Il Recovery Fund sarà solo noccioline

30 ottobre, manifestazione fiorentina dei lavoratori dello spettacolo dal vivo – Foto di Simona Maria Frigerio

Il debito pubblico italiano tocca un nuovo massimo storico mentre i teatri affondano

di Simona Maria Frigerio

Secondo la Banca d’Italia, a fine 2019, il debito pubblico italiano non arrivava a 2.410 miliardi. Al 31 agosto 2020 raggiungeva i 2.579 miliardi di euro (+ 169 miliardi). A ottobre, mentre il Governo promette 5 miliardi a ristoranti, bar, teatri e cinema (luoghi che non paiono essere focolai del Covid-19 bensì foglie di fico per nascondere i ritardi e/o la mancanza di adeguati investimenti nella sanità pubblica), le previsioni per fine anno – secondo il Sole24Ore – sono che: “si chiuderà con un debito pubblico di 194 miliardi sopra i livelli di fine 2019”. Quindi, al famoso Recovery Fund, che dovrebbe rilanciare l’economia reale (e al quale si appellano un po’ tutte le categorie, compreso lo spettacolo dal vivo, e i sindacati confederali) ma che ammonterà a soli 35 miliardi – sempre secondo il quotidiano economico nazionale – toccherà, unitamente alla manovra attualmente allo studio: “il compito di avviare la discesa [del debito pubblico] già dal 2021, con una spinta che nei primi mesi sarà integralmente a carico della legge di bilancio italiana. Perché i fondi europei cominceranno a farsi sentire non prima di metà anno”. Altro che rilancio dell’economia, verrebbe da pensare: i soldi europei serviranno a pagare gli interessi di una scellerata politica degli oboli, di cui non si vede né il senso né la fine (Mario Draghi docet).


Rischio default

Il 30 ottobre i media nazionali hanno gioito per il rimbalzo del Pil nel III trimestre al 16,1%. Purtroppo, lo stesso valore va confrontato con quello del trimestre precedente – quando era sceso a -13%. Come precisa sempre il Sole24Ore: “Su base annua, rispetto al periodo giugno-settembre 2019, l’economia ha invece registrato una contrazione del 4,7%. La variazione acquisita del Pil italiano per il 2020 è pari a -8,2%”. Tenendo conto del blocco dei licenziamenti e delle casse integrazioni ancora in atto, sarà con l’anno nuovo che vedremo quante aziende potranno ancora reggersi in piedi – ma la prevedibile diminuzione degli occupati e le chiusure fallimentari potrebbero essere un grave colpo per le entrate erariali comportando, tra l’altro, una difficoltà dello Stato di ripagare gli interessi sul debito pubblico pregresso e sugli ulteriori 200 miliardi del 2020. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (stime di ottobre), l’indebitamente pubblico italiano, già elevato in quanto al 134,8% del Pil nel 2019: “è previsto lievitare al 161,8% nel 2020 e successivamente smorzarsi, solo in parte, al 158,3% nel 2021”. Solamente nel 2025 si prevede un debito/Pil al 152,6% (18 punti sopra quanto registrato nel 2019). Perché i cittadini non possono semplicemente rivendicare oboli? Perché i soldi non crescono sotto i cavoli. Se, attraverso la tassazione, un Paese non raccoglie capitali sufficienti per far fronte agli stipendi della Pubblica amministrazione, alle pensioni e agli interessi sul debito pubblico, si parla di default (ricordate cosa accadde all’Argentina, ad esempio?).


Non il Covid devono temere i bambini
Leggendo qua e là i report delle maggiori organizzazioni in difesa dei più deboli, dopo la denuncia del World Food Programme riguardo all’accresciuto rischio di fame nel mondo, ecco quella di Save the Children (https://s3.savethechildren.it/public/files/uploads/pubblicazioni/la-malnutrizione-infantile-e-limpatto-del-covid-19.pdf) che in Italia, nel 2021, prevede il raddoppio – a causa del lockdown primaverile e senza tenere conto di eventuali futuri – da circa uno, a due milione di bambini in stato di povertà assoluta (nel 2008, al contrario, prima della crisi economica importata dagli Stati Uniti, erano solamente 375 mila).


Perché 25 o 30 mila euro sono ‘peanuts’
E veniamo ai famosi 5 miliardi, che faranno lievitare ancor più il nostro debito pubblico, e cerchiamo di capire a cosa serviranno i ‘ristori’ – in questa Italietta da neologismo spinto dove si immagina che il sostantivo derivi dall’inglese to restore, ossia risanare, anche se qui non si comprende come si possa ‘mantenere in piedi un’azienda’ con dette cifre. In effetti, leggiamo che il Ministro Gualtieri avrebbe affermato che: l’importo medio per i ristoranti fino a 400 mila euro di fatturato sarà di 5.173 euro; per quelli fino a un milione di fatturato, 13.920 euro; e per quelli fino a cinque milioni di fatturato, 25.000 euro. Le sale da concerto e i teatri otterranno circa 5 mila euro se piccoli (termine generico), 13.900 euro nella fascia media e fino a 30 mila euro se grandi.

Se appare subito lampante che per un ristorante con un fatturato di 400 mila euro, 5.173 sono solamente l’1,2%, entriamo un po’ di più in argomento. Secondo Businessboom.it, aprire un ristorante in Italia prevede una spesa iniziale (che a sua volta comporterà l’accensione di un prestito con una  banca o una finanziaria) tra i 53 mila e gli 80 mila euro. Ma se si vuole aprire un franchising, quindi un’attività maggiormente redditizia e che beneficerà probabilmente del massimo della contribuzione, tipo un Old Wild West, bisogna aver messo in campo “un locale grande almeno 400 metri quadrati e che si trovi in una posizione rilevante” (da affittare o comperare con i relativi esborsi che diventeranno contratti di locazione o mutui). Dopodiché occorrerà investire “1.500 euro al metro quadro [per] tutto l’arredamento e il necessario per far funzionare il ristorante. Inoltre, occorre[rà] versare una ‘fee’ d’ingresso di 25.000 euro. E versare un canone mensile del 4% del fatturato”. Quindi, in caso di sospensione dell’attività, occorre calcolare oltre al costo dell’affitto (che, scorrendo un po’ di offerte di locazione, va dai 2/3 mila euro per un piccolo locale di periferia o in paese ai 30 mila di metrature importanti in zone centrali e in città turistiche), quello degli interessi sul prestito ottenuto per avviare l’attività, i costi fissi di commercialista, addetto paghe e contributi, bollette, e poi ancora le tasse e le scadenze con i fornitori. Non a caso, nello stesso articolo si citano due dati relativi al 2015, quando aprirono 36.575 locali ma chiusero in 65.824. Detto questo, avremo forse le idee più chiare e non ci faremo abbindolare dalla carota del “fino a 25 mila euro”, così come comprenderemo meglio il perché della protesta delle tovaglie in piazza.

Nello spettacolo dal vivo non lavorano solo attori o registi. Foto di Simona Maria Frigerio

Il teatro, se già boccheggiava, ora è all’asfissia
Parentesi: durante la mia intervista ad Angelo Pastore per il libro The Global City (scusate l’autopromozione), l’anno scorso ancora direttore del Teatro Nazionale di Genova, lo stesso mi precisò che in Italia le assegnazioni complessive del Fondo Unico per lo Spettacolo, 2018/2020, ammontavano – per tutti i Nazionali, i Teatri di Rilevante Interesse Culturale e il Piccolo, complessivamente – a meno di 35 milioni di euro (da spartire secondo parametri sempre più quantitativi e sempre meno qualitativi); cifra che è pari a quanto percepisce, in Germania, un solo teatro di media importanza. Il 28 febbraio Sergio Escobar, allora direttore del Piccolo Teatro Strehler, dichiarava: “In questa settimana [la prima del lockdown] abbiamo perso 6 mila spettatori, che avevano già comprato i biglietti o sono abbonati, e 92 mila euro tra mancati introiti, biglietti da rimborsare e mancate attività che portano ricavi a teatro”. A fronte di fondi statali ormai al lumicino, lo sbigliettamento torna quindi ad avere un peso importante e, difatti, prendendo a caso un altro esempio, il bilancio 2018 del Teatro Stabile di Torino rendeva noto che i ricavi relativi ammontavano a ben 2.433.414 euro.

Di fronte a tali dati di fatto, la promessa del “fino a 30 mila euro” per un ulteriore mese di inattività appare ridicola – quando non un insulto. Teniamo altresì in conto tre fattori. Il primo, che questa nuova chiusura si assomma a quella dei mesi primaverili (visto che teatri e cinema hanno riaperto solo a metà giugno quando il grosso della loro attività era comunque sospesa). Secondo, a livello epidemiologico i dati Agis confermano essere queste – andare a teatro o al cinema – attività sicure in sé stesse e che non creano resse sui mezzi pubblici, svolgendosi in orario serale, quando non vi è sovraffollamento e la maggior parte degli italiani utilizzano, di preferenza (vista la carenza di bus e metropolitane dopo un certo orario), la propria autovettura. E infine, dato che solamente il 3,5% dei lavoratori del settore sono stabilizzati (http://www.theblackcoffee.eu/non-solo-attori/), anche le eventuali coperture per gli stessi saranno insufficienti o assenti.


Le manifestazioni per il lavoro

A differenza di marzo, però, la gente ha cominciato a capire che il Covid-19 non è la peste, non è nemmeno la Mers o la Sars, e neppure la Spagnola. Ormai i dati (dall’Oms agli studi dell’università Cattolica fino alle recenti dichiarazioni di virologi come il professor Palù) attestano la letalità del virus tra lo 0,3 e lo 0,6%. Così come è chiaro che il 95% delle persone è asintomatico o ha sintomi molto meno gravi di una comune influenza, quali perdere il gusto o avere un po’ di mal di testa. Ecco perché sia i ristoratori sia coloro che lavorano in teatro sono scesi in piazza, perché nessun dato epidemiologico giustifica il loro fallimento – in un Paese dove lavorare è ancora un diritto costituzionale sebbene, da sempre, più sulla carta che nei fatti. Ogni lavoratore dovrebbe, quindi, aver diritto a esercitare il proprio mestiere (ovviamente, per evitare il sovraffollamento negli ospedali, nella massima sicurezza e, per questo, si sono adeguati teatri, cinema, ristoranti, palestre e tutte le attività aperte al pubblico così come le aziende).

Le Tovaglie in piazza – una serie di manifestazioni creative e colorate organizzate da baristi, pizzaioli e ristoratori (che ricordano giorni molto più bui, in cui si scendeva in piazza con le coperte patchwork del NAMES Project AIDS Memorial Quilt, contro la stigmatizzazione dei malati di Aids e dei sieropositivi) – hanno passato il testimone, venerdì 30 ottobre, all’Assenza Spettacolare, una serie di raduni pacifici in cui i lavoratori dello spettacolo dal vivo – attori e tecnici, danzatori e musicisti, cantanti e addetti stampa, organizzatori e maschere – hanno dimostrato il proprio dissenso verso una classe politica che non fa quanto dovrebbe, scaricando ancora una volta sui cittadini le proprie mancanze. A Firenze, in piazza Santissima Annunziata, i lavoratori presenti (circa 2 mila) hanno anche rivendicato la loro professionalità e il diritto alla continuità del reddito con nuovi contratti, simili ad esempio a quelli in vigore in Francia, che “riconoscano tutti i periodi di lavoro, preparazione e formazione, e non solo quelli in cui si va in scena”.


Il caso Svezia: l’Europa dovrebbe ammettere di aver sbagliato tutto e cambiare rotta
Ilcambiamento.it riporta in questi giorni ampi stralci di un articolo apparso su L’Economist il 10 ottobre. Citiamo: “La lezione che si può trarre dalla politica svedese… è quella che ci mostra come il governo del Paese scandinavo abbia soppesato i pro e i contro e abbia anche cercato compromessi in ogni restrizione. Per esempio, quando una persona risulta positiva, i familiari vengono messi in quarantena ad eccezione dei bambini in età scolare, poiché il governo ha considerato che i benefici di garantire loro la continuità educativa prevalgono rispetto ai rischi del mancato isolamento”. E più oltre: “La quarantena dura dai 5 ai 7 giorni… poiché il rischio di diffondere il virus nella seconda settimana è assai basso, mentre è elevato l’impatto che un isolamento prolungato può avere sulla salute mentale delle persone. E ancora, le scelte svedesi, spiega sempre l’Economist, si fondano sull’idea che il Covid-19 resterà a lungo tra la gente, quindi occorre trovare il modo di conviverci senza richieste spropositate ed eccessive nei confronti della popolazione”. Infine: “Riguardo alle mascherine, la scelta di non farle indossare obbligatoriamente più che una ‘prova di libertà’ è una scelta che deriva dal fatto che gli esperti del Governo sostengono che le evidenze secondo cui la mascherina protegge siano deboli e che le altre misure siano efficaci”. In pratica, si è cercato di assicurare protezione alle fasce seriamente colpite dal Covid-19, ossia gli anziani con pluripatologie a carico e le persone più giovani e però malate – come i pazienti oncologici. Per il resto ha prevalso il pragmatismo, si sono evitati assembramenti ed eventi sovradimensionati, e al posto della criminalizzazione e colpevolizzazione moralistica imposte del Governo italiano e dai continui articoli terroristici di gran parte dei mass media (più attenti ai click e a sembrare più realisti del re, che non a fare informazione corretta), si è creata un’alleanza tra politica e società in cui ognuna delle due parti si è assunta le proprie responsabilità consapevolmente.

L’attuale lockdown accende i riflettori su un settore poco considerato sia a livello sociale che politico. Foto di Simona Maria Frigerio

Sarebbe impossibile per l’Europa dei lockdown ammettere di aver sbagliato?
Rimaniamo nel nostro Paese e leggiamo qualche dato. Innanzi tutto, se invece di imporre la chiusura di cinema e teatri, ristoranti e palestre (dove è ormai evidente che non ci si contagia, o solo raramente), si fossero usati i 5 miliardi (che non salveranno né quelle economie né il lavoro per migliaia di italiani) per aumentare i posti letto negli ospedali e nelle terapie intensive, assumere stabilmente medici e infermieri, acquistare subito tamponi e reagenti per test rapidi in ogni farmacia comunale, dai medici generici e nelle scuole, contrattare con i sindacati turni scolastici anche pomeridiani per le superiori e per il personale della pubblica amministrazione (così da decongestionare i mezzi pubblici) non si sarebbe operato meglio?

Basta guardare le cifre effettive del contagio per rendersene conto. Sappiamo che i numeri sono spesso ostici, eppure sarebbe meglio guardare alle cifre che ascoltare le elucubrazioni di chi vuole terrorizzarci. Prendiamo la giornata del 30 ottobre: 31.084 nuovi casi su 215.085 tamponi, le terapie intensive sono 1.746 e i decessi 199. 325.786 sono gli attualmente positivi (testati ma non si sa quanti effettivi), di cui solamente 16.994 ricoverati – ossia il 5,2%, che conferma come la percentuale delle persone asintomatiche o pauci o lievemente sintomatiche sia salita al 95% (persone che se ne stanno a casa, come chiunque prenda un’influenza). E facciamo una previsione statistica: se, come sostengono i medici, il 40% delle persone in terapia intensiva non ce la facesse, sui 1.746 individui summenzionati dobbiamo calcolare che 698 moriranno. Ma su 325.786 attualmente positivi, questo significa un indice della mortalità dello 0,2%. Teniamo altresì conto che i positivi sono testati con la PCR (reazione a catena della polimerasi), ossia un sistema che amplifica/moltiplica i frammenti di acidi nucleici. In pratica, potremmo definire positive persone che hanno una carica virale talmente bassa da non essere più contagiose o solo tracce del genoma e non più il virus. Finché non si faranno test sulla carica virale, equiparare una persona positiva a una malata è altamente fuorviante e ci si chiede perché la politica lo stia facendo in tutta Europa.

Secondo punto, la letalità presumibile allo 0,2% – da noi ipotizzata – si avvicina a quella ormai emersa dai dati dell’Oms – che attesterebbe i contagiati nel 10% della popolazione mondiale e, di conseguenza, abbasserebbe la stessa allo 0,15%, tenendo conto di 1.190.000 decessi al 30 ottobre su 780 milioni di contagiati presunti, o allo 0,16% tenendo conto di 1.195.477 decessi oltre ai casi gravi pari a 83.546, al 31 ottobre, sempre su 780 milioni di contagiati presunti. Lo studio dell’Università Cattolica e dell’Imperial College di Londra (https://quifinanza.it/editoriali/video/coronavirus-cattolica-contagi-mortalita/428028/) ipotizzano un dato leggermente più alto, ossia lo 0,6%; mentre il virologo (per una volta non una veterinaria, un igienista o un entomologo) Giorgio Palù dichiara la letalità tra lo 0,3 e lo 0,6%. Teniamo conto che la letalità dell’influenza è intorno allo 0,1% (e ogni anno si contagiano tra i 500 milioni e il miliardo di persone) e che già a luglio l’Istat aveva elaborato un modello – sulla base delle proiezioni dei sierologici acquisiti – che moltiplicava il numero dei contagiati per sei, diminuendo quindi di sei volte l’indice di letalità.

Quando Macron tuona che la Francia non si può permettere 400 mila morti – ipotizzando, quindi, che tutti i francesi si contagino nonostante le misure introdotte (mascherine e/o distanza e lavarsi le mani) – l’Italia potrebbe rispondere che ogni anno si permette circa 180 mila decessi per cancro e 240 mila per malattie cardiache, oltre 80 mila per il fumo, 40 mila per l’alcool, mentre nel 2019 sono stati 172.183 gli incidenti stradali con lesioni a persone, con 3.173 vittime (decedute entro 30 giorni) e 241.384 feriti.

A questo punto occorre chiedersi: mandare a rotoli l’economia e il futuro di milioni di famiglie ha un senso? Il rischio è tale da giustificarlo? Ogni misura che prende un Governo dovrebbe essere sempre calibrata affinché in futuro non si paghino gli errori del presente. Il problema, però, è forse un altro: cambiare rotta e applicare il modello svedese comporterebbe per la politica nostrana, ma anche per quella europea in generale, ammettere di aver commesso un enorme sbaglio e affrontarne, magari a livello elettorale, le conseguenze. L’alternativa è che siano solamente i cittadini, con i Paesi in default, a doverle pagare.

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