Il nemico pubblico numero 1

Hanoi, strumenti chirurgici usati durante la Guerra statunitense in Vietnam –
Foto di Simona Maria Frigerio

Inquinamento e cancro infantile

di Simona Maria Frigerio

Mentre si favoleggiano collegamenti tra il persistere del Covid-19 in alcune regioni italiane e l’inquinamento atmosferico; mentre qualcuno plaude all’abbassamento delle polveri sottili senza rendersi conto che il lockdown è solo una misura temporanea (come dimostrano a oggi, 15 maggio, i dati sulla produzione cinese ripresa a pieno ritmo); mentre si chiudono le scuole sostenendo che sia il miglior modo per proteggere i minori dal coronavirus – nonostante sia ormai palese che, per bambini e adolescenti, è una semplice influenza e, come riporta la rivista medico-scientifica inglese, The Lancet, perfino i dati “provenienti dallo scoppio dell’epidemia di SARS nella Cina continentale, a Hong Kong e Singapore, suggeriscono che la chiusura delle scuole non abbia contribuito al controllo dell’epidemia” (t.d.g.) – ci è saltato all’occhio un dato particolarmente inquietante.

Il numero dei bambini affetti da cancro aumenta dall’1 al 2% ogni anno, in Europa, da trent’anni” – fonte http://www.enfantsanscancer.fr/, sito che racconta l’esperienza della corsa (evento festivo e non competitivo, come loro stessi affermano) annuale, promossa dall’Associazione Imagine for Margo, e tesa alla raccolta di fondi e alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema del cancro infantile. Sul medesimo sito francese leggiamo altresì che un bambino ogni 440 “sviluppa una forma di cancro prima di aver compiuto 15 anni” e che “ogni anno, in Francia, a 2.500 bambini e adolescenti è diagnosticata una forma di cancro, per la quale muoiono in 500” (t.d.g.).

Su un altro sito particolarmente interessante, https://www.cancer-environnement.fr/ (promosso dal Centre Léon Bérard, affiliato alla Federazione francese dei Centri per la lotta contro il cancro) apprendiamo qualche informazione in più. “Esiste un collegamento tra l’esposizione per tempi prolungati alle particelle ultrafini e il maggior rischio di sviluppare un cancro al polmone: un aumento di 10µg/m3 di PM2,5 è associato a un aumento dell’8% del rischio di decesso per questa forma di cancro”. Ma non solo: “in ambito urbano, il traffico costituisce il maggior produttore di dette polveri (circa il 50%). A livello nazionale, sono emesse principalmente dai settori agricolo e silvicoltura (52%) e dall’industria manifatturiera (29%)” (t.d.g.).

Thailandia, rifiuti ed edifici abbandonati sulle spiagge. I resti del turismo di massa –
Foto di Simona Maria Frigerio

Dalla Francia all’Italia il passo è breve
I pesticidi

Questa la situazione Oltralpe. E nel nostro Paese, attualmente tanto impaurito di fronte al Covid-19 quasi fossimo in presenza dell’ebola, cosa accade? Il professor Roberto Ronchetti dell’Università La Sapienza di Roma, e il ricercatore dell’Istituto Superiore Protezione Ricerca Ambientale (l’Ispra), Massimiliano Bianco, pubblicavano nel 2016 un documento dal titolo particolarmente significativo Disastri ambientali ‘evitabili’ in Italia. Il resoconto si concentrava su due maggiori fonti di inquinamento: quello da pesticidi e quello di particelle ultrafini (PM10 e PM2.5, le cosiddette polveri sottili).

Per quanto riguarda i primi basti segnalare che “l’entità del consumo di insetticidi in Italia rappresenta un assoluto primato nella U.E.: il 50% di quello che consumano i rimanenti 27 Stati membri della Comunità Europea” (ma si sa che l’Italia ama primeggiare). Inoltre, “il consumo Italiano di pesticidi, dei quali gli insetticidi sono una sottocategoria, rappresenta un primato Europeo: oltre 118 mila tonnellate per anno (Istat 2013) che, espresso in kg per ettaro, significa che il consumo di pesticidi del nostro Paese è da 5 a 20 volte più alto di quello dei principali Paesi Europei (Spagna, Francia, Germania, Regno Unito) – dati del 2012 da FAOSTAT”. E dove vanno a finire dette sostanze? Ebbene, nel 2014, in Pianura Padana, il 57% delle acque superficiali e il 31% di quelle sotterranee “sono state trovate contenere concentrazioni di pesticidi eccedenti il limite considerato non tossico in EU”. La situazione però non riguarda solamente il nord Italia e, altrettanto ovviamente, i pesticidi non finiscono solamente nelle acque, bensì anche nel cibo che quotidianamente ingeriamo (come si legge nello stesso articolo: “Circa il 40% delle derrate alimentari in commercio in Italia contiene pesticidi in concentrazioni ‘ammissibili’”), mentre lo standard di tollerabilità non tiene conto delle differenze di peso dei bambini e adolescenti.

Attenendoci all’argomento di questo articolo – senza dilungarci sulla generica tossicità di queste sostanze per ogni forma di vita – “basterà forse citare il fatto fortemente suggestivo che in Italia, Paese massimo consumatore di queste sostanze cancerogene, si rilevi da oltre 20 anni la massima incidenza in Europa di forme neoplastiche nelle età da 0 a 14 anni (Pession & Rondelli, 2013; AIRTUM, 2013)”.  


Le polveri sottili
Da anni sentiamo i milanesi – e i lombardi in generale – lamentarsi dell’aria che respirano, dei cieli sempre più bigi, di quella coltre opprimente che annebbia l’orizzonte a tal punto che da Lecco, a volte, non si riesce a scorgere il Resegone. Dati alla mano, traffico automobilistico, riscaldamento domestico e attività industriali hanno saturato l’aria di particelle ultrafini (PM10 e 2.5), gas, metalli pesanti (come il piombo) e composti organici, quali il benzene e le diossine.

Ma fino a che punto? Mentre, con i nostri stessi dati epidemiologici, la Germania ha deciso che il lockdown doveva finire e si doveva riprendere a vivere, l’Italia – che si vanta di tenere ai propri cittadini più di qualunque altro Paese europeo e continua a rimandare l’apertura delle spiagge, l’incontro con gli amici, o peggio ancora il riavvio delle forme vive della nostra cultura quali scuole, musei e teatri – vantava, ad esempio, nel 2011, un’esposizione “media annua della popolazione alle PM10… di 32 µg*m-3, il valore più alto di tutta l’Europa se si escludono i Paesi a est della Jugoslavia”, a fronte dei 23 µg*m-3 della Germania (AirBase). Ma non solo. “Il valore medio annuo di esposizione alle PM2.5 è in Italia di 19 µg*m-3 (BRACE), la più alta in Europa; il valore analogo è 15 in Germania, 11 nel Regno Unito e 10 in Portogallo (AirBase)”.

Forse un Governo (di qualunque colore sia) che tiene davvero alla salute dei suoi cittadini dovrebbe preoccuparsi sapendo che “le particelle PM2.5, la cui concentrazione è generalmente parallela a quella degli altri contaminanti dell’aria urbana, sono quelle meglio studiate in epidemiologia per quantificare gli effetti dannosi delle polveri sottili sulla salute umana. Una letteratura autorevole e concorde ha ormai stabilito che un aumento della concentrazione di 10 µg*m-3 delle PM2.5 nell’aria che una qualsiasi popolazione respira per un anno provoca, in quella stessa popolazione, un aumento dell’incidenza di varie patologie (polmonari, cardiache, tumorali, eccetera) che si traduce alla fin fine in un aumento della mortalità generale (“all cause”) del 6%. (Hoeck et al., 2013)”. E chiudiamo con un ultimo dato che chiarisce del tutto il concetto: “I risultati epidemiologici sopra citati ci dicono che il nord del Paese è gravato da una mortalità aggiuntiva dell’1% (6% per ogni 10 µg/m3 di differenza) rispetto a quella che esso avrebbe se la contaminazione da particelle sospese fosse eguale a quella di Calabria e Sardegna. Un aumento di mortalità del 12% in una popolazione di 10 milioni di persone causa ogni anno circa 12.000 morti in più”.

Non è quindi velleitaria la scelta dell’Europa di imporre limiti per migliorare la qualità dell’aria degli Stati membri. E quando alcuni si lamentano del deferimento del nostro Paese alla Corte Europea (nel 2018), dovremmo ricordarci ciò che ha denunciato la Ong Transport & Environment: “Secondo le stime dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, ogni anno l’inquinamento da polveri sottili provoca nel Paese più di 66.000 morti premature, rendendo l’Italia lo Stato membro più colpito in termini di mortalità connessa al particolato”.  

Bali, contadino irrora, senza protezioni, insetticida nelle risaie di Ubud –
Foto di Luciano Uggè

I bambini, le prime vittime
In un interessante articolo della collega Irma D’Aria su Repubblica (del 12 giugno 2017), si riportano le dichiarazioni di Maria Grazia Sapia, referente Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri per l’Ambiente: “Si calcola che il 25% degli adulti e il 33% dei bambini in età 0-5 anni sia affetto da patologie riconducibili a fattori ambientali e che un decesso su 4 nel mondo, secondo i dati Oms, sia attribuibile al vivere o lavorare in ambienti malsani”. Ovviamente il problema non è esclusivamente di una zona d’Italia e Sapia aggiunge: “L’infanzia paga il prezzo più alto… A Taranto si registra un aumento del 21% della mortalità per tutte le cause e del 54% nell’incidenza del cancro nei bambini da 0 a 14 anni; per quanto riguarda la Terra dei Fuochi, un recente Rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità attesta che si sono rilevati eccessi nel numero di bambini ricoverati nel primo anno di vita per tutti i tumori, e, in entrambe le provincie, eccessi di tumori del sistema nervoso centrale nel primo anno di vita e nella fascia di età 0-14 anni”. A Taranto è giusto notare che sono presenti le acciaierie dell’ex Ilva (oggi ArcelorMittal), mentre per Terra dei Fuochi s’intende un’area estesa tra le provincie di Napoli e Caserta dove sono stati interrati rifiuti tossici e speciali (traffico clandestino gestito dalla Camorra) che, non solamente inquinano terreni anche agricoli e corsi d’acqua, ma il cui incendio provoca l’emissione di sostanze altrettanto nocive alla salute e potenzialmente cancerogene.

Dato che ormai il tema inquinamento è reiteratamente dibattuto da politica e mass media, ma questo non significa che i provvedimenti siano conseguenti (a parte il lancio di qualche boutade come vietare ai cittadini milanesi di fumarsi una sigaretta quando attendono i mezzi pubblici, invece di pensare di aumentare le corse), segnaliamo anche un altro articolo, del 19 settembre 2018, pubblicato da Alto Adige e titolato: ANSA/ Italia maglia nera per tumori infantili, pesa inquinamento. Nello stesso leggiamo: “L’Italia è anche tra i Paesi con maggiore incidenza di cancro infantile: secondo lo studio condotto in 62 Paesi dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e pubblicato nel 2017 su Lancet Oncology, la maggiore incidenza di tumori si registra nei bambini tra 0 e 14 anni e negli adolescenti tra i 15 e i 19 anni nell’area del Sud Europa che comprende, oltre all’Italia, Cipro, Malta, Croazia, Spagna e Portogallo”. Nello stesso articolo si legge che: “Il Rapporto Sentieri dell’Istituito Superiore di Sanità rileva una ‘emergenza cancro’ tra i più giovani. I dati raccolti nel periodo 2006-2013 in 28 dei 45 siti italiani maggiormente inquinati hanno infatti sottolineato un incremento di tumori maligni del 9% nei soggetti tra 0 e 24 anni”.

La letteratura scientifica in materia
Ma da buoni scettici non ci fermiamo qui e proseguiamo nella nostra ricerca. Questo in quanto chi pubblica sul web ha maggiore spazio e tempo – forse perché, come afferma una pubblicità televisiva di Mediaset, non siamo finanziati, e le aziende non dovrebbero nemmeno darci fondi per la pubblicità, dato che produciamo spazzatura e non informazione che, al contrario, è prodotta appunto dalle succitate emittenti televisive. O forse perché, proprio in quanto non finanziati, non abbiamo editori né sponsor che ci impediscono di fare inchieste o reportage scomodi.

Partiamo dalla Commissione promossa da The Lancet su Inquinamento e Salute, i cui risultati sono lapidari: “l’inquinamento di aria, acqua, suolo e chimica è da considerarsi responsabile – nel 2016 – di 940 mila morti di bambini a livello mondiale, due terzi dei quali di età inferiore ai 5 anni” (t.d.g.).

Sempre in rete (questa eterna fonte di disinformazione secondo i mass media accreditati) si trova un documento di grande rilevanza (https://www.omceoar.it/modulistica-docman/il-cesalpino/142-ambiente-e-salute-numero-monografico/file) intitolato Ambiente e Salute. Inquinamento, interferenze sul genoma umano e rischi per la salute, scritto da Ernesto Burgio. Duecento pagine fitte di dati, cifre, studi e considerazioni autorevoli, in cui si legge tra l’altro (nella prefazione di Roberto Romizi) che, secondo numerosi ricercatori, vi sarebbe un aumento delle neoplasie infantili connesso all’esposizione transplacentare e transgenerazionale ad agenti chimici e fisici che indurrebbero mutazioni genetiche e modificazioni epigenetiche – ossia modificazioni ereditabili che portano a variazioni dell’espressione genica senza alterare la sequenza del DNA.

Esaminando gli studi citati da Pubmed.gov, che raccoglie oltre 30 milioni di rimandi a pubblicazioni biomediche provenienti da Medline, ci soffermiamo su alcuni studi particolarmente indicativi. Nel settembre 2019 si pubblicava DNA Damage Induced by Exposure to Pesticides in Children of Rural Areas in Paraguay, che puntava il dito su un fattore ancora poco noto e ancor meno dibattuto a livello di opinione pubblica, ossia che il DNA dei bambini è in qualche misura suscettibile di mutazioni anche in senso cancerogeno sia nel periodo fetale che nei primi anni di vita, a causa dell’inquinamento (se si vuole approfondire l’argomento, consigliamo anche in questo caso il succitato https://www.omceoar.it/modulistica-docman/il-cesalpino/142-ambiente-e-salute-numero-monografico/file). Lo studio si concentrava su bambini al di sotto dei 10 anni che vivevano in zone rurali del Paraguay e intendeva dimostrare la connessione tra l’esposizione continuativa a pesticidi e un danno al DNA che avrebbe condotto a sviluppare “cancro, diabete, malattie respiratorie e neurodegenerative, oltre che disordini nello sviluppo neurologico”. Il raffronto tra il gruppo esposto e quello di controllo ha dimostrato differenze nei biomarker studiati per verificare il possibile danno genetico. Le conclusioni alle quali arrivavano in Paraguay erano che: “Nei bambini esposti ai pesticidi, si è rilevato un effetto genotossico e citotossico maggiore rispetto a quanto osservato” (t.d.g) nel gruppo di controllo.

Nel luglio 2017, sempre Pubmed.gov pubblicava uno studio intitolato Childhood Cancer in Small Geographical Areas and Proximity to Air-Polluting Industries, dove si indagavano le connessioni tra cancro in minori sino ai 15 anni di età e l’esposizione ad alcuni cancerogeni ambientali in una regione spagnola nel periodo 1998/2015. Il luogo di residenza dei pazienti era analizzato in rapporto alle aree industriali della zona. Nelle conclusioni si legge, tra l’altro, che: “L’incidenza del cancro in età pediatrica è aumentata in maniera significativa durante il periodo di studio” (particolarmente lungo e che conferma gli altri dati sull’aumento annuale dall’1 al 2% in molti Paesi di queste patologie nei bambini), e si è avuta una “maggiore incidenza di linfomi non Hodgkin in ogni area esaminata, mentre un’alta incidenza di tumori del sistema nervoso simpatico” è stata rilevata “intorno alle industrie di chimica organica e inorganica e a quelle elettriche e del settore energetico” (t.d.g.).

Chiudiamo con uno studio pubblicato da Pubmed.gov a marzo 2018 intitolato Maternal Residential Proximity to Major Roadways and Pediatric Embryonal Tumors in Offspring – che si concentrava, quindi, sul rapporto tra madri residenti vicino a strade di grande scorrimento e lo sviluppo di forme tumorali nei bambini nati dalle stesse, e che si concludeva con queste osservazioni: “Le probabilità di un tumore embrionale aumentavano nei bambini partoriti da madri che vivevano entro i 500 metri dalle maggiori arterie stradali… Dato questo consistente con la maggior parte dei sottotipi tumorali, e con le maggiori associazioni osservate per il retinoblastoma unilaterale” (t.d.g.).

Kuala Lumpur, bambini consumer o vittime della nostra economia?
Foto di Simona Maria Frigerio

A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato un vita per imparare a dipingere come un bambino
La frase, attribuita a Pablo Picasso, ci riporta all’incipit dell’articolo. Salvaguardare la salute dei bambini – e la loro fantasia, gioia di vivere, iperbolica visione della realtà – sembra diventata una priorità della retorica massmediatica e politica. Tutto ciò per giustificare il lockdown e soprattutto il prolungarsi della chiusura di scuole per l’infanzia, scuole di ogni ordine e grado e parchi giochi. Eppure i fatti dimostrano che in questi anni di fronte a dati sempre più indicativi della stretta correlazione tra un aumento delle patologie tumorali in età pediatrica e inquinamento non si è fatto nulla – o, comunque, molto poco. Al contrario, si è arrivati a farsi deferire alla Corte Europea per l’infrazione dei limiti di emissione di sostanze inquinanti.

Abbiamo continuato a soffocare città e aree sempre più estese per perseguire obiettivi economici ben noti. Città come Milano hanno fatto della movida del lusso e della moda uno status symbol proponendo soluzioni spesso fantasiose ma ben poco efficaci per difendere i suoi bambini.

Niente retorica, niente demagogia. La rifiutiamo negli altri, non la faremo nostra. Ma quando ci imponessero, per l’ennesima volta, di tenere i nostri bambini chiusi a chiave in casa, per due o tre mesi, chiediamoci per quale ragione: non di coronavirus moriranno.



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