La retorica della Riforma della Sanità targata Obama

Cuba, uno tra gli Stati con la migliore Sanità Pubblica e che sopravvive nonostante le sanzioni statunitensi – Foto di Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus

di Simona Maria Frigerio

Qualche anno fa il mondo intero (o almeno buona parte di quello più liberal e democratico) plaudì all’elezione del primo Presidente afro-americano nella storia degli Stati Uniti. Purtroppo, però, quell’euforia antirazzista fece perdere di vista il senso critico a molti e non si compresero (anzi, si fraintesero) diverse decisioni prese dall’amministrazione Obama. In primis, la cosiddetta Riforma della sanità che i media italiani tradussero come passaggio dal sistema delle assicurazioni private a un sistema pubblico di matrice europea (per quanto l’uniformità non esista nemmeno nel nostro continente).
In realtà, il cosiddetto ObamaCare non estendeva la copertura sanitaria a tutti, indipendentemente dal reddito, ma obbligava tutti i cittadini (pena il pagamento di una multa!) ad acquistare un’assicurazione, ovviamente privata. Mentre il programma federale per i più poveri, ossia Medicaid (Medicare è quello dedicato agli anziani), a seguito di una sentenza della Corte Suprema del 2012, veniva grandemente ridimensionato perché ciascuno Stato poteva o meno accettare gli aiuti federali, e laddove governavano soprattutto i Repubblicani si boicottava la Riforma adducendo che i fondi per Medicaid si sarebbero tradotti in una tassazione più alta per l’insieme dei cittadini.
Aldilà della retorica e dell’innamoramento per il primo Presidente afro-americano nella storia degli Stati Uniti, oggi nel Paese che, per molti, è il faro della democrazia, fare un tampone per il coronavirus costa tra i mille e i 4mila dollari, mentre in Corea del Sud, 130 (ed è gratuito se prescritto dal medico).
Ma si sa… con Obama gli svarioni li abbiamo presi un po’ tutti. Come quei signori che gli consegnarono il Nobel per la Pace, il 10 dicembre 2009, ignari di ciò che sarebbe successo in Libia o in Siria, e perfino del discorso che lo stesso avrebbe pronunciato a Oslo e in cui affermò: “Il male esiste nel mondo. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare l’esercito di Hitler. I negoziati non potrebbero convincere i leader di al Qaida a deporre le armi”. A parte la relatività del termine “male” (era male bombardare l’Iraq in base a informazioni false, ad esempio?), i talebani – per decenni terroristi e signori del “male” – oggi firmano un accordo con gli Stati Uniti per il ritiro di questi ultimi dall’Afghanistan.
Da amici a canaglie e ritorno.

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