Italiani brava gente?

Egitto, i relitti dei migranti e quelli turistici – Foto di Simona Maria Frigerio

Non siamo porto sicuro nemmeno per i rifugiati

di Simona Maria Frigerio

Sono settimane che leggiamo e ascoltiamo i ringraziamenti, per gli aiuti all’Italia, del Ministro degli Esteri Di Maio a questo o a quel Paese – alcuni dei quali, come la Turchia, non certamente esemplari per il loro comportamento in fatto di diritti umani e libertà civili e d’informazione. Dall’Albania a Cuba – Stati spesso vessati da sanzioni o da razzismi tutti nostrani – in molti ci hanno letteralmente porto la mano, fornendoci con una liberalità rara medici e/o attrezzature.

Per settimane i mass media ci hanno investiti con la retorica del diritto dell’Italia a essere aiutata. Italia incolpevole del flagello virale (a differenza della Grecia che, sempre secondo politici e stampa, si era voluta le misure draconiane che l’hanno portata una decina d’anni fa alla bancarotta: http://www.theblackcoffee.eu/di-cosa-parliamo-quando-parliamo-di-mes/). Bel Paese patria di santi e marinai, poeti e scienziati, fucina della ricerca, crogiolo dell’arte, culla della civiltà. Forse dimentichi che il primo settore a essere stato chiuso in Italia, in quanto superfluo in tempi di coronavirus, è stato proprio quello della cultura; mentre i nostri ricercatori emigrano all’estero insieme alle sedi legali delle aziende in attivo (ultima in ordine di tempo la Campari) e in entrambi i settori – arti e ricerca – abbondano i precari.

Ma in questo clima di riconciliazione nazionale creato ad hoc per inculcarci il diktat #Iorestoacasa e non farci dubitare che se in Italia i positivi sono così tanti e i morti altrettanto potrebbe essere colpa delle scelte politiche e non dei runner (basti vedere i grafici relativi alla mortalità in Europa per capire che qualcosa non quadra: http://www.theblackcoffee.eu/dati-e-cifre-capire-la-pandemia-aldila-della-retorica/), i social si sono infarciti di frasette elegiache in cui ci si auspicava un futuro di buoni sentimenti. E se di fronte alla chiusura di porti e aeroporti in faccia ai nostri migranti di lusso – ossia turisti da crociera e viaggio organizzato – ci si indignava, non mancavano quei pensierini in voga su FB del genere: “ve ne ricorderete quando i migranti busseranno alle nostre porte”.

Ovviamente no. Gli italiani hanno la memoria corta e se potremmo imputare a demenza senile o ignoranza in materie storiche dimenticare il meridionale emigrato nelle Americhe a inizio del Novecento, o Oltralpe negli anni Cinquanta, nessun vizio mnemonico si può addurre verso le poche settimane trascorse. 

Come sbattiamo la porta in faccia ai migranti
Il decreto, firmato dai ministri Luigi Di Maio (Esteri e, guarda caso, Cooperazione Internazionale), Luciana Lamorgese (Interni), Paola De Micheli (Infrastrutture) e Roberto Speranza (Sanità) (https://www.avvenire.it/c/attualita/Documents/M_INFR.GABINETTO.REG_DECRETI(R).0000150.07-04-2020%20(3).pdf), che ci dà il buongiorno in questo solare 8 aprile, e che giunge oltre due mesi dopo la dichiarazione dello stato di emergenza – “in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza” del coronavirus, del 31 gennaio scorso – pare l’ennesimo regalo alle paure e alla pancia degli italiani. Quelle paure coltivate – da destra e da sinistra per anni – contro i migranti, la diversità, la non omologazione a una status quo fondato sull’indifferenza e l’egoismo.

Ma entriamo nel merito, prima della forma e poi della sostanza
A livello retorico – in un Paese dove il Premier spreca, per la seconda volta nel giro di poche settimane, termini guerrafondai come “potenza di fuoco”, prima per il Mes e ora per semplici garanzie nei confronti di eventuali prestiti bancari alle aziende medio-grandi – il decreto interministeriale si rifà ai migliori testi prodotti dalla nostra civiltà. Si apre infatti citando la Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione di Ginevra relativa allo statuto dei rifugiati e persino la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del mare.

Dopo tale preambolo roboante e la citazione dei vari decreti succedutisi in tempo di coronavirus cosa decide il nostro Governo nella sua lungimiranza? Semplicemente che non potendo fornire ai rifugiati un “luogo sicuro”, tenendo conto “della situazione di emergenza connessa alla diffusione del coronavirus”, “le attività assistenziali e di soccorso… possano (da intendersi: debbono) essere assicurate dal Paese di cui le unità navali battono bandiera”.

Il decreto nei fatti
Sembrerebbe, nonostante la dilazione dei tempi di reazione, una misura ragionevole. Ma lo è davvero?
Partiamo dalle situazioni di minaccia alla vita e alla libertà nelle quali si trovano i rifugiati, spesso in fuga da Paesi destabilizzati dalle politiche occidentali o bombardati con i nostri armamenti. Poi consideriamo il periodo, più o meno lungo, trascorso dagli stessi in quei campi profughi libici che, a giugno del 2019, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi, dichiarava essere: “veri e propri campi di concentramento”. Dove l’UNHCR stava “cercando di portare via il maggior numero di persone possibile”. E chiediamoci perché il nostro Paese, di fronte a tanto orrore, finga di preoccuparsi della sicurezza dei rifugiati, dirottandoli verso altri Stati europei (che, a detta italiana, dovrebbero essere più sicuri, in quanto esenti dal coronavirus).

Facciamo adesso, fuor di retorica, riferimento a un caso specifico, al centro del dibattito politico di questi giorni. Ossia quello della Alan Kurdi, nave con 150 naufraghi a bordo, che si trova nel Mediterraneo e batte bandiera tedesca. Poi compariamo i positivi da coronavirus italiani a oggi, 8 aprile, ossia 135.586, a quelli tedeschi, 107.663. Rilevate forse tali differenze da giustificare il nostro lavarci le mani di fronte alle necessità di altri esseri umani? Comportamento ancora più scorretto, eticamente e ideologicamente, in un momento in cui alcuni land tedeschi si sono resi disponibili ad accogliere alcuni nostri pazienti positivi al Covid-19. 

Ma si sa: tutto è dovuto a noi italiani. 

Conclusioni sempre più amare su questa nostra Italietta
In questi anni, come giornalista, ho sempre cercato di mantenere un certo distacco nei confronti dei fatti da me analizzati. Ma questo articolo non posso che chiuderlo con il refrain a cui ci ha abituati il Ministro Di Maio, ossia che al termine della pandemia gli italiani si ricorderanno di coloro che li hanno aiutati – o meno.

Per quella legge del contrappasso, di dantesca memoria, che già ci ha puniti per la scelta miope e inutile di chiudere i voli diretti con la Cina, un giorno anche coloro che oggi respingiamo dal nostro suolo, si ricorderanno di noi italiani.

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