La cucina di Salonicco. Per turisti? No, per migranti senzatetto

Pentoloni con il cibo pronto, colorato, profumato, saporito, a differenza di quello che viene distribuito nei campi (per chi ha la “fortuna” di potervi accedere)
Foto ©Giulia Torrini – riproduzione vietata

Quando un piatto caldo è un gesto naturale, ma solo grazie ai volontari internazionali.

di Giulia Torrini

Salonicco, 1 milione di abitanti, è oggi la città greca più popolosa dopo Atene. Affacciata sul Mar Egeo, questa splendida metropoli ha visto il passaggio di Romani, Bizantini e Ottomani, le cui opere affollano i meravigliosi musei. Una città europea, che negli ultimi anni è diventata anche luogo di passaggio verso la rotta balcanica, e di sosta forzata per i moltissimi giovani migranti ormai senza futuro, che usano la Grecia come primo approdo in Europa, sperando di raggiungerne i paesi più ricchi.

Già, perché un paese sfinito dalla Troika non ha molto da offrire neanche ai propri abitanti, figuriamoci a chi cerca lavoro per costruire una nuova vita. Ma di fatto, è  il primo stato Ue che si trova davanti chi ha il coraggio di lasciare la Turchia, rifugio per ormai 4 milioni di disperati, frutto a sua volta della destabilizzazione del Medio Oriente (per mano militare si intende) e delle reiterate aggressioni condotte dallo stesso sultano Erdogan, il quale ultimamente ha letteralmente “aperto le frontiere in uscita” per liberarsi di questi rifugiati improduttivi, che non gli fruttano più un centesimo da Bruxelles.

Chi di questi non tenta di raggiungere le isole via mare, con canotti di fortuna, per poi rimanere bloccato in un labirinto burocratico senza fine tra Lesbos, Samos o Chios, sceglie di attraversare la terraferma per poi proseguire verso Nord-ovest, verso i Balcani. Le rotte possibili passano poi principalmente dall’Albania, dalla Bulgaria (conosciuta per avere una delle più feroci polizie di frontiera) oppure dalla Macedonia del Nord, attraverso la tragicamente conosciuta stazione di confine di Idomeni, dove nel 2016 è stata sgomberata con metodi alquanto brutali, la famosa “giungla” che ormai vedeva ammassate quasi 9mila persone in attesa di passare la frontiera e proseguire verso il sogno di una vita migliore.

Qualsiasi percorso scelto porta quindi a transitare dalla Bosnia, tappa quasi obbligata prima di tentare l’ultimo “game”, come lo chiamano i ragazzi: il “gioco” che spesso ferisce a morte chi tenta di attraversare in un solo colpo Croazia e Slovenia, oppure gli fa raggiungere, finalmente, Trieste.

Siriani, curdi, afgani, iracheni, tutti giovanissimi, tentano questo percorso infinito, l’unico possibile per raggiungere l’Europa ricca. Illegale, ovviamente, poiché nessuna alternativa oggi consente, nemmeno a un profugo di guerra, di scegliere in quale paese fare richiesta d’asilo. E così, insomma, nel lungo cammino di speranza, per moltissimi la tappa di Salonicco è quasi obbligatoria.

I senzatetto migranti di Salonicco in una distribuzione di cibo all’aperto
Foto ©Wave -Tessaloniki

Sono arrivata per la prima volta in questa metropoli piena di storia nel 2018, con un gruppo di amici che è poi diventato un comitato di volontari dal nome Filomè, sono tornata nel 2019 e con questa piccola famiglia composta da gente di ogni età e storia personale, continuiamo a seguire molti progetti in loco. In particolare, al centro dei nostri impegni c’è la cucina, nata dalla determinazione di chi crede che un pasto caldo non si debba negare mai a nessuno, specialmente a chi dorme in strada, privato dei diritti fondamentali.

La cucina è un luogo in cui si preparano ogni giorno centinaia di porzioni di cibo, spesso vegano, per andare incontro alle esigenze di tutti, perché è più economico, e perché è estremamente etico. Lo si prepara per i senzatetto migranti che non hanno accesso a nessun altro tipo di accoglienza. Invisibili, dimenticati.

Quando ti ritrovi a rimestare in grandi pentoloni, e a preparare porzioni singole per poi distribuirle in strada, incontrando queste persone, non puoi più essere indifferente. Il profumo delle spezie spesso li porta indietro, li fa commuovere. Nelle brevi parole di saluto qualcuno ti racconta un po’ del suo viaggio, ti mostra le ferite. Le volontarie “adulte”, vengono sempre chiamate “mama”.

Nel nostro percorso alla scoperta del nord della Grecia (quella che loro definiscono ancora Macedonia) abbiamo visitato molti centri accoglienza, e distribuito cibo secco (il cosiddetto dry food), anche a chi si trova chiuso in queste prigioni a cielo aperto targate UNHCR e OIM.

Campi profughi con tende al posto dei container, strapieni di giovanissime madri siriane, con gli occhi ancora pieni della guerra di Aleppo, Homs, Palmira. I bambini, che costituiscono quasi sempre almeno la metà dei profughi che incontriamo in quelle situazioni, dolcissimi, febbricitanti, affamati. Le donne yazide, in un centro dedicato – che le accudisce isolandole dal resto del mondo – a pochi chilometri dalla Bulgaria, dove non possono che ringraziare, ma dove di certo non potranno costruire un futuro autonomo.

Il campo profughi di Diavata, alla periferia di Salonicco, che ospita circa 5000 persone
Foto ©Giulia Torrini

E poi lei, la cucina. Itinerante, precaria, sempre sul punto di trasferirsi ogni volta che un nuovo problema è in arrivo. E un gruppo di volontari mai stanco di ricominciare, per distribuire un pugno di riso a chi ha i buildings, gli squat (immobili in disuso), come giacigli per la notte. Respinti dai campi perché le famiglie hanno la precedenza, certe nazionalità ormai sono rifiutate addirittura dagli aiuti umanitari, perché tanto un documento, non lo avranno mai.

Sono centinaia di nordafricani, marocchini, tunisini, algerini: sperduti, respinti, più volte rimpatriati. Assurda storia quella dei respingimenti, quasi una beffa: molti di loro, una volta espulsi, con un semplice volo direzione Istanbul raggiungono illegalmente la Grecia, per l’ennesima volta, in questa città nella quale hanno una speranza di sopravvivere anche grazie ai volontari, che qui hanno costruito una rete fortissima. E te la raccontano con naturalezza, molti parlano italiano. Una giostra macabra, mentre l’Europa erige muri e programma inutili accordi di rimpatrio, per altro a spese dei contribuenti.

Qui a Tessaloniki le associazioni sono radicate, gestiscono centri di raccolta e “warehouse” che catalogano abiti e cibo donati da privati o aziende, destinati ai campi profughi circostanti la città, ma soprattutto alla miriade di senzatetto che si aggira per le strade. Sono loro, gli homeless, che ogni giorno, da diversi anni, possono contare su un pasto caldo, informativa legale e cure mediche gratuite.

Il gruppo di volontari internazionali che gestisce questo progetto, ruota attorno ad alcune figure chiave che hanno deciso di dedicare la loro vita a questo per un periodo più o meno breve: la tedesca Justina, l’inglese Hope, e il nostro amico Francesco, romagnolo d’origine e greco d’adozione. E poi spagnoli, svedesi, francesi. Provengono da tutto il mondo i ragazzi e le ragazze pronti a rimboccarsi le maniche per affettare verdure e mescolare il riso. Lo fanno per un paio di settimane, come noi, oppure per alcuni mesi. Gratuitamente, e con impegno quotidiano ripagato dai sorrisi di chi è abituato a non avere niente. Con il sole cocente di agosto, e con la neve di gennaio.

Oggi il progetto ha un nuovo nome rispetto al passato: si chiama Wave, un’onda positiva e umana.

Volontari all’opera nella cucina di Wave
Foto ©Wave – Tessaloniki

Wave fornisce dai 200 ai 500 pasti al giorno, a seconda del picco di affluenza in città. Il cibo si compra con le donazioni, e si raccoglie dai commercianti dei quartieri che spesso regalano pane, verdura, frutta.

Wave non chiede documenti, non fa controlli legali. Regala un piatto caldo a chi magari non mangia da ore, a chi ha dormito in strada, a chi è ferito o semplicemente stanco.

Il cibo all’inizio si è distribuito in strada, dal vano posteriore di una vecchia BMW, con notevoli disagi in inverno per la scarsa illuminazione, le proteste dei vicini per gli assembramenti a volte molesti e per il freddo pungente.

Distribuzione in strada. Ai ragazzi viene consegnato un numerino e viene richiesto di mantenere l’ordine in fila. A ognuno viene consegnato una porzione di cibo caldo, un bicchiere d’acqua e se disponibile, un po’ di pane o un frutto
Foto – ©Wave Tessaloniki

Con l’espansione del progetto – grazie alle donazioni – finalmente dal 2019 si è potuto affittare uno spazio al chiuso, in zona periferica, in modo che i ragazzi possano sedere qualche minuto in un luogo caldo e accogliente, ed essere curati dalle infermiere di Medical Volunteer, che offrono cure gratuite.

Qui si tengono d’occhio i tantissimi minori ai quali si prova a dare sostegno legale. La differenza dalla distribuzione in strada è palese: non solo c’è meno tensione, ma si facilita il dialogo e si dà loro una parvenza di normalità. Mangiano seduti, spesso rilassati si addormentano, perché si sentono al sicuro. Uno dei momenti più difficili, è proprio doverli svegliare da quel sonno pacifico per dire loro che ahimè, era l’ora di tornare in strada.

Lo spazio al chiuso adibito ad accogliere, arredato con materiale di recupero. Qui si organizzano lezioni di lingua inglese, momenti di incontro, e si distribuisce il cibo ogni giorno dalle 18 alle 20. Accanto alla sala grande, un ambulatorio ospita le infermiere e le dottoresse di Medical Volunteer, dove si offrono cure gratuite e consulenze
Foto – ©Giulia Torrini

Oggi, in piena emergenza Covid, si scende nuovamente in strada a causa delle distanze imposte dalle regole di contenimento del virus, che ovviamente non ha risparmiato neanche la Grecia.

Si distribuisce lo stesso, anzi, si regalano anche mascherine e prodotti per sanificare. Ma si è persa l’abitudine della sosta e dello scambio di parole, che a volte è più importante del semplice cibo, e speriamo che presto potranno riprendere a usare lo spazio comune.

E’ Justina a ricordarmi la mission del progetto: “In un periodo di campi troppo pieni, chiusure delle frontiere e crescente violenza nei confronti dei gruppi di transito irregolare da parte delle autorità, il nostro lavoro è diventato più importante che mai. Cerchiamo di ripristinare la dignità e di essere solidali con le vittime della crisi che molti hanno dimenticato. La maggior parte dei nostri beneficiari sono giovani single provenienti da paesi come Afghanistan, Pakistan, Algeria, Marocco, Iraq, Siria, Tunisia.

Non ci sono altri servizi disponibili per questo gruppo di migranti e siamo uno dei pochi posti in città in cui possono accedere ai servizi senza documenti. Lavoriamo quotidianamente per fornire a questo gruppo le loro esigenze essenziali: un pasto caldo, informazione, abbigliamento invernale e articoli per l’igiene, collaborando a stretto contatto con team come Medical Volunteers International, Mobile Information Team e ARSIS per coordinarci sulla fornitura di servizi per le necessità primarie come assistenza medica, consulenza legale e assistenza ai minori non accompagnati.

Da adesso andremo avanti come organizzazione registrata sotto l’egida di Human Aid Now.

La distribuzione ai tempi del Covid- 19
Foto – ©Wave Tessaloniki

Da adesso in poi andremo avanti come organizzazione registrata sotto l’egida di Human Aid Now.

I volontari sono benvenuti, sempre, soprattutto in bassa stagione. Salonicco non è solo una città splendida, dove passeggiare in riva al mare e gustare la Grecia della terraferma, ma è anche il fulcro di un sistema in cui porgere un piatto caldo ha ancora il valore di necessità e urgenza, senza porsi altro che la domanda: hai fame?

Le pagine Fb da cui potete predere info e contatti:

Filomè: https://www.facebook.com/filomefratellanzaikhaaonlus/Wave – Tessaloniki: https://www.facebook.com/WaveThessaloniki/

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