Il pensiero della differenza

Alterità, dagli anni 70 ai giorni nostri – Foto di Simona Maria Frigerio

Dal #MeToo alle task force: siamo davvero diverse noi donne?

di Simona Maria Frigerio

Breve premessa. Il pensiero della differenza inizia a diffondersi negli anni 70 del secolo scorso grazie alla psicoanalista, ex lacaniana, Luce Irigaray. Senza entrare nel merito di Speculum, il libro che l’ha resa famosa (1974), riassumeremo in breve che, per lei, la razionalità discorsiva occidentale (ovvero il logos greco da cui discende l’identità dio/padre/parola) è viziata dal fal-logo-centrismo alla base della nostra società e non potrà, quindi, esprimere altro che una cultura e una visione e dimensione della donna quale specchio (lo speculum del titolo che è anche, e in contrapposizione, quello usato dal ginecologo) dell’essere padrone del logos, ossia del maschio stesso. In parole povere, la donna sarebbe un riflesso sbiadito, un vuoto che va riempito, una mancanza, un’assenza, questo nella concezione maschile e maschilista che ha plasmato la nostra società – e anche la psicoanalisi. E non un universo altro, tutto da scoprire (intimamente e in ogni senso). Dei tanti rivoli arricchenti del pensiero di Irigaray anche in campo linguistico, oggi pare resti solamente la rivendicazione della a di Ministra.

Più interessante e completo, però, a mio avviso, il pensiero di Derrida (vedasi Sproni). Nella mia visione eretica del mondo non posso che ritrovarmi maggiormente nell’elaborato di un uomo che, sulla stessa scia della psicoanalista e linguista belga, avverte però i limiti del pensiero femminista. Il suo discorso infatti si allarga all’alterità più in generale – ossia all’altro da sé. La differenza di genere diventa, quindi, una componente di una visione del mondo molto più complessa. E il paragone con il dogmatismo filosofico è oltremodo calzante. Come la filosofia, liberata dalla necessità di ridurre la verità a un oggetto di studio, supera quella che si potrebbe definire una sorta di autocastrazione; così il pensiero dell’alterità può diventare fonte di scoperta a 360 gradi in quanto più ampio e multiforme, mentre il femminismo, nel suo essere intrinsecamente ideologico e tautologico, ossia portatore di una verità ultima indiscutibile, rischia di trasformarsi ancora una volta in limitante, castrante – tanto quanto il dogmatismo filosofico.

Il #MeToo e il puritanesimo a stelle e strisce
Nel 2017, quarant’anni dopo quei libri che fecero pensare un’intera generazione, prima sui social network (e qui si marca una prima importante differenza di contenitore se non di contenuto) e poi nelle aule giudiziarie, si afferma il movimento #MeToo – l’hashtag condiviso da milioni di donne in tutto il mondo per portare all’attenzione del pubblico e dei mass media il problema delle molestie sul luogo di lavoro. Senza voler entrare nel merito di tutta la vicenda giudiziaria connessa con le accuse di violenza sessuale nei confronti di Harvey Weinstein (produttore hollywoodiano, cofondatore della Miramax, che avrebbe richiesto favori sessuali a giovani attrici in cambio di ruoli nei propri film e che dovrà scontare 23 anni di carcere dopo la sentenza dell’11 marzo scorso), cosa rimane del movimento stesso e come si può tradurlo in una buona pratica?

Quello che non mi convince – e me ne assumo tutta la responsabilità, nonostante in questi anni, per averlo fatto, sia stata oggetto persino del cosiddetto cyberstalking da parte di femministe, fino a dover prendere la decisione di non utilizzare oltre Facebook, a riprova della violenza e intolleranza che le stesse donne possono dimostrare nei confronti del pensiero differente, come insegnava Derrida – è la visione a senso unico del problema. Senza – e ripeto senza – voler entrare nel merito del caso specifico del quale si può ora tranquillamente discutere, essendo arrivato a giudizio. Allontaniamoci perciò da Hollywood – patria di puritani non meno degli Stati Uniti nel loro complesso, che plaudono al quasi sessantenne che sposa la trentenne ma arricciano il naso alla quarantenne che convola con il 27enne (Willis/Moore tra i tanti), o che hanno condannato i minori a morte fino al 2005 e che pretendono di processare tredicenni come adulti ma poi, se quegli stessi minori hanno un rapporto sessuale consenziente con un maggiorenne, lo giudicano sempre una violenza sessuale: delle due una, o non si è capaci di intendere e volere o lo si è in entrambi i casi.

E allontanandocene, arriviamo in Italia, o in un altro Stato europeo. E non guardiamo al set o all’hotel ma all’ufficio, alla redazione, alla fabbrica. Guardiamo anche all’università. E chiediamoci se il fascino dell’età, dei soldi e del potere non abbiano il loro peso – sempre. E poi valutiamo il doping dell’atleta, la mazzetta al politico. Una medaglia e un contratto milionario con uno sponsor per il primo; una villetta al mare o sulle piste da sci per il secondo, o magari una poltrona in un consiglio di amministrazione. La concussione e la corruzione possono essere le due facce di una stessa medaglia e, spesso, l’amministrazione pubblica, la politica e l’industria si sono rifocillate senza tema sulla tavola imbandita del nostro Paese. Così come l’atleta, per primeggiare, sa che potrebbe dover competere anche chimicamente – e non è un caso che le sostanze dopanti si moltiplichino sfuggendo spesso ai controlli, che non riescono a stare dietro all’inventiva dell’industria chimico-farmaceutica privata. Ma quando lo sportivo accetta il compromesso, non solamente nuoce a se stesso (perché molte di queste sostanze non sono state testate a sufficienza e non si sa a quali conseguenze possano condurre) bensì alla competizione, falsandone i risultati.

Se una donna fa carriera scambiando prestazioni sessuali con aumenti, bonus, incarichi e promozioni è per forza una vittima? Ovviamente sarà stata allettata, come l’atleta, e magari abbacinata dal fascino del potere, come il corrotto. Ma è, in quanto donna (e, quindi, erede di una millenaria schiavitù socio-culturale e psicologica nei confronti del logos/maschio), per forza vittima? Non è questa stessa una visione fal-logo-centrica che divide l’universo/mondo incidendolo con una dicotomia insanabile, che azzera la molteplicità propria del riconoscimento di alterità? In parole povere, se ci si autodefinisce vittime e si prende sempre le parti di queste ultime, in quanto donne, non si limita la capacità e il giudizio delle stesse relegandole a una posizione eternamente subalterna – quasi fossimo dei “minori”, dei quali occorre prendersi cura? Magari per mezzo di quello stesso paternalismo che contraddistingue i rapporti tra primo e terzo o quarto mondo.

Riconoscere la responsabilità della donna nell’accettare uno scambio di “favori”, significa renderla finalmente responsabile (e nel caso anche perseguibile) per le sue scelte e, di conseguenza, riconoscerne l’adultità. Significa puntare l’indice contro un comportamento che lede la dignità e i diritti delle altre donne, falsifica i giochi, impoverisce il contenuto umano e professionale delle colleghe (che, magari, sono derise dalle prime per il loro puritanesimo o per la loro poca avvenenza – perché anche questo accade). Ma non solamente. Significa uscire dal dogmatismo di un certo femminismo e aprirsi all’alterità, che non è solamente uomo o donna ma – senza scomodare fluidità di genere e altri discorsi che ci porterebbero troppo lontano – è maschile nel femminile e viceversa.

Le spiagge libere tra dune e foci a sud di Viareggio – Foto di Simona M. Frigerio

L’Italia delle task force
L’ultimo tassello di questo mio tortuoso ragionamento si arena nelle aule del potere politico. Il Governo italiano ha nominato 15 commissioni per rilanciare l’economia in tempo di coronavirus – o task force come va di moda definirle, con termine decisamente fal-logo-centrico, in quanto militaresco, sebbene le nostre parlamentari solerti ad accaparrarsi poltrone e a rivendicare la a alla fine di ogni sostantivo non se ne siano accorte.

In tempo di crisi economica e mancanza di omogeneità nella risposta alla pandemia, è rincuorante sapere che nelle 15 task force operino ben 450 esperti oltre a 30 team locali composti, secondo i dati de Il Sole 24 Ore, da altre 400 persone – tra le molte, segnaliamo il team con otto sottogruppi, in cui si riuniscono i 76 componenti della task force Dati, e quella contro le fake news, che pare non aver funzionato un granché bene, visti i titoli dei maggiori quotidiani soprattutto in versione online (anche se non va taciuta la mancanza di un minimo di coerenza tra gli stessi esperti: nella medesima giornata, mentre Ilaria Capua affermava che il virus non si indebolisce con il caldo ed è sostanzialmente lo stesso dell’inizio della pandemia, Arnaldo Caruso rilevava in laboratorio un virus meno aggressivo e Matteo Bassetti si lanciava contro i catastrofisti affermando che: “Qui a Genova, ospedale San Martino, da un mese nessuno è stato più ricoverato in rianimazione per Covid-19”).

Felici i tempi in cui i Governi si rivolgevano semplicemente alle parti sociali: chi fa un mestiere sa di cosa necessita, ed è a lui e a lei che i politici della Prima Repubblica chiedevano lumi – salvo poi avere una linea economico-politica a cui rifarsi. La Seconda, al contrario, ha bisogno di una pletora di consulenti, magari anche altamente qualificati, ma che sciorinano idee balzane come erigere pareti di plexiglass in spiaggia (per arrostire i turisti che non verranno), far indossare ai clienti le soprascarpe (come se dal parrucchiere, a fine taglio, ci si mettesse in ginocchio a leccare il pavimento) o imporre mascherine o sciarpe per camminare in strada (nella regione che ottiene l’immunità di gregge applicando il lockdown – leggasi i dati lombardi confrontati a quelli svedesi o a quelli danesi, dove i bambini sono tornati a scuola a metà aprile e non usano nemmeno la mascherina).

Ma il vulnus è un altro. Il 12 maggio il Premier Conte annuncia come un risultato epocale l’entrata di cinque donne nella task force di Colao e di sei in quella della Protezione civile. Ma è davvero una vittoria? Se i tecnici sono circa 850, le donne – fin dall’inizio – avrebbero dovuto essere 425. E poi, rivendicare poltrone mentre le donne, quelle reali (la verità di cui scriveva Derrida contrapposta all’oggetto di studio) sono a casa ad accudire figli che non vanno a scuola (o alla materna o al nido) e che affrontano questa problematica da decenni, sembra quantomeno velleitario.

Il nostro è un Paese che non ha mai posto a priorità il lavoro femminile – tra i 20 e i 64 anni, l’Italia ha poco più della metà delle donne occupate, attestandosi penultima in Europa secondo Eurostat – né la cura, che non a caso è spesso a carico della donna. A riprova, gli asili nido e i servizi per la prima infanzia, dati Istat 2014/15, mostrano un misero 36% appannaggio del pubblico contro un 64% del privato, con relativi costi aggiuntivi; mentre nel settore delle residenze e presidi socio-assistenziali per anziani, che nel 2010 vedeva circa 32 ultrasessantacinquenni ogni 1000 persone presi in carico, almeno 700 strutture non si sapeva nemmeno se fossero in possesso di autorizzazione.

In questo quadro, un pensiero di genere – differente, controcorrente, altro – avrebbe preteso non poltrone nelle commissioni (e riprendiamoci un termine italiano e per nulla guerresco) ma risposte alle problematiche delle lavoratrici (e dei lavoratori); non fantomatici bonus baby sitter da 1.200 Euro(per i quali occorre, tra l’altro, compilare un modulo, che l’Inps afferma non sarà in rete prima di giugno), ma un’assunzione di responsabilità da parte del cittadino e della cittadina, dei lavoratori, degli industriali, della società nel suo complesso e con tutti i suoi distinguo – ossia di coloro considerati, in tempo di pandemia, dei minori, dei quali il buon padre di famiglia si occupa senza curarsi della loro consapevolezza. L’adultità è una strada impervia e tutta in salita.

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