Il teatro ai tempi della pandemia

Giovanni Battaglia – @riproduzione vietata

Intervista a Giovanni Battaglia

di Laura Sestini

Giovanni Battaglia è un attore teatrale di lungo corso che prima dell’emanazione delle norme a contenimento della diffusione del Covid-19 sul territorio nazionale era in scena, nel ruolo di Duncan re di Scozia, al Teatro Carignano di Torino con l’opera shakespeariana Macbeth, di produzione del Teatro Stabile di Bolzano e diretta da Serena Sinigaglia.

Forzatamente a casa, come tutti i lavoratori dello spettacolo, abbiamo colto l’occasione per porgli qualche domanda sulla attuale situazione mondiale subordinata al virus e in rapporto alle tematiche affrontate da William Shakespeare nell’opera tra le sue più famose.

Possiamo iniziare a presentare chi è Giovanni Battaglia e come sia arrivato alla professione di attore teatrale? Ci racconta qualcosa di sé?

G.B. – La mia esperienza nel teatro nasce sulle rovine degli anni Settanta. Il sogno rivoluzionario si era spento e quell’esperienza fu per me, essenzialmente, nel segno della comunicazione con gli altri. Per altri intendo singole persone, ma anche quelle che allora definivamo come le masse popolari. Casualmente un’amica, che faceva parte di un collettivo teatrale, mi chiese se volevo tentare di mettere a disposizione del teatro quell’esperienza di relazioni che avevo maturato nella politica e per me fu, in qualche modo, un proseguimento di quel percorso.

La diffusione del Covid-19 ha portato alla chiusura quasi immediata dei teatri e dei luoghi deputati alla cultura e allo svago e, benché la maggioranza delle organizzazioni si siano prodigate per un’apertura online gratuita di spettacoli e arte in genere, la fruizione via Internet non è idonea a percepire con tutti i cinque sensi le emozioni che possono scaturire da uno spettacolo dal vivo. La visione da casa, attraverso un monitor – magari in solitudine – ha decuplicato lo spessore invisibile della quarta parete.

G.B. – Da anni andavo ripetendo che il teatro, in Italia, stava attraversando una china dolorosa. Dicevo, provocatoriamente, che il teatro è morto. Il teatro è figlio della storia, e la storia di questi ultimi decenni ha dato vita a un teatro dell’immagine, ma dallo scarso contenuto. Abbiamo vissuto nella società dei consumi, in un contesto di progressiva perdita di identità sociale e culturale. A mio avviso c’è stata una divaricazione tra le due identità teatrali: quella del teatro come mezzo di narrazione e approfondimento e quella che definirei la società del teatro, tanto variopinta quanto effimera. Ecco. Penso che questo misterioso pericolo invisibile possa paradossalmente aiutarci a riprendere in mano il filo del discorso. Che attraverso questa epocale esplosione di tutto, non ci resti che tornare alle radici del teatro, a rappresentare storie umane necessarie, a rappresentarle di fronte a un pubblico interessato all’approfondimento e alla condivisione. Per fare il teatro basta che un attore voglia veramente raccontare una storia a qualcuno, perché solo attraverso quel processo catartico, è possibile indagare le ragioni del testo. È esattamente quello che facevano i greci. Ora siamo ridotti al silenzio, ma se sapremo riflettere in silenzio su di noi, allora una nuova ripartenza sarà possibile.

Lei ha dovuto lasciare improvvisamente, per disposizioni governative, il Teatro Stabile di Torino dove eravate in scena con il Macbeth di Shakespeare, opera-archetipo sulla brama di potere dell’essere umano. Cosa ne pensa, rapportato all’espansione del virus a livello mondiale, di questa peculiarità umana? Si possono trovare delle attinenze?

G.B. – Non so se vi possa essere qualche attinenza, non ci ho pensato. Il fatto in sé era troppo grande: se scoppiava una guerra, ti mandavano al fronte, magari in trincea, con la paura di tirare le cuoia. Ora ti dicono che il giocattolo è rotto e devi tornartene a casa. Il giocattolo con cui ti sei impegnato per quarant’anni. A casa, attori, personaggi, padri, madri, figli, amici, nemici. Tutti a casa a pensare: e questo è un fatto epocale.

Come abbiamo già sottolineato Macbeth è un tragedia legata alla sete di potere, un desiderio trasversale a tutte le epoche storiche dell’uomo sulla Terra: ne potremo mai guarire?

G.B. – Macbeth è un grande guerriero, ma, come dice lui stesso, è anche un “soldato semplice del potere”. Nel momento in cui Macbeth e la Lady decidono di intraprendere il percorso al trono, è come se diventassero due bambini a cui vengono affidate delle pistole cariche. Il bambino cede alle lusinghe e mal interpreta le profezie delle streghe, proprio perché è inebriato dalla possibilità di diventare così potente da invertire il corso della storia. Si può guarire dalla sete del potere? Certo. Guarire è una possibilità. Dipende da noi. Se diamo ascolto alle parole finali di Amleto, ad esempio, la guarigione sembra l’ipotesi più concreta, perché si può guarire solo se si è disposti a ripartire dai propri errori.

Nell’opera di Shakespeare lei interpreta il ruolo di Duncan, il re di Scozia, che viene ucciso dal suo uomo di fiducia Macbeth, a sua volta spinto dalla moglie Lady Macbeth, donna assetata di potere al quale il marito non riesce a opporre resistenza psicologica; per analogia mi vengono in mente i coniugi Ceaușescu, forse dei moderni Macbeth, che si alimentavano l’un l’altra e hanno terminato la loro esistenza con un epilogo tragico tanto quanto avevano perpetrato sui cittadini rumeni e i loro oppositori politici.

G.B. – Il testo fu scritto per onorare il re Giacomo I, qui rappresentato come re Duncan, detto anche il re buono, ma nella visione della regista Serena Sinigaglia, re Duncan è un vero uomo di potere, abituato a destreggiarsi nella politica e a operare scelte difficili. Un politico navigato che, guarda caso, viene fatto fuori da una scheggia impazzita. In effetti Duncan non sbaglia una mossa, fa tutto quello che deve fare per prevenire il pericolo. L’unica cosa che non può prevedere è appunto l’imprevedibile maldestra azione di Macbeth e della Lady che non agiscono secondo i criteri della ponderatezza politica, ma secondo quelli della loro sete. Il parallelo con i coniugi Ceaușescu ci può stare se non altro perché la consorte era parte attiva nelle decisioni finali. Di loro ci rimangono i visi attoniti di fronte alla contestazione generale a cui non erano preparati. Chissà, se uno Shakespeare contemporaneo volesse scriverne per il teatro, forse allora potremmo cimentarci in un paragone possibile, perché è chiaro che il confronto tra un personaggio del teatro e uno della storia fa pendere l’ago della bilancia verso il primo.

Dal romanzo L’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera fino alla riflessione filosofico-politica di Hannah Arendt sulla banalità del male, attraverso lo studio psicologico-comportamentale di Eichmann – gerarca nazista – che ha fatto emergere la consapevolezza che anche la persona più banale possa trasformarsi in autentico mostro, molti possono essere i riferimenti letterari a simili comportamenti umani: come avete affrontato questa tematica, nello studio delle parti teatrali, per lo scavo psicologico dei personaggi?

G.B. – Il teatro ha una grande forza. Una forza immensa. Può tutto. Può anche prendere in esame un personaggio terribile e farlo ragionare. Quello stesso personaggio da terribile può essere alla fine percepito come umano se, come nel caso di Macbeth, avvia un percorso verso una sorta di autocoscienza. Macbeth, in effetti, impara. Impara la morale della storia nel momento stesso in cui la impara lo spettatore. Capisce finalmente a cosa si riferissero le streghe solo quando gli eventi gli rovinano addosso. E quando muore capisce di cosa muore e perché. In questo senso non c’è nulla di banale. Eichmann invece lo percepiamo come la banalità del male. Macbeth no. Lui alla fine diventa consapevole del proprio male.

Che misure personali ha adottato per trascorrere questo ‘ritiro spirituale’ forzato di cui non abbiamo certezza di limite? Come combatte la mancanza di libertà di movimento e anche una potenziale passività generata dalle giornate tutte simili?

G.B. – Cerco un rapporto creativo con l’ignoto. Non so quello che mi accadrà domani. Certo prima potevo prefigurarmi determinati scenari, potevo progettare la mia vita per i prossimi sei mesi, ora no. Ora ciò che conta, veramente, è questo momento presente e, finito questo, ne arriva un altro e poi un altro ancora. Prima ci cullavamo nelle speranze o nelle illusioni. Ora di fronte a noi c’è la lezione della natura. La natura non è una signora intellettuale che discorre amabilmente. È solo un imponente torrente di vita e di necessità. L’uomo deve decidere se vuole farne parte.

Pensa che quando questo tragico e inaspettato momento storico terminerà sarà cambiato qualcosa nella consapevolezza umana globalizzata?

G.B. – Penso che nulla sarà più come prima. Scopriremo cosa questo vorrà dire in termini pratici e filosofici.  

29 marzo 2020

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