partner europei), deve sbrigare le pratiche da sé. Il che comporta non solamente il possesso di un computer o di un tablet abbastanza aggiornato e con un collegamento Internet, ma anche le capacità culturali e amministrative per farlo. Ci domandiamo, a questo punto, se le  pratiche svolte a casa dal cittadino rientrino tra quelle attribuite agli impiegati in smart working o se lo Stato pensi, in futuro, di retribuire i cittadini per il fai da te. Nel frattempo, chi ha dovuto contattare l’Agenzia delle Entrate per problematiche connesse con il 730 precompilato, si sarà sentito rispondere – dopo diverse telefonate a vuoto e attese di più minuti – dall’operatore di turno che, lavorando da casa su proprio pc e con collegamento non eccellente, poteva forse aiutarlo ma non ne era sicuro (e non entriamo in questioni di privacy: mentre l’operatore consultava i nostri dati, la moglie stava preparando la pasta e i figli giocavano o qualcuno sbirciava da sopra la spalla?). E infine una fonte ci fa sapere che, quando ha consultato il proprio dirigente – riguardo alla procedura per richiedere il permesso per una visita (mentre si trovava in smart working) – si è sentita rispondere di essere a casa e, quindi, di organizzarsi senza chiedere alcun permesso. Ci sarebbe, quindi, da domandarsi se tali sollecitazioni aggiunte al diktat Io Resto a Casa, siano le vere concause del presunto aumento della produttività della PA – laddove misurato nella richiesta di meno permessi, ferie o giorni di malattia.

I verbali del CTS e i Dpcm a confronto
Breve preambolo. Tutti i membri del Comitato Tecnico Scientifico risultano maschi (tranne la dottoressa Coccoluto che compare nel verbale del 28 febbraio e la dottoressa Ammassari il 9 aprile). Giusto ricordarlo in un Paese dove alcune parlamentari continuano a lamentare la mancanza del femminile per qualsiasi titolo. Ora, per fare un esempio, avrà anche un senso usare magistrata, se tale figura esiste. Ma se le donne non siedono in alcuna commissione, comitato, organo dirigente, board aziendale, posto di comando, pare alquanto inutile cavillare sul femminile di una posizione che, in ogni caso, non ricopriremo mai. Che senso ha la ‘segretaria generale dell’ONU’ quando nessuna donna si è mai seduta su tale scranno e il termine ‘segretaria’ fa pensare al massimo alla signorina snob di Franca Valeri (compianta e inimitabile).

Nel merito. Nel primo verbale, il N° 12 del 28 febbraio 2020, si evidenzia (7 giorni dopo l’identificazione del cosiddetto paziente 1 di Codogno) che esistono tre regioni nelle quali occorre prendere misure più restrittive, ossia in Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, da estendersi fino all’8 marzo. Ma non la chiusura delle attività commerciali o dei luoghi di cultura e dei musei, sempreché sia possibile garantire la distanza di sicurezza. Si conferma il lockdown solo per gli 11 comuni della zona rossa (in nord Italia). Il Dpcm del 1° marzo ricalca più o meno tali linee guida.

Un secondo verbale, il N° 14 del 1° marzo (ossia in pari data con il succitato Dpcm), fa presente che le provincie di Pesaro e Savona dovrebbero uniformarsi alle indicazioni per Lombardia, Emilia Romagna e Veneto e che sia necessario applicare le “misure di contenimento nell’ambito provinciale, laddove c’è presenza di focolai di trasmissione locali” (suggerendo, quindi, che le misure possano essere circoscritte territorialmente, come avvenuto già per gli 11 comuni della summenzionata zona rossa, senza interessare intere regioni). Si chiede un aumento del 50% dei posti in terapia intensiva e del 100% in pneumologia e malattie infettive. Viene altresì richiesto un protocollo di sicurezza per gli operatori sanitari.

Nel verbale N° 21 del 7 marzo (ossia alla vigilia di quell’8 marzo in cui le 11 zone rosse avrebbero dovuto ricominciare a vivere), il CTS propone di distinguere due livelli di misure di contenimento: l’uno per i territori in cui si è osservata la diffusione maggiore del virus, e l’altro per il resto del territorio nazionale. Il primo livello (che avrebbe dovuto essere sottoposto, in pratica, al lockdown), interessava l’intera Lombardia, le provincie di Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia e Modena, Pesaro Urbino, Venezia, Padova e Treviso, Alessandria e Asti. Potevano restare aperte le attività di ristorazione (con distanziamento) e le attività commerciali. Si proponeva che i negozi non alimentari, nei centri commerciali, fossero chiusi nei giorni prefestivi e festivi; e di limitare la possibilità di entrare e uscire dalla Lombardia e dalle provincie succitate. Al di fuori di detti territori, si nota comunque l’invito alla chiusura delle scuole di ogni ordine e grado. Le misure sarebbero dovute rimanere in vigore fino al 3 aprile. Seguono pagine nelle quali non occorre entrare nel merito, riferendosi a specifiche di carattere medico, come il modo di comportarsi in caso di parto, sulle navi, eccetera.

A questo verbale del 7 (non avendone desecretati altri, non sappiamo se siano stati aggiunti pareri) segue il Dpcm dell’8 marzo. Le misure di contenimento coinvolgeranno anche Novara, Verbano/Cusio/Ossola e Vercelli, e sono più o meno quelle consigliate dal CTS fatto salvo per la specifica dell’orario dei bar e servizi di ristorazione, aperti dalle 06.00 alle 18.00 (come se il virus diventasse più pericoloso di notte: e del resto il coprifuoco è stata una misura introdotta in molti Stati). La decisione di lasciare che i non residenti abbandonassero in massa la Lombardia, senza alcun controllo medico, appare esclusivamente politica. Ma sarà con il Dpcm del 9 marzo, che il Premier Conte e il Governo si discosteranno totalmente dai consigli del CTS assumendo decisioni delle quali dovranno rispondere politicamente.

L’Ermitage, ieri reggia imperiale degli zar, oggi museo statale. Foto di Luciano Uggè

Cosa cambia il 9 marzo 2020?
Se qualcuno avesse letto tra le righe, si sarebbe accorto che il Premier più e più volte aveva ribadito la necessità di operare uniformemente in tutta Italia, in materia di contenimento epidemico (convinzione che non sappiamo da dove provenisse visti, oggi, i pareri del CTS). Ossia, che le misure applicate in Lombardia e nelle succitate provincie, fossero estese in ogni altra regione indipendentemente dai dati epidemiologici. In pochi, il 9 marzo, sollevarono qualche obiezione a questo approccio. I treni lombardi, intanto, si erano riempiti di meridionali che tornavano a casa. Ovviamente contagiosi (anche su questo avevamo espresso dubbi). Di conseguenza, bisognava chiudere l’intero Paese. Non è dato sapere se una dose di arroganza nordista abbia contribuito a far plaudire al Premier – quella fede cieca nella sanità lombarda come la migliore del mondo, mentre in Meridione si sarebbe morti per strada dato che ivi latiterebbero bravi medici e strutture decenti. Ma senza nemmeno aver accertato se coloro che rientravano dal nord fossero davvero positivi, se si fossero messi ubbidientemente in quarantena, e senza aver visto un aumento significativo dei casi e/o dei focolai (anche perché i tempi erano troppo stretti). In meno di 48 ore, il Premier Giuseppe Conte firmò quel Dpcm che avrebbe imposto il lockdown da Reggio Calabria a Bolzano (isole comprese), impedendo – come ci ha fatto notare un amico di origine meridionale – che il sud, anche a livello simbolico, per una volta fosse il motore economico d’Italia. Avrebbe fatto lo stesso, viene da chiedersi, se il virus fosse esploso, ad esempio, in Puglia – ovvero, avrebbe fermato la Lombardia per marciare tutti insieme alla Puglia?

Ora, non si vuole affermare in alcun modo il primato del tecnicismo su quello della politica. Ma se si legifera adducendo a guida delle proprie azioni di governo (che, tra l’altro, vanno a inficiare libertà inviolabili in un Paese democratico) i pareri di un Comitato Tecnico-Scientifico, e poi i cittadini scoprono che detta attribuzione di responsabilità è menzognera, non vi sono scuse. Sarà un caso ma ci piace ricordare che Giulio Einaudi Editore ha pubblicato un libro di Luciano Violante, nel 2013, che recita, nella presentazione: “La verità sta alla democrazia come la menzogna sta alla sua assenza” (Politica e menzogna, Vele, pagine 168).

Il Verbale N° 39 del 30 marzo 2020
Evinciamo, leggendo, che il CTS sia d’accordo con il Ministro Speranza sul predisporre una fase 2 a partire dal 4 aprile (ma poi si fa riferimento a dopo Pasqua e, quindi, al 14 aprile) per un allentamento delle misure relative al contenimento della pandemia, ovviamente su base epidemiologica (e, quindi, ancora una volta con differenze tra provincie, regioni o comuni). Si fa presente che le mascherine diverse da quelle chirurgiche, FFP2 e FFP3 “non hanno i requisiti tecnici dei dispositivi medici e dei dispositivi di protezione individuale” (con buona pace per chi professava che andasse bene mettersi una sciarpa davanti alla bocca). Segue la giornata tipo del bambino chiuso in casa, con i genitori che ovviamente non avrebbero nulla di meglio da fare (smart working e lavoro permettendo: dato che un terzo degli italiani anche nel momento del lockdown più rigido ha dovuto continuare a recarsi in azienda, supermercato o fabbrica) che seguire pedissequamente i consigli del CTS per organizzare la vita del pargolo – ma, del resto, siamo nell’Italia dove i cittadini sono tornati tutti bambini ai quali il buon padre di famiglia, prima o poi, concederà il “libera tutti”. Si nota altresì che ai bambini è comunque consentito di uscire, almeno un’ora al giorno, e persino andare con mamma o papà a fare la spesa (ricordate la multa di 400 euro al padre in giro col figlio a Firenze?).

Tra i vari consigli si fa riferimento finalmente alla Corea del Sud (ma siamo a fine marzo) per l’individuazione precoce dei positivi e per il tracciamento dei contatti degli stessi – pratica che si era attivata efficacemente a Codogno, ma poi sembra essere scomparsa dalle priorità medico-scientifiche (anche se la mancanza di verbali non aiuta a far chiarezza). Si evidenzia anche la necessità di “tecnologie per l’erogazione di servizi assistenziali da remoto ai pazienti in quarantena” (che, sappiamo da più fonti, non essere mai state attivate, visto che parecchi pazienti – e i loro familiari sottoposti a quarantena – ci hanno riferito di non aver ricevuto il benché minimo aiuto, visita medica o assistenza domiciliare, e tanto meno la “teleassistenza”). Nello stesso verbale anche l’approvazione dello studio sul Tocilizumab (si ricorda che l’Aifa, dopo due mesi di sperimentazione, ha deciso che tale farmaco non è efficace per il trattamento dei pazienti colpiti da Covid-19). Non risulta in quel momento nessuna richiesta di studio per l’uso dell’eparina. 

Il Verbale N° 49 del 9 aprile 2020
Anche qui si concorda con il Ministro Speranza che bisogna cominciare ad allentare le misure del lockdown laddove il contesto epidemiologico lo permetta. Si aggiunge anche un’altra nota che fu totalmente disattesa, ossia che “tutti i casi confermati devono essere isolati immediatamente ed efficacemente fino alla conferma laboratoristica della non infettività (ad es., in ospedali dedicati o in residenze designate“). Ovviamente, nessun Governo avrebbe potuto avere le risorse economiche e gli spazi per ospitare tutte le migliaia di cittadini che si sono curate a casa propria. Ma dopo aver ventilato una specie di deportazione forzata in Case di Riposo (e si sono visti i risultati) o alberghi requisiti, ciò che è mancato è stata una corretta informazione affinché i familiari dei positivi fossero in grado di proteggersi, e la teleassistenza per evitare che i pazienti a casa giungessero troppo tardi in ospedale (cosa che è, al contrario, avvenuta in troppi casi). Compare anche una nota sui guanti usa e getta per l’acquisto di bevande e alimenti (non si fa cenno ad andare in giro, per ore o l’intera giornata, con guanti di lattice, come abbiamo visto fare a milioni di italiani).

Si evince ancora una volta che i bambini si infettano meno e, nel caso, l’infezione è spesso asintomatica. Anche il ritorno alle attività produttive non aumenterebbe di molto i numeri dei contagiati perché le attività ad alto rischio, sanità e personale domestico (comprese le famose baby-sitter incentivate con il bonus), sono già attive. E si sottolinea come sia importante tenere conto delle differenze geografiche (i lockdown eventuali dovrebbero essere imposti “in aree con trasmissione sostenuta”). Infine si valutano le attività (da riaprire) in base al rischio. Fa specie (visto poi il prolungamento della chiusura di interi comparti aziendali) che siano a basso rischio sia l’estrazione di petrolio e le industrie alimentari (attive); sia la fabbricazione di articoli in pelle e le attività creative, artistiche e di intrattenimento (sospese). Ma sono considerate a rischio basso anche le attività delle biblioteche o museali (contro le quali il Governo sembra essersi particolarmente accanito, come se potessimo contagiarci ammirando un quadro).

I Dpcm di aprile
Sul fronte politico cosa succede nel frattempo? Prima si prorogano fino al 13 aprile tutte le restrizioni di marzo per l’intero territorio nazionale. Poi il Premier firma il Dpcm del 10 aprile con le misure valide fino al 3 maggio compreso. In pratica non cambia nulla. Tutta l’Italia resta chiusa e le persone murate in casa. Unica concessione: si possono acquistare libri e vestiti per bambini e neonati (il resto degli italiani può girare con i calzini rotti). Anzi, no.

In aprile, quando le attività produttive e la vita dei cittadini dovrebbero tornare progressivamente alla normalità – almeno in tutte quelle zone che non avrebbero nemmeno dovuto essere sottoposte a lockdown – oltre all’obbligo dell’autocertificazione già presente (le ‘giustificazioni della mamma’ si accatasteranno settimana dopo settimana sempre più cavillose), si impongono anche i famosi 200 metri da casa, oltre i quali si era multati (ricordiamo che, a marzo, erano consentiti “lo sport e le attività motorie svolte all’aperto… esclusivamente a condizione che sia possibile consentire il rispetto della distanza interpersonale di un metro”). Ecco, quindi, che le decisioni sul benessere psico-fisico dei cittadini e sulle attività produttive, con conseguenze economiche che non siamo ancora in grado di valutare, sono esclusivamente da addebitarsi al Premier e al suo Governo.

Abbi dubbi
Tutte le nostre libertà, ivi compresa quella basica di fare due passi per garantirci un minimo di salute mentale, oltre che fisica, sono state azzerate. Per quale scopo? A che pro impedire la ripresa della produzione in aziende che avevano gli stessi rischi di contagio di altre che hanno potuto continuare a lavorare? Nessun Comitato Tecnico Scientifico ha mai consigliato il Premier di serrare l’intera Italia.

In maggio, quando ormai i dati al sud mettevano in evidenza che la situazione era assolutamente tranquilla e la famosa ecatombe esportata dai meridionali provenienti dal nord non era mai arrivata, si è toccato forse il fondo del barile con il Ministro per gli Affari Regionali, Francesco Boccia, che impugnava l’ordinanza regionale della Governatrice della Calabria, Jole Santelli. Tutta l’Italia doveva marciare di pari passo con la Lombardia. Perché?

Sono ancora molte le cose che non sappiamo. Ma sulla base dei risultati dei test epidemiologici eseguiti e degli elaborati statistici dell’Istat, gli italiani che avrebbero contratto il Covid-19 sarebbero 1 milione 482.000, con percentuali diverse da regione a regione: fino al 7,5% in Lombardia, meno dell’1% in sei regioni del sud oltre alle isole, e l’1% in Toscana. La media sarebbe intorno al 2,5% della popolazione. Se così fosse, il tasso di letalità (il rapporto tra deceduti e positivi) scenderebbe al 2,3%.

Tenendo conto degli enormi errori fatti, quali aver ricoverato nelle Case di Riposo i pazienti Covid-19 a bassa intensità, oppure aver richiamato in servizio i medici anziani – pur sapendo che la malattia colpisce più gravemente proprio questa categoria di persone, soprattutto se affette da altre patologie. O ancora, non aver approntato misure nei Pronto Soccorso e negli ospedali per separare i malati infettivi dagli altri (già deboli e, quindi, più suscettibili allo sviluppo di complicanze); non aver dotato immediatamente medici e infermieri delle protezioni adeguate in modo da non essere contagiati e non contagiare, a propria volta, altri (familiari o pazienti); ma anche (visto che oltre il 40% dei positivi sembrerebbe aver contratto la malattia da un familiare convivente) non aver dato chiare informazioni ma aver ribadito continuamente l’idea che la casa fosse l’unico luogo sicuro (anche col supporto di volti noti, che avrebbero fatto meglio ad astenersi dal sostenere campagne mediatiche in un momento del genere), ebbene, se non si fossero fatti tali e tanti errori, quale sarebbe la percentuale reale di letalità di questo virus? E se si fossero fatte subito delle biopsie per scoprire l’incidenza della trombosi sul totale dei decessi? Il Protocollo Viecca è oggi una realtà esportata in diversi Paesi del mondo, senza i costi e i continui annunci sensazionalistici dei vaccini (https://www.sanitainformazione.it/salute/lospedale-sacco-presenta-il-protocollo-viecca-antiaggreganti-e-antinfiammatori-per-curare-trombosi-da-covid/). 

Del resto, per un qualsiasi ceppo influenzale, ogni anno si ammalano dai 350 milioni al miliardo di persone. Tra i 3 e i 5 milioni di casi evolvono in complicanze che causano il decesso in circa il 10% dei casi (vale a dire tra le 250 e le 500 mila persone, secondo https://www.epicentro.iss.it/influenza/epidemiologia-mondo, tra le 290 mila e le 650 mila persone secondo www.worldometers.info). Ovviamente il Covid-19 ha una letalità più alta ma molti virus, in questi anni, si sono depotenziati e sono entrati stabilmente tra le influenze stagionali, quali l’H1N1 (la cosiddetta suina). Le malattie virali accompagnano l’umanità da sempre. Buone pratiche per il contenimento delle epidemie dovrebbero entrare stabilmente sia nell’uso comune sia negli ordinamenti (dal non andare al lavoro se si è ammalati all’agire congiuntamente, a livello di Stati, nella ricerca di cure appropriate).

Purtroppo l’economia dei disastri era stata già analizzata nel 2007 da Naomi Klein in Shock Economy, e le ‘manovre’ che parevano confinate e circoscritte allo sfruttamento del sud del mondo o a zone limitate del nord si stanno rivelando efficaci e allettanti per regioni sempre più vaste.

Oggi più che mai avremmo bisogno di intellettuali e statisti lungimiranti. L’isteria generalizzata e l’azzeramento delle libertà civili non rientrano tra le pratiche di buon governo.

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