La terra dell’abbastanza

Cronache di una gioventù senza sogni

di Laura Sestini

Numerosi sono gli elementi sorprendenti di questo lavoro cinematografico, opera prima dei fratelli (gemelli) Damiano e Fabio D’Innocenzo, nati nel 1988 a Tor Bella Monaca, periferia di palazzoni popolari di Roma Capitale.

E proprio ipotizzando che si siano basati sui loro ricordi d’infanzia è presumibile che lo spunto scenografico che incornicia la storia di Mirko e Manolo, compagni di scuola e di quartiere, si ricolleghi alle periferie più irrilevanti e anonime che popolano l’Italia, oltreché tutte le grandi metropoli del mondo.

Ponte di Nona, dove il film è stato girato quasi totalmente – se si mettono da parte alcune scene in altrettante zone popolari di Roma, ormai iper-multietniche, situate intorno alla centrale stazione Termini – è la location perfetta per ambientare il contesto a cui si vuol dare voce. Un intero rione di edilizia popolare che, sebbene abbia palazzoni colorati per migliorare il nulla cosmico dal quale sono circondati, risulta comunque un’isola abbandonata, non solamente dalle istituzioni – basti guardare alla manutenzione delle strade – ma anche da Dio.  

I protagonisti principali, Mirko (Matteo Olivetti), occhi color del ghiaccio, incarnato chiarissimo e capelli rasati – connotati che tanto rimandano agli original skinhead di cui erano pieni gli stadi britannici qualche decennio fa (eludendo i riferimenti politici e trattenendo solo l’estetica) – e Manolo (Andrea Carpenzano), più longilineo, mediterraneo, con lunghi riccioli scuri sulla fronte, non sono interpretati da attori professionisti. Una scelta dei registi – sulla scia del neorealismo o del più recente Matteo Garrone – che risulta tanto azzardata quanto vincente; en plein che chiude il cerchio grazie alla perspicace decisione di utilizzare la spontaneità del linguaggio comune delle periferie romane – diffuso tra i giovani – scurrilità comprese, anche se ben calibrate.

Ponte di Nona – Roma Capitale

Naturalmente il luogo di nascita o di residenza, pur se molto degradato, non può giustificare gli atti che un individuo decida di compiere – con accezione negativa – durante la propria esistenza, poiché ciò deriva da un dedalo di elementi molto più articolati e strutturati – accumulati durante il trascorrere della vita. D’altronde sembra fin troppo ovvio che vivere in un tale ambiente – spesso privo di cultura e dove, in prevalenza, ci si arrabatta a sopravvivere alla giornata per avere un minimo introito con il quale sbarcare il lunario: tematica esposta attraverso il personaggio di Alessia (Milena Mancini), la madre di Mirko, unico personaggio femminile rilevante – possa condurre anche a esiti deprecabili e che ne sia un elemento facilitante.    

I due amici, si ritrovano, quindi, involontariamente responsabili di un grave episodio e con la necessità di ottenere il parere di un adulto. Perciò si rivolgono a Danilo (Max Tortora) – il padre di Manolo – il quale si dimostrerà un uomo poco avvezzo ad assumersi responsabilità paterne e, rispetto a leggerezza e superficialità, ne dimostrerà più di quanta ne potrebbero avere due sbarbatelli, o i due giovani protagonisti – tentando perfino di approfittare della situazione a proprio vantaggio e a scapito del figlio.

Ciò che il film induce a valutare è la tematica della famiglia con genitore unico o, all’opposto, della famiglia allargata – che lascia, in ogni caso, sempre qualcuno ai margini. Laddove gli adulti, invece di comportarsi responsabilmente, rivolgono le proprie attenzioni verso i nuovi compagni e/o figli, oppure verso attività che occupano la mente, persi nell’illusione di poter cambiare vita o di sentirsi meno soli (come nel caso di Danilo, che passa il suo tempo a giocare alle slot machine). Mentre i figli, percepiti come ‘abbastanza grandi’, non ricevono più le attenzioni di cui avrebbero, al contrario, necessità.

Tutti i personaggi vivono un po’ alla giornata – i giovani perché non hanno sogni da realizzare per il futuro; gli adulti in quanto, i sogni, li hanno già infranti da tempo. Solo Alessia – di cui sopra – anche se con fatica, sembrerà resistere a una vita che non regala soddisfazioni; sebbene nel finale, aggrappandosi a brandelli di morale, neppure lei emergerà vincente, e continuerà a subire, senza possibilità di redenzione, gli intrighi mentali che ella stessa si è costruita.

Ulteriore tema da approfondire e su cui riflettere è la leggerezza con la quale si può agire – dovuta alla noia, al senso o meno del dovere, a un possibile riscatto, alla paura o, al contrario, alla sensazione di essere qualcuno – che può portare a compiere gesti efferati, quale può essere un omicidio su commissione.

Eppure il valore della vita si crede sia insito nella vita stessa, fin dal primo vagito di un neonato, ma, banalmente, si dimostra – nel film come nella realtà – che questa è solo un’illusione.

Divagando dalla trama specifica del film, c’è da porsi la stessa domanda guardando ai giovani attentatori che, al grido di ‘Allahu Akbar‘, colpiscono senza alcuna compassione umana persone sconosciute. Il movente in quel caso sarebbe la religione, ma non si avverte la mimina differenza nella capacità di compiere tali gesti feroci tra coloro che lo fanno per fede e coloro che rivelano – come motore del crimine – una disarmante leggerezza. Mirko e Manolo agiscono così, come automi senza cuore e senza un briciolo di integrità psicologica ed etica. Un’umanità, la loro, completamente perduta.

Il film ha ottenuto numerosi riconoscimenti, nazionali e internazionali, tra i quali Miglior opera prima e Migliori registi esordienti nel 2018 ai Nastri d’Argento. Una pellicola che sbatte in faccia, senza filtri – e toccando nel profondo – la realtà quotidiana giovanile delle periferie italiane, grazie a una messinscena fortemente realistica, che vi aderisce persino nei ritmi piuttosto lenti che cadenzano esistenze prive di cultura o socialità autentica. È palpabile il disagio di giovani spaesati, privi del sostegno degli adulti, che a loro volta risultano sbandati e con carenze economiche, sentimentali o sociali.

Ottima la fotografia di Paolo Carnera e, da notare, il ruolo insolito per il cameo di Luca Zingaretti – che passa dalla parte dei fuorilegge.

Un’opera prima graffiante e melanconica, ma al contempo pregna di sensibile considerazione nei confronti di una società contemporanea degradata, povera di sentimenti e di solidarietà umana. Il film vale sia la visione sia i riconoscimenti ottenuti, e dimostra una volta di più come la distribuzione sia uno dei meggiori problemi del cinema di qualità nel nostro Paese.

I registi Fabio e Damiano D’Innocenzo

 

LA TERRA DELL’ ABBASTANZA (Italia 2018)

Regia, soggetto e sceneggiatura Fabio e Damiano D’Innocenzo

Produttore: Ivan D’Ambrosio

Produttore esecutivo: Agostino Saccà, Maria Grazia Saccà, Giuseppe Saccà

Casa di produzione: Pepito Produzioni

Distribuzione in italiano: Adler Entertainmanet

Fotografia: Paolo Carnera

Montaggio: Marco Spoletini

Musiche: Toni Bruna

Scenografia: Paolo Bonfini

Interpreti e personaggi

Andrea Carpenzano: Manolo

Matteo Olivetti: Mirko

Milena Mancini: Alessia

Max Tortora: Danilo

Giordano De Plano: Simone

Michela De Rossi: Ambra

Walter Toschi: Carmine

Luca Zingaretti: Angelo

Yan Lovga: Il Principe

 

 

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