La Thailandia vista da Cervantes*

Bangkok ©Cervantes (vietata la riproduzione)

Dal Covid-19 alla crisi economica, l’ex Siam boccheggia

di Cervantes

Bangkok. Dati alla mano, quest’anno sui 40 milioni di turisti che fanno girare il 20% dell’economia thailandese (ma poi vedremo che questo dato potrebbe essere sottostimato), ne sono arrivati solamente sette e, con le frontiere chiuse ormai dal 26 marzo, che non è detto riaprano il prossimo ottobre – almeno per assicurare la stagione invernale (altissima da Natale al Capodanno cinese) – la situazione si sta facendo ogni giorno più difficile.

Partiamo dal dato basic, il turismo. Su una popolazione di circa 70 milioni di abitanti, 40 milioni di visitatori significano oltre il 50% di presenze – con relativi consumi – in più. Tenendo conto che il turista invernale, soprattutto nordeuropeo, statunitense o canadese, trascorre qui almeno due/tre mesi l’anno (a fronte del cinese o del turista estivo che resta circa due settimane), si può ragionevolmente supporre che quei 40 milioni, a tutti gli effetti, incidano ancor più pesantemente sul benessere economico di un popolo che, in buona parte, continua a lavorare nel commercio e nella ristorazione con minimi margini di guadagno. Teniamo inoltre presente che il turismo dei long stayer incide anche su settori non immediatamente assimilabili al turismo. Dai trasporti (i cosiddetti vip bus e i voli interni ma anche taxi, metropolitana o MRT e skytrain) agli alimentari (non solamente per i prodotti consumati nei ristoranti, ma anche per quelli acquistati in negozi e supermercati dagli stranieri che affittano o hanno acquistato una seconda casa in Thailandia), sono molti i generi e i servizi a favore dei farang – ossia, chiunque non sia Thai. Pensiamo ai caffè, alle panetterie, ai negozi gourmet che ormai punteggiano il panorama di Bangkok ma anche di isole e città diventate stabilmente mete turistiche. E pensiamo al mercato immobiliare votato, in queste stesse località – tra vendite e affitti – in buona parte agli stranieri.

Da non sottovalutare, poi, il turismo medico, odontoiatrico e l’ottica. Dagli Stati Uniti e dal Canada, ma anche dai Paesi Arabi, sono decine di migliaia – se non di più – i non Thai che si fanno operare in uno tra i molti ospedali privati di Bangkok o Chiang Mai, acquistano occhiali, ordinano protesi permanenti (o scelgono i più voluttuari lifting e filling). La Thailandia, infatti, nel 2017, era quarta nel mondo tra le destinazioni del turismo medicale con un giro d’affari di circa 600 milioni di dollari annui. Un settore apparentemente a sé, come quello farmaceutico è, in realtà, interessato anch’esso dalla presenza degli stranieri nel Paese. Se i nordamericani acquistano soprattutto vitamine e sali minerali, gli italiani possono trovare, ad esempio, la Ranitidina (molecola scomparsa dai banconi per un controllo su un eccipiente prodotto in India, potenzialmente cancerogeno, e che è tuttora sotto esame dell’Aifa a distanza di un intero anno, nonostante le case che producono il farmaco siano decine). E ancora pensiamo al settore abbigliamento – la manifattura è tra i maggiori produttori di benessere del Paese – saccheggiato dai turisti sia a livello di prendisole e flip flop, sia di abiti e scarpe di marca – questi ultimi soprattutto dai cinesi. E ancora gli elettrodomestici e l’arredamento, trainati anche dalle seconde case dei turisti o degli affaristi provenienti dall’ingombrante vicino.


Il Covid-19 è davvero il problema?
I casi di Coronavirus al 3 settembre risultavano 3.427, i decessi 58 (1,6%) e i guariti 3.277. La dengue, al 13 luglio (ovvero al terzo dei nove mesi considerati pericolosi in quanto piovosi e, quindi, favorevoli allo sviluppo delle zanzare), toccava i 19.758 casi accertati e 2 decessi. In Thailandia (dati 2018), ogni giorno, muoiono circa 300 pazienti oncologici, mentre in Italia si raggiungono i 500 – nonostante una popolazione numericamente inferiore ma mediamente più vecchia.

Dopo oltre 100 giorni di contagio azzerato – gli unici casi sono stranieri o thailandesi che rientrano nel Paese – le autorità, però, continuano a tenere chiuse le frontiere. Eppure, adottando una politica che preveda l’obbligo del tampone per chiunque si presenti alle frontiere (magari eseguito, come richiedono le Compagnie aeree, al massimo entro 72 ore dalla partenza) e un’assicurazione sanitaria privata, quale sarebbe la difficoltà insormontabile? Perché non permettere l’accesso a turisti e investitori se la situazione è sotto controllo e la sanità thailandese, pubblica e accessibile, si è dimostrata in grado di far fronte ottimamente all’epidemia?


Il regime al Governo
In Thailandia, dal 1932 (anno della fine della monarchia assoluta), si sono succeduti 12 colpi di Stato e 7 tentativi. L’ultimo, in ordine di tempo, nel 2014, quando dietro alla diatriba tra camicie gialle e camicie rosse vi era la volontà delle prime (maggioritarie a Bangkok ma non nel resto del Paese) di arrivare al potere anche con un Governo di minoranza. La protesta nasceva per contrastare una proposta di amnistia ma, nella realtà dei fatti, si contestava alle camicie rosse di essere dei populisti che, garantendo l’acquisto del riso a prezzi più alti di quelli di mercato e assicurando servizi essenziali anche alle fasce più deboli, come educazione e sanità, si assicuravano un largo consenso tra la popolazione e, quindi, continue rielezione da oltre una decade. I ricchi di Bangkok, ossia il grosso delle camicie gialle – alleate dei militari e vicine al Re – erano stanchi di pagare le tasse per i servizi e gli aiuti ai meno abbienti e, non brillando per afflati socialisteggianti o politiche di redistribuzione della ricchezza, premevano per una presa del potere anche golpista. Inoltre, in quel momento, il Governo in carica aveva difficoltà a versare i contributi promessi ai contadini e le proteste cominciavano a interessare anche le campagne e i sostenitori storici delle camicie rosse.

In un clima di grande partecipazione pubblica alla vita politica, con continue manifestazioni e reti televisive impegnate a tempo pieno a dare voce all’uno o all’altro contendente, l’esercito faceva un vero e proprio colpo di Stato, il 22 maggio 2014 alle ore 16.30, annunciato con un discorso dell’allora generale Prayuth Chan-ocha, Comandante in capo del Reale esercito thailandese – e dal 23 maggio a oggi Primo Ministro – pronunciato, non a caso, di fronte alle telecamere: «Perché il Paese torni alla normalità», disse allora, le forze armate «devono prendere il potere… così da ripristinare l’ordine e spingere per il raggiungimento di riforme politiche». Da quel momento la libertà di stampa e informazione, per almeno cinque anni, è stata praticamente azzerata.

Il nuovo corso, plaudito ovviamente da molti tra gli investitori e i Paesi occidentali, ha portato – dopo la sospensione della Costituzione, l’instaurazione della legge marziale e un passaggio di potere effettivo nelle mani dell’esercito – a una riforma elettorale in linea, ad esempio, con alcune idee espresse recentemente dall’italiano Mario Draghi – il quale, nel suo ultimo discorso, al meeting di Rimini, ha previsto una politica economica europea esercitata in maniera sempre più discrezionale. E per favorire questa discrezionalità, la nuova Costituzione thailandese, voluta nel 2016 dall’esercito e avallata dal nuovo Re, Maha Vajiralongkorn, salito al trono lo stesso anno (ma incoronato nel 2019), prevede due Camere, di cui solo una elettiva. Il Senato, infatti, è nominato direttamente dalla giunta militare e rappresenta un terzo dei seggi totali delle due Camere. Se non bastasse, il candidato Premier deve superare il vaglio di una speciale commissione, l’Assemblea nazionale della morale. Forse non è un caso che alla carica di Primo Ministro, dopo le cosiddette prime elezioni libere, nel 2019, sia stato eletto il succitato Prayuth Chan-ocha.


Il reato di lesa maestà
In Thailandia, nonostante il Re sia principalmente una figura di rappresentanza a livello internazionale e di conciliazione interna (anche perché, nel Paese, è presente una quarantina di gruppi etnici differenti), lo stesso detiene più poteri di quanto si pensi. E criticarlo può essere molto pericoloso dato che per il reato di lesa maestà si può essere condannati fino a quindici anni di reclusione per ogni azione in tal senso della quale si sia riconosciuti colpevoli.

A marzo, Maha Vajiralongkorn, ossia Rama X, in un momento in cui la pandemia sembrava avvolgere l’intero globo in un sudario, ha deciso di autoisolarsi lontano dal suo Paese, ossia nel suo chalet sul Tegernsee (in Baviera), dove ha alloggiato insieme a una ventina di concubine, spostandosi in varie occasioni tra l’amena località lacustre e un albergo a Garmisch-Partenkirchen – affittato in toto per il personale al suo servizio – grazie al suo Boeing 737. Mezzo che – sempre secondo il Corriere.it e alcuni media tedeschi – in aprile avrebbe toccato anche altre località, quali Dresda, Lipsia e Hannover – nel periodo in cui il resto degli alberghi in Germania restava chiuso ai turisti e gli abitanti locali dovevano attenersi alle prescrizioni del lockdown.

A livello personale il Re (incoronato a 66 anni), dopo aver intrattenuto, sebbene sposato, una lunga relazione con una giovane attrice di nome Sujarinee Vivacharawongse, che nel frattempo gli aveva dato cinque figli (di cui quattro maschi), e averla infine sposata (nel 1994), nel ‘96 l’accusò di adulterio – con un sessantenne – costringendola all’esilio negli Stati Uniti coi quattro figli maschi che, disconosciuti, non rientrano nell’asse ereditario né successorio.

In seguito, è andata peggio alla terza moglie, Srirasmi Suwadee che, sebbene sia rimasta sposata più a lungo, dal 2001 al 2014 – e sia la madre dell’attuale erede al trono, Dipangkorn Rasmijoti – da sei anni può essere considerata ‘desaparecida’. Nel 2014 la sua famiglia d’origine è stata accusata di corruzione e Rama X, divorziando, l’ha privata non solamente di ogni titolo ma, soprattutto, del figlio. Inoltre, da tale data non vi sono prove o testimonianze certe né su dove si trovi né sulle sue condizioni di salute.

Ma non basta. Infermiera e membro dell’esercito, Sineenat Wongvajirapakdi è stata la prima donna, dal 1920 al 2019, a ricevere il titolo di ‘concubina del Re’ (in un Paese, come la Thailandia, dove le donne ricoprono tutte le cariche e sono parte attiva della vita sociale ed economica). Wongvajirapakdi, nel giro di tre mesi, è stata però privata di tutti i diritti e titoli in quanto, in un editto reale, la si bollava di essere “ambiziosa” e di aver tentato di “elevarsi allo stesso rango della regina” (perché, nel frattempo, Rama X si era risposato per la quarta volta). Il 27 agosto di quest’anno, il lieto fine. Il giornalista Andrew MacGregor Marshall, che si occupa da anni di diritti civili, ha twittato che l’istituto correzionale femminile di Lat Yao Central era stato interdetto ai visitatori per due giorni in modo da permettere a un Boeing 737 della flotta del Re di prelevare la concubina che avrebbe, a breve, ottenuto il ‘perdono’. La donna, in effetti, grazie a un nuovo editto reale, il 29 agosto è stata dichiarata ‘innocente’ rispetto alle passate accuse e ha riottenuto i propri titoli e la posizione a fianco del sovrano.

Fa specie che, nonostante i succitati fatti siano ormai ben noti (grazie a BBC come al Corriere e a molti altri network e online), CNN si senta esonerata dal raccontare quanto accade in Thailandia scrivendo: “Due to Thailand’s stringent lese majeste law, CNN has limits in reporting the full context surrounding the Thai monarchy and its palace intrigue. The law makes it illegal to insult or defame the king, queen, heir-apparent or regent, and convictions can carry a 15-year prison sentence” (ossia, “A causa del rigore della legge thailandese concernente la lesa maestà, CNN ha dei limiti nel riportare l’intero contesto che circonda la monarchia e i suoi intrighi di palazzo. La legge considera illegale insultare o diffamare il re, la regina, il reggente o l’erede, e le pene possono arrivare ai 15 anni di reclusione”, t.d.g.).

Breve parentesi su tale affermazione e su quale timore reverenziale possa suscitare la casa reale thailandese sul giornalismo a stelle e strisce. Primo, i giornalisti non possono mettersi il bavaglio perché esistono leggi che limitano la libertà d’informazione e stampa (nel caso specifico la condanna fino a 15 anni per lesa maestà). Se così non fosse, qualsiasi Stato potrebbe proibirci di criticare un Premier o un Governo pena l’incarcerazione – e noi potremmo anche cambiare mestiere. Secondo, che la legge vieti di insultare o diffamare qualcuno – in questo caso il Re e la sua corte – è comune in molti Paesi. Il giornalista deve attenersi ai fatti, che ha preventivamente e per quanto possibile accertato e verificato. Non a pettegolezzi. Terzo, scrivere di “intrighi di palazzo” e poi non spiegare e motivare fatti precisi è frase essa stessa diffamante e non serve la causa della libertà d’informazione.


Dalla crisi economico-finanziaria alle proteste in piazza
In un clima di grande incertezza dell’economia reale, con i finanziatori stranieri che stanno ritirandosi dagli investimenti nel Paese e la Borsa che segue una curva negativa iniziata già lo scorso anno, si moltiplicano – nonostante il lockdown – le proteste del Free People Group e della Student Union of Thailand – con gli studenti a fare da traino alle manifestazioni. Le richieste sono tre: la fine delle intimidazioni contro gli oppositori politici (sono ormai diversi quelli morti in circostanze non chiarite anche all’estero), una nuova Costituzione e lo scioglimento del Parlamento.

Le manifestazioni di piazza, nonostante il divieto di assembramento imposto dallo stato d’emergenza (il Covid-19 è una mirabile fonte antidemocratica e i manifestanti rischiano fino a due anni di prigione), sono iniziate a febbraio, dopo lo scioglimento imposto dal Tribunale all’FFP, il Future Forward Party, che si batteva per una maggiore democrazia.

Dalle università alle piazze, domenica 16 agosto 10 mila persone si sono raccolte intorno a un luogo simbolo, come il Democracy Monument di Bangkok (costruito per commemorare la fine della monarchia assoluta nel Paese), per chiedere – oltre alle riforme in senso democratico e alle dimissioni del Premier – per la prima volta, una vera monarchia costituzionale che, quindi, veda anche il Re e la sua corte sottoposti a regole e norme precise.

Gli studenti hanno anche pubblicamente denunciato la decisione di Rama X di dichiarare i beni della Corona proprietà personale sebbene, finora, fossero ufficialmente custoditi dal sovrano per il benessere del Paese. L’altra decisione che lascia basito qualsiasi sincero democratico è che Rama X abbia assunto personalmente il comando di tutte le unità militari con base a Bangkok. Queste, unite alle forze del Royal Security Command, direttamente alle dipendenze del Re, pongono lo stesso in una posizione di grande potere militare.

Come a Hong Kong, da dove giungono i tweet di sostegno dei leader della protesta anti-cinese, anche gli studenti thailandesi hanno adottato, al posto dei simboli della politica tradizionale, quelli della sottocultura pop e fantasy – dalle bacchette di Harry Potter al saluto con tre dita in stile Hunger Games (simbolo di protesta e resistenza) fino al riferirsi al Re con l’espressione riservata a Lord Voldemort: “He Who Must Not Be Named” (ossia, “Colui che non deve essere nominato” che, vista la succitata legge contro la lesa maestà, appare più che mai appropriata). La cosa che forse stupisce maggiormente è che i figli di quella ricca borghesia di Bangkok che sei anni fa scendeva in piazza per abbattere il Governo delle camicie rosse e che portò al golpe, oggi si ribellino a un regime voluto dai propri padri.

Nel frattempo, come puntualizza Atradius Group, la “disoccupazione e la povertà stanno aumentando (circa 20 milioni di persone hanno richiesto il sussidio dello Stato e un terzo della forza lavoro deve far fronte alla disoccupazione)” in un Paese che, nel 2019, calcolava allo 0,75% il tasso di disoccupazione. Da non sottovalutare la contrazione nella produzione industriale che, nel 2019, era a -3,8%, mentre l’export a -2.6% anche a causa dell’eccessiva rivalutazione del Bath.

Con il Covid-19, e la crisi economica generalizzata dei prossimi mesi, nessuno sa cosa potrà ancora accadere ma si spera che non sia un virus a impedire il passaggio a una nuova primavera democratica.


*Sotto questo pseudonimo, da oggi su theblackcoffee.eu scriverà un globe trotter dei vecchi tempi, che ci racconterà il suo Oriente mai di maniera.

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