Il peso delle parole

Cat Ba, la vita dei pescatori all’ombra dei tour organizzati – Foto di Simona Maria Frigerio

Pillole di coronavirus

di Simona Maria Frigerio

Il 23 marzo il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha chiesto un cessate il fuoco a livello globale così che il mondo possa concentrare “i propri sforzi nella risposta contro la pandemia da COVID-19”. Non si può che plaudire e sottoscrivere.
Eppure, a leggere con attenzione il testo in inglese, sorgono alcuni dubbi non proprio di lana caprina.
Innanzi tutto Guterres afferma che il virus è il “nemico comune”, che non si preoccupa di discriminare in base a “nazionalità o etnia, fazione o fede religiosa”. E aggiunge che la “furia del virus illustra la follia della guerra”. Ora, i virus non sono essere senzienti e, quindi, va da sé che non attaccano – coscientemente – in questo caso i polmoni, ma anche altri organi, degli individui con i quali vengono in contatto, in base a discrimini forgiati dall’intelletto umano. Tanto è vero che il COVID-19 è pericoloso per alcune categorie di persone in quanto più fragili ma da un punto di vista puramente biologico – anziani e/o affetti da patologie pregresse. In secondo luogo il virus, in quanto essere non senziente, non è nemico o amico di nessuno, non ha consapevolezza del proprio agire e non è nemmeno un unico essere mostruoso, come la strega di Hänsel e Gretel, o Blob. In realtà i virus sono microrganismi normalmente presenti in natura, di dimensioni submicroscopiche, spesso senza potere patogeno (non causano, quindi, malattie), che si replicano solo all’interno di cellule ospiti e, a volte, talmente velocemente da subire mutazioni che (per fortuna) li depotenziano. Sono visibili solo al microscopio elettronico e non si possono fermare, ad esempio, con una sciarpa sulla bocca. Il nostro corpo, nella maggioranza dei casi, li elimina da sé dopo alcuni giorni (come accade, ad esempio, con l’influenza ma anche con la dengue). I virus non hanno sentimenti e, quindi, non si può attribuire loro una particolare volontà di nuocerci. Si replicano per sopravvivere. Non vi è furia nelle loro azioni perché l’azione deriva dalla volontà e quest’ultima da un ragionamento o da una spinta emotiva. La follia della guerra, al contrario, è generata dalla volontà di alcuni di raggiungere scopi frutto di un ragionamento economico e/o strategico, spesso infiammato nei molti da spinte emotive ideologiche pretestuose. Paragonare il COVID-19 a chi bombarda scientemente lo Yemen o invade la Siria è pretestuoso e sviante. E utilizzare termini belligeranti come “attacco”, “implacabile”, “nemico comune”, “la vera battaglia delle nostre vite”, “devastando”, per un discorso pacifista fa specie.
Il secondo pelo di lana caprina che non torna nel discorso è proprio l’accento sulla “vera battaglia delle nostre vite”. Fuori di retorica ci si domanda perché il COVID-19, che sta infettando e causando la morte (dati alla mano) di ultrasettantenni e ultraottantenni europei con due o tre patologie a carico, dovrebbe essere un problema più grave della malaria che affligge milioni di persone in Africa ogni anno nel disinteresse più totale della comunità internazionale. Perché mai una tra quelle ragazzine tra i 15 e i 24 anni che vivono nell’Africa Sub-sahariana e ricevono una diagnosi di sieropositività all’Aids, rischiando di morire prima dei trenta e di mettere al mondo bambini già malati, dovrebbe sentirsi più di tanto sconvolta dall’idea che un pensionato occidentale (il quale magari può affermare con soddisfazione, come Pablo Neruda, “confesso che ho vissuto”) debba confrontarsi con l’impossibilità di vaccinarsi contro la morte – a 80 invece che a 15 anni?
Qualcuno afferma che tutte le morti sono uguali e vanno ugualmente rispettate. Sicuramente. Però si dovrebbe rispettare di più la vita. La morte ne è solo l’ultimo atto.

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