Il teatro. Ultimo capitolo?

Elena Bucci, foto GZPictures, ©Gianni Zampaglione, riproduzione vietata

La testimonianza di Elena Bucci, l’abbandono di Teatro i, lo spiraglio di Kilowatt

di Simona Maria Frigerio

Partiamo dal presente. Elena Bucci, cofondatrice di Le Belle Bandiere (con Marco Sgrosso) e splendida interprete del Teatro di Leo, risponde alle domande che abbiamo proposto nell’ultimo mese ad attori, operatori, compagnie. La prima verteva su quali strumenti gli siano venuti in aiuto in questo periodo di forzata chiusura a causa del coronavirus.

Elena Bucci: «La nostra Compagnia è molto attiva e di norma offre lavoro a diverse persone, anche grazie al sostegno che deriva da lunghe e solidali collaborazioni ai nostri progetti da parte di Enti e teatri, ma ha una struttura che non ci ha consentito di attivare cassa integrazione, non ha contributi dal Fus, ma forse potrà accedere ai fondi extra Fus. Continuiamo a pagare le bollette e le spese dei nostri luoghi di lavoro e l’affitto di un magazzino. Non abbiamo lasciato in sospeso nessun pagamento da noi dovuto ai collaboratori. Per quanto riguarda me, ho avuto diritto al bonus e ho attivato la pratica per il sussidio di disoccupazione. Continuerò a rispondere mettendo in relazione le difficoltà del momento con le scelte conseguenti e con la mia storia nel teatro, non per malattia autoreferenziale spero, ma perché non vorrei scindere le questioni economiche da quelle poetiche e dalle scelte che ne derivano. I temi sono talmente grandi, difficili e importanti che posso affrontarli solo prendendomi la responsabilità di esprimere tutto il mio pensiero, in tutta la sua parzialità. Non ho intenzione di scrivere manifesti, ma in occasione di questa rivelatrice sospensione del lavoro, che ha interrotto una corsa senza pause, mi sto interrogando in profondità su cosa mi corrisponda o meno e in ogni atto pubblico come questo riferisco di quanto sto sperimentando. Ecco! Siete avvisati!».

A questo punto Elena continua e i lettori sono avvisati: «Sono fortunata: nonostante venga da un piccolo paesino e da una famiglia di insegnanti che nulla avevano a che fare con il teatro, lavoro da quando avevo vent’anni in splendida compagnia, a partire da quella di Leo de Berardinis. Poiché ho una passione sfrenata per il teatro in tutte le sue possibili accezioni, da quella artistica a quella antropologica, educativa, civile, curativa mi sono spesso lanciata con curiosità e impegno in molte direzioni, cercando di capire la matrice più profonda e antica di quest’arte misteriosa che per me coincide quasi con la vita. Per carattere ed educazione, certo sbagliando, mi è sempre stato difficile pretendere sostegno e aiuti per il mio particolare lavoro, anche se ritengo una giustissima conquista della modernità che le arti siano tutelate dal nostro Stato senza il quale sarebbe impossibile tenere in piedi il sistema spettacolo. Tutte le volte che mi sono sentita in conflitto con il mio senso etico e i miei desideri e aspirazioni, ho cercato di individuare pacifiche alternative di deviazione, spesso rinunciando a belle occasioni di visibilità e di guadagno. Ho cercato di adeguare le mie conoscenze tecniche, organizzative e amministrative ai progetti che andavamo disegnando. Così ho fondato, con Marco Sgrosso, la nostra Compagnia e ho abbandonato le città per luoghi più nascosti, come Russi, in Romagna, dove sono nata e dove ha sede la Compagnia. Qui, attraverso laboratori, spettacoli e con l’aiuto di molte persone, abbiamo riaperto al pubblico molti spazi della memoria abbandonati – tra i quali il fatiscente Teatro Comunale, chiuso da vent’anni. Abbiamo scatenato un movimento virtuoso di istituzioni, cittadini di ogni censo, età e credo politico, associazioni, e il Teatro è stato riaperto. La direzione è stata affidata prima alla direzione del Teatro Rossini di Lugo e poi ad Ater, sempre in collaborazione con il Comune di Russi. Noi possiamo entrarvi a fare le prove, in accordo con l’amministrazione e vi abbiamo presentato molte delle nostre anteprime, tra l’affetto e il seguito del pubblico. Per varie ragioni che non voglio analizzare, non abbiamo mai avuto la possibilità di valorizzare il nostro lavoro di produzione, programmazione e formazione attraverso un progetto di residenza sancito da una convenzione. Così ho preferito indirizzare le nostre energie in altre direzioni, senza mai sollecitare con insistenza un incremento di quei finanziamenti istituzionali che abbiamo ottenuto da parte della Regione Emilia Romagna e dal Comune di Russi, e che, pur essendo fondamentali, hanno tuttora un’entità che lascia in pace le nostre coscienze. Abbiamo sempre pensato che il lavoro programmato di Stagione in Stagione avrebbe garantito noi e i nostri collaboratori. Non avrei mai immaginato un evento di questo genere, anche se, come tanti, sentivo da tempo come il mondo era finito ‘fuori dai cardini’ – secondo modalità inedite che stanno corrodendo le energie del pianeta, i valori delle comunità, la ricchezza delle relazioni in funzione di una corsa alla produzione e al veloce consumo che ha permeato ogni attività, anche quella artistica e di formazione. Sentivo come paralizzato il dialogo tra la politica e tutte le forze che si integrano nel garantire la salute di una comunità, dalla sanità alla scuola, dalle arti all’economia, dalla scienza alla filosofia, all’etica, allo spirito religioso e di servizio. Ma non avrei mai immaginato che un virus potesse bloccare il mondo, illuminandone il brutto e il bello, come spesso accade nei momenti di forte crisi. Ho avvertito il contraccolpo della chiusura dei teatri, ma non ho mai smesso di reagire, lavorare, studiare, pensare. Forse l’ho fatto con più profondità. Ora sento con certezza quanto un evento come questo e le corrispondenti reazioni rendano difficile il salto nel vuoto che ho sempre tentato per superare le difficoltà: siamo ora chiamati a un’azione che, pur rispettando le differenze, deve essere collettiva. Lo stato delle cose è messo a nudo. La crisi della relazione tra il mondo artistico e organizzativo delle arti, la politica, il pubblico, i grandi mezzi di comunicazione era già presente, ma è precipitata, facendo sì che il teatro sia stato spesso addirittura dimenticato nella lista dei beni culturali di una società. La fragilità della condizione degli artisti e di altri professionisti dello spettacolo è evidente, specialmente se confrontata con altre professionalità dello stesso e di altri settori. Dopo questa sospensione e la relativa presa di coscienza, nonostante gli aiuti dello Stato, nonostante i contributi straordinari e l’impegno, non sarebbe logico tornare al vecchio sistema senza tentare un rinnovamento».

Quali interventi, normativi ed economici, vi necessitano per riprendere l’attività?
E.B.: «È molto importante sapere di poter contare sui contributi della Regione Emilia Romagna e del Comune di Russi di Ravenna già previsti e che saranno reinvestiti nelle nuove attività. Le istituzioni di questa regione hanno lealmente confermato il loro impegno verso arti e cultura. L’integrazione extra Fus aiuterebbe a riprendere anche le consuete relazioni con i collaboratori, a partire dai tecnici audio e video, di solito sostenute dalle produzioni degli spettacoli. Alcuni teatri come il Centro Teatrale Bresciano, con il quale collaboriamo dal 2005, non ha mai interrotto il suo solidale e costruttivo dialogo con noi e abbiamo ragionato insieme sull’evolversi degli eventi e su come riprogrammare prove e spettacoli. Da parte nostra abbiamo immediatamente adeguato la nostra attività alla nuova situazione, dedicandoci al già programmato lavoro di riordino dell’archivio della Compagnia e alla narrazione della sua storia che diventa anche quella di altri gruppi, artisti, luoghi ritrovati, spettacoli, persone, mestieri perduti. Ci siamo occupati dell’apertura di nuovi siti e blog, del potenziamento delle attività di creazione di opere audio e video, scrittura, videoconferenze, studio e formazione a distanza. È stata decretata la riapertura dei teatri il 15 di giugno e ne siamo contenti e sollevati, ma sarebbe decisivo che si potesse concertare con tutte le istituzioni e i teatri stessi un progetto di riapertura graduale e di recupero e rinnovamento delle attività di prova, studio e spettacolo, nuove e annullate, sempre con la massima attenzione alla salvaguardia della salute di tutti. Sentiamo il rischio che gli attuali protocolli, che non ho alcuna competenza per valutare e non discuto, possano essere praticati soltanto da grandi teatri garantiti, lasciando a molti altri luoghi di programmazione e produzione solo la possibilità di chiudere. L’attuale mancanza di definizione di strategie comuni disorienta e tarda a creare quella coesione che è indispensabile, non solo a causa della situazione attuale, ma per quello che ha rivelato: la necessità di ricostruire un sistema spettacolo basato sulla qualità del lavoro e sul rapporto autentico con il pubblico, indipendentemente dai numeri e dalle attuali classificazioni di merito».

Non pensate che sia mancato un forte coordinamento in questi anni per rivendicare, aldilà del valore culturale e artistico del vostro lavoro, una serie di normative che riconoscessero in pieno il mestiere del fare teatro – parificandolo a qualsiasi altra occupazione? 
E. B.: «Abbiamo assistito, nonostante la resistenza di teatri gestiti con passione e grande spirito di collaborazione con gli artisti – come quelli con i quali stiamo, al presente, lavorando – a un progressivo adattarsi del nostro lavoro alle modalità della politica e del mercato. Si sono create divisioni tra le generazioni, Compagnie sempre più piccole, tempi di prova sempre più ristretti, mentre fare teatro significa anche trasmettere saperi dai più vecchi ai più giovani, accordare molte persone diverse in una sola ricca melodia. E il pubblico, nonostante riconosca subito la qualità, spesso non ha gli strumenti per capire come esigerla. Sarebbe bello che televisione e rete non si proponessero di sostituire l’esperienza dal vivo, ma si adoperassero di più, come a volte accade, per dare informazioni agli spettatori sui teatri e le Compagnie più diversi e sulle loro tecniche e modalità. Sono certa che il pubblico ne sarebbe incuriosito e contento. Abbiamo anche sperimentato un progressivo allontanamento degli artisti dalle strutture dei teatri, vissute molto di più da organizzatori, tecnici e impiegati di vario livello, che spesso lavorano benissimo, ma a volte senza un diretto contatto con le Compagnie. Queste, che vi hanno accesso per progetti decisi di volta in volta e spesso estemporanei – sempre salve le virtuose eccezioni di teatri che riescono ad avere cura della continuità dei progetti –  raramente hanno l’occasione di integrarsi, come vorrebbe il lavoro del teatro, con il personale tecnico e organizzativo, con il pubblico stesso. Il tempo è sempre troppo poco e, come ho già detto, spesso tutto il mondo del teatro si trova a doversi adeguare a schemi di produzione che non gli appartengono e che sono per esso nocivi. Ne deriva una sensazione di generale solitudine e divisione che può generare sfiducia nella capacità dell’arte di influire sulla vita emotiva, sociale e civile della comunità. Non si ha più casa, non si ha più ruolo, non si ha più il governo della scansione della propria vita creativa, si fatica a ritrovare la propria tribù, spesso con lo sguardo troppo basso. Molti si rifugiano in un modo di vivere e operare appartato e comunitario, a volte anche ai margini, purché sia dignitoso e continuativo. Molte libere esperienze erano già in difficoltà prima della pandemia, benché avessero un costo minimo e una grande utilità e mi pare siano ora ancora più in pericolo, insieme ad altri luoghi più grandi e forti, ma sempre fragili per la loro indipendenza e strenua ricerca della qualità. L’arte vera deve respirare, e i grandi direttori e operatori del teatro lo sanno bene. In questo momento credo che sia necessario unire tutte le forze per difendere le arti da un sistema volto solo al consumo, che nutre la ricchezza di pochi a spese della povertà di molti. Parlo di quello spazio di creazione e sogno dove conduce l’arte quando è autentica e sincera, quel luogo che spinge a desiderare un bene comune, non a spendere soldi per colmare l’angoscia; ad ampliare lo sguardo e ad allargare le braccia per accogliere, a cambiare il proprio modo di vivere rinunciando al superfluo, ritrovando una sobrietà che ci conduca verso un traguardo di solidarietà con i più fragili e alla salvezza del pianeta. L’arte non può connivere con questo sistema, non può eludere i suoi compiti più alti: rendere magica la vita quotidiana, innescare utopie più vere della povera realtà ridotta a materia e denaro. Non può dimenticare la sua origine sacra, la sua funzione catartica, la sua potenza nel creare vicinanza e fratellanza, nel creare consapevolezza e abbattere barriere e bugie. Forse dovrà nascondersi lontano da dove si gridano o sussurrano bugie, forse soltanto così potrà in punta di piedi passare alle generazioni future. Un potere sovversivo, profetico e trasformativo dell’arte è innegabile e prezioso: fa meritare una sepoltura fuori dalle mura, ma anche i palcoscenici delle corti e dei principi, fa creare luoghi sacri per le arti e induce a temerle e a volte a contrastarle. Chi pratica il teatro si trova tra le mani un patrimonio antico e sempre nuovo consegnatoci dai maestri e dalla storia: possiamo farne spettacolo limitato al solo divertimento e chiuderci in noi stessi oppure continuare a studiare, a credere e a cercare di incontrare il pubblico di ogni età perché conosca e senta la forza di quest’arte al di là dei pregiudizi, spesso dovuti alla notorietà di un solo tipo di spettacolo, quello dei ‘nomi famosi’, a volte non all’altezza della loro fama televisiva e del loro compito».

Pensa che la società civile sia conscia che il vostro è davvero un lavoro e non un hobby?
E.B.: «Mi pare che in questa emergenza le arti e la cultura abbiano offerto a tutti coloro che erano chiusi nelle loro case nutrimento allo spirito e all’immaginazione, possibilità di divertimento di ogni genere, altissimo ed elementare, compagnia, conforto, consolazione nel senso più alto, elementi di riflessione e strumenti per la comprensione e la trasformazione delle esperienze che stiamo vivendo. Mi pare ragionevole che coloro che dedicano la vita a raccontare come le vita di tutti sia un romanzo unico e meraviglioso meritino un posto nella comunità; forse il valore e l’armonia di una comunità si deducono anche dal posto dedicato agli artisti e da come meritano o non meritano di occuparlo, se conformandosi o cercando il vero. Di certo le richieste in questi mesi sono state molte: video, registrazioni, videoconferenze, scritti. Anche tutto questo ha rivelato molte cose. Che non dirò qui, perché sta diventando materia di una scrittura nuova!».

San Pietroburgo (Leningrado), il teatro privato di Palazzo Yusupov – Foto di Luciano Uggè

La situazione evolve ma il teatro boccheggia
Nonostante una crisi dei consumi che ha falcidiato 400 mila posti di lavoro solo in Italia tra marzo e aprile – secondo l’Istat; e ritardi inspiegabili nella ripresa, come l’obbligo di prendere appuntamento per andare in banca, o casse integrazioni e bonus non ancora versati ai lavoratori e alle lavoratrici, o ancora il moltiplicarsi di aziende che dichiarano esuberi; la situazione è comunque mutata. Non solamente perché i dati epidemiologici positivi hanno permesso una riapertura delle attività manifatturiere e commerciali (almeno sulla carta), ma soprattutto perché il Dpcm del 17 maggio scorso ha fissato come data per la riapertura di cinema e teatri il 15 giugno e, contemporaneamente, ha deciso i cosiddetti parametri di sicurezza. In primis il fatto che nessun evento possa essere fruito da più di 1.000 persone all’aperto e 200 al chiuso. Parametro applicabile a una gestione teatrale?

Decisamente no, anche perché il limite massimo va riparametrato sulla reale capienza della sala e così leggiamo con grande dispiacere la dichiarazione dei condirettori di Teatro i (punta di diamante della ricerca milanese), Francesca Garolla, Federica Fracassi e Renzo Martinelli, che preannuncia problematiche che si faranno ineludibili in autunno: “Lo Stabile di via Gaudenzio Ferrari non riaprirà i battenti a giugno 2020, come tante realtà medio piccole che formano la costellazione del panorama teatrale italiano. Le misure di contingentamento, falciando le sedute dei piccoli teatri, rendono di fatto la nostra attività poco sostenibile, sottraendole senso progettuale (una sala di 80 posti per soli 12 spettatori, che potrebbero assistere, nella migliore delle ipotesi, a tanti monologhi). Le caratteristiche del nostro piccolo spazio, nell’osservanza di tutti i protocolli, renderebbero punitiva l’esperienza comunitaria che è il teatro: impossibile l’accoglienza del pubblico nel foyer, il lavoro dei nostri collaboratori in ufficio, la gestione degli artisti sul palco. Insostenibile economicamente la sanificazione quotidiana di tutti gli ambienti per quel necessario ‘distanziamento sociale’ che noi, lavorando alla costruzione di comunità, troviamo più corretto definire come ‘distanziamento fisico’”.

L’alternativa all’aperto e le proposte festivaliere
D’altro canto chiunque abbia un minimo di conoscenza del mondo teatrale (ma non ci è dato sapere chi abbia proposto al Governo tale data e tali misure) sa che a giugno la Stagione teatrale è già conclusa – e predisporne un’appendice con un preavviso di un solo mese è impossibile. L’unica via praticabile è dirottare gli sforzi su un minimo di repertorio e su manifestazioni all’aperto. In questo senso possiamo segnalare – al momento – le iniziative, da una parte di Pacta Salone e fACTORy32 a Milano, e dall’altra la nuova edizione di Kilowatt Festival che garantirà 7 giorni di spettacoli in quel di Sansepolcro, dal 20 al 26 luglio.

Partiamo da Pacta Salone che, dal 16 giugno al 4 luglio, presenterà a Milano, Teatro a CieloAperto, tre spettacoli per tutti (più altri per bambini) che andranno in scena nel cortile del teatro, in via Ulisse Dini, 7. Il primo titolo in programma, dal 16 al 20 giugno, sarà Jukebox Letterario, ossia quindici brani di autori classici e contemporanei, tra i quali il pubblico potrà scegliere il leitmotiv della serata, ossia nove pezzi interpretati da Alessandro Pazzi e Lorenzo Vergani; dal 23 al 27 giugno seguirà Venere & Adone, il poemetto shakespeariano restituito dalla voce di Riccardo Magherini; e infine, dal 30 giugno al 4 luglio, sarà la volta di Madame Bovary di Gustave Flaubert con la scrittura scenica e l’interpretazione di Annig Raimondi (affiancata da Antonio Rosti). “Il programma”, ha affermato la direttrice artistica di Pacta Salone, Annig Raimondi “prevede spettacoli per tutti e spettacoli per bambini, in cui grande letteratura, musica e poesia restituiscono sogni e magia a un pubblico che brama di uscire da questa tempesta epocale per poterla rielaborare. Non siamo che all’inizio di un percorso, obbligatoriamente differente da prima, che vogliamo ci conduca lontano, portandoci dietro solo ciò che è realmente importante”.

Nonostante la Lombardia sia ancora la regione con il numero di nuovi casi positivi giornaliero più alto – superiore a quello del resto d’Italia considerata nel suo insieme (e qui spiace, ma sorgono sempre più dubbi sulla gestione della pandemia e specialmente nella regione governata da Attilio Fontana) – Milano è la città che più di tutte cerca di rimettersi in moto, partendo non dai grandi nomi bensì dalle realtà periferiche o marginali. fACTORy32 in the park(ing) sarà la proposta di una piccola realtà come fACTORy32, che inaugurerà una mini-rassegna il prossimo 20 giugno, in via Watt, 32. Tre spettacoli su un inedito palco all’aperto allestito, anche in questo caso, all’interno di un cortile. Sabato 20 giugno alle ore 18.00 e alle 21.30 edomenica 21 alle ore 18.00,protagonista delle serate sarà Carlo Decio in OTELLO PoP TrAgEdY. Enrico Ballardini presenterà Shakespeare a Pezzi sabato 27 sempre in doppia replica e domenica 28 alle ore 19.00. Concluderà il ciclo Il Coraggio della Verità – di e con Martino Corti- sabato 4 luglio in doppia replica edomenica 5 luglio alle ore 18.00.

Viaggio al termine della notte sarà invece il sottotitolo della XVIII edizione di Kilowatt Festival (sulla quale torneremo nei prossimi giorni), che vedrà in Cartellone ben 38 titoli, che spazieranno dal teatro alla danza, passando per il circo e la musica, raccolti nel bouquet culturale estivo ideato da Luca Ricci e Lucia Franchi. “Un festival diffuso”, quest’anno, che andrà “in scena sui palchi all’aperto e nei chiostri, nella città di Piero della Francesca”.

Giordania, il teatro romano di Jerash – Foto di Simona Maria Frigerio

Scenari futuribili o distopie?
Complice la stagione clemente, i teatri e i festival estivi stanno quindi tentando di riappropriarsi di quello spazio pubblico di cultura e condivisione che spetta loro. Ma le incognite restano molte. Se alcuni direttori di teatro, ad esempio, paventando una seconda ondata epidemica autunnale già immaginano scenari di teatro televisivo (più che la famosa Piattaforma della Cultura per la quale il Ministro Franceschini ha ottenuto 10 milioni di euro, un uso sinergico delle emittenti locali) o di predisporre le Stagioni su base trimestrale (devastando così, a livello di programmazione del lavoro e della ricerca, ancora di più l’esistenza già precaria delle Compagnie non residenti e degli artisti), la vera sfida sarà riportare le persone a teatro.

Nelle linee guida si legge, ad esempio, che sia attori sia spettatori dovranno mantenere le distanze, obbligando così a una programmazione di dialoghi imbalsamati e monologhi, a dimenticarsi della danza, del teatro fisico, di quei pochi spettacoli che, aldilà dell’esito, vedevano comunque sul palco vere Compagnie e l’interazione di più artisti. Ma non basta. Pensiamo all’obbligo delle entrate contingentate e alle ore di coda al freddo, in dicembre e gennaio – in attesa di farsi misurare la temperatura. Quest’ultimo, vezzo ormai adottato persino da supermercati e negozi, che non si sa se abbia mai dato un qualche risultato epidemiologico (ci si domanda, infatti, quanti positivi al coronavirus siano stati rintracciati con tale mezzo) e che, quando avrebbe avuto un minimo di efficacia – ossia negli aeroporti a gennaio scorso – pareva problematica talmente difficile da risolvere velocemente e a costi contenuti, che si dovettero proibire i voli diretti da e per la Cina e lo Stato stanziò addirittura 5 milioni di euro per l’acquisto di quelli che si dimostrarono essere semplici termometri digitali. Ma siamo certi che, durante l’inverno, in attesa dell’entrata a teatro saranno in molti a veder salire la colonnina del mercurio a causa del freddo, della stanchezza, e magari persino della pioggia. Sempre che qualcuno, a dette condizioni, abbia ancora voglia di andarci – a teatro. E se è vero che il teatro è sopravvissuto a censure, persecuzioni, strali religiosi, guerre ed epidemie, è altrettanto vero che oggi è principalmente un piacere borghese o di un’élite colta, che può fruire anche di altri piaceri intellettuali e/o ludici.

Senza dilungarci sull’ovvia restrizione della mascherina che, come ha ribadito ancora recentemente l’OMS, non serve a proteggere i sani ma dà una falsa sicurezza, controproducente a livello di contenimento dell’epidemia – ma che sarà un ottimo deterrente  alla fruizione teatrale in quanto orpello fastidioso che rende la respirazione difficoltosa e che, continuamente aggiustato dalle mani, potrà trasformarsi in veicolo di infezioni batteriche – chi vorrà sedersi su una poltrona e lasciarsi assorbire dalle azioni e dai racconti sul palco se angustiato dal retropensiero del coronavirus?

Ci chiediamo altresì come potranno sopravvivere quei pachidermi dei teatri lirici, con un massimale di spettatori di 200 unità quando persino un teatro di prosa difficilmente va in pari sotto le 500 presenze. Sulla danza senza il corpo a corpo caliamo, anziché il velo, un sipario pietoso.

E infine vi è chi, in questo momento di grave crisi, si immagina un ritorno alla tradizione e avoca a sé e a un numero esiguo di teatri l’intero Fondo Unico dello Spettacolo (perché, altrimenti, come aumentare le entrate già esigue?) così da far rinascere le Compagnie stabili laddove si sa bene che, per mantenere le stesse, occorrerebbero almeno i medesimi stanziamenti previsti dalla Germania per il settore o, in alternativa, un accaparrarsi le modeste finanze destinate all’offerta oggi più creativa, interessante e stimolante del panorama italiano – ossia quella che proviene dalle Compagnie non residenti, dai teatri minori e da autori/interpreti indipendenti.

Un futuro teatrale ridotto a quei nomi che, soprattutto nelle ultime settimane, hanno corteggiato il palinsesto televisivo e che hanno forse detto qualcosa di vitale o innovativo prima del Convegno di Ivrea del ‘67. Se il teatro perderà la sua molteplicità e ricchezza di espressioni, in favore di una tradizione stantia come certi palchi d’opera o certe serate mondane che, a breve, serviranno a dare lustro alla politica così da far sembrare che sia possibile, in questi termini, un ritorno alla normalità; ebbene, se dovessimo svegliarci un mattino e aprire le finestre su questo teatro, non ci resterà che esclamare, come Françoise Sagan, “bonjour tristesse”. 

(Per leggere l’intera inchiesta, è possibile recuperare le altre tre parti: http://www.theblackcoffee.eu/superare-la-paura-mantenendo-le-precauzioni/
http://www.theblackcoffee.eu/parlano-quelli-che-il-teatro-lo-fanno-seconda-parte/
http://www.theblackcoffee.eu/parlano-quelli-che-il-teatro-lo-fanno-terza-parte/
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