La lunga discesa verso il baratro della Sanità pubblica italiana

Strumenti chirurgici usati durante l’American War in Vietnam –
Foto di Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus

di Simona Maria Frigerio

Nessun commento, solo i fatti.
Nel 1978 nasce il Sistema Sanitario Nazionale che dovrebbe finalmente garantire il diritto alla salute di tutti i cittadini italiani.
La prima Riforma è targata 1992. A fronte dei decifit di spesa della vecchia mutua, si risponde con aziendalizzazione, orientamento al mercato e regionalizzazione. Viene prevista l’intramoenia e il principio che, in base alle disponibilità economiche, si distribuiranno i fondi per i livelli essenziali di assistenza (dove è il termine essenziale a contare).
La Riforma-Ter giunge nel ‘99 firmata dalla Ministra alla Sanità Rosy Bindi. Le USL, da struttura operativa dei Comuni divengono Aziende e, come affermato da diversi giuristi, l’obbligo alla corrispondenza tra livelli uniformi d’assistenza e volume delle risorse disponibili inizia a implicare un affievolimento del diritto assoluto soggettivo alla salute.
Secondo la Fondazione Gimbe (realtà che non ha fini di lucro e si occupa della diffusione delle evidenze scientifiche), negli ultimi dieci anni sono stati tagliati circa 37 miliardi di euro di aumenti di spesa sanitaria. Nello specifico, nel 2012 il Governo Monti annuncia il taglio della spesa sanitaria prevista per i tre anni successivi in circa 25 miliardi di euro, mentre dal 2015 al 2019 altri 12 miliardi di aumenti previsti (per pareggiare l’inflazione e adeguare il sistema alle nuove necessità) sono cancellati.
Secondo l’Annuario Statistico del Servizio Sanitario Nazionale (pubblicato nel 2019 con dati riferiti al 2017), in dieci anni sono stati tagliati circa 200 istituti di cura (con un aumento in percentuale di quelli privati accreditati). In termini di posti letto siamo passati da 5,8 per 1000 abitanti nel ‘98 a 3,6 nel 2017. Mentre in terapia intensiva (citando l’Organizzazione Mondiale della Sanità) da 900 posti letto ogni 100 mila abitanti nei primi anni 80, abbiamo toccato i 275 nel 2013.
E veniamo al personale. Sempre a parere di più fonti ufficiali, i medici sono diminuiti, fra il 2008 e il 2017, del 6% (raggiungendo un meno 18% nelle regioni sottoposte a piani di rientro). E se per gli infermieri il calo è stato meno drastico (del 4% circa), essendo oggi 5,6 ogni 1000 abitanti, si può dire che ne mancano oltre 50 mila. Ultimo dato a confronto. La spesa militare. L’Osservatorio sulle spese militari italiane, che si avvale della collaborazione del Movimento Nonviolento, nel suo rapporto annuale, MIL€X 2017, afferma che la spesa militare italiana nel 2017 è stata pari a 23,3 miliardi (ossia l’1,4% del Pil), in aumento rispetto al 2006 di un buon 21%.
Quindi, mentre si tagliava nel settore sanitario per rispettare i vincoli di bilancio dell’Austerity (e persino prima), si è continuato a investire nella spesa militare. Forse per questo motivo, il 18 marzo a Bergamo, ci accorgiamo che non abbiamo ospedali e posti letto, medici e infermieri a sufficienza, bensì mezzi dell’esercito per trasportare le bare verso i crematori di altre regioni (ma niente retorica: anche in tempi normali, in Italia, bisogna aspettare settimane prima di veder cremati i propri cari).

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